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Il nudo di donna fa paura alle femministe del #MeToo?

dopo l’iniziativa di manchester

Il nudo di donna fa paura alle femministe del #MeToo?

Ila e le Ninfe di John William Waterhouse (Agf)
Ila e le Ninfe di John William Waterhouse (Agf)

John William Waterhouse. Chi era costui? Fino a un paio di giorni fa era un onesto, seppure attardato seguace del Preraffaellismo, la corrente artistica sorta nell'Inghilterra di metà Ottocento che predicava un ritorno ai modelli dell'arte del primo Rinascimento italiano: prima, dunque, che Raffaello «tradisse la natura» in nome della bellezza.

Fondata nel 1848 da un gruppetto di ventenni (Dante Gabriele Rossetti, Holman Hunt, John Everett Millais e lo scultore Thomas Woolner) ostili ai dettami dell'Accademia, la Confraternita dei Preraffaelliti ebbe vita breve: si sciolse nel 1852, sebbene continuasse per qualche tempo a richiamare adepti di valore (primo fra tutti Edward Burne-Jones), tutti devoti a quel suo mondo fatto di una mistica fedeltà alla natura e dell'adesione a un passato prerinascimentale intriso di religiosità e di tradizioni locali.

Quanto a Waterhouse, nato com'era nel 1849, non poté che seguirne le orme in ritardo, conoscendo tuttavia una buona fama in vita, per poi finire nelle retrovie.
Oggi, invece, è una star del web. Il suo nome rimbalza in tutto il mondo grazie a Clare Gannaway, curatrice di arte contemporanea della Manchester Art Gallery, che ha rimosso dalle sale del museo un suo dipinto del 1896, Ila e le Ninfe, dove figura il bellissimo Ila, amato da Ercole, ammaliato e rapito da un drappello di giovanissime, sensuali, ammiccanti “ninfette” (appunto) acquatiche. Perché mai il dipinto (tutt'altro che un «capolavoro» come si legge, ma sicuramente un'opera famosa) è stato staccato dalla parete, e le sue cartoline sono sparite dal bookshop?

Non perché Gannaway non ne apprezzasse la fattura ma perché, con uno zelo degno forse di miglior causa, avrebbe voluto (come recita il cartello che lo sostituisce) «stimolare il dibattito su come esponiamo e intrepretiamo le opere della collezione pubblica di Manchester». Il dipinto si trovava nella sala intitolata Alla ricerca della bellezza, dove –commenta The Guardian - ci sono quadri del XIX secolo che mostrano «un sacco di carne femminile».

Dunque, il dibattito verterebbe intorno al modo con cui gli artisti uomini hanno rappresentato il corpo femminile nelle opere d'arte: da un lato come ammiccante elemento decorativo, dall'altro come letale arma erotica, portatrice di rovina per l'uomo (inteso evidentemente come un soggetto debole, incauto, incapace di sfuggire alle trame femminili). E sebbene la rimozione sia essa stessa - a dire del museo - un atto artistico, propedeutico alla mostra personale dell'artista Sonia Boyce (di prossima apertura), per ammissione della stessa Gannaway il dibattito di Time's Up e #MeToo, che da mesi infiamma i media, ha avuto il suo peso nell'indurla a tale decisione.

Thérèse Dreaming di Balthus, quadro esposto al Metropolitan di New York

La notizia potrebbe essere rubricata fra le curiosità, se non fosse potenzialmente foriera di conseguenze pesanti: per restare nell'ambito temporale di questo dipinto, che faremo delle diverse versioni della donna-vampiro di Munch, che succhia con gusto il cervelletto al malcapitato di turno, avviluppandolo in una cascata di capelli rosso sangue? E che faremo delle innumerevoli donne nude e provocanti –da Venere a Danae fino alla Maddalena- effigiate dai maestri dell'arte occidentale?

Che dire poi delle Odalische di Ingres? Il Louvre riporrà nei depositi il suo celeberrimo Bagno turco? E il Musée d'Orsay, dove piazzerà mai l'Olympia di Manet? Per non parlare di quel satiro di Picasso. O del pericolo corso di recente dalla Thérèse Dreaming di Balthus al Metropolitan Museum di New York che, va detto, non lo ha rimosso (il Met ha detto no alla petizione online con cui si chiedeva la rimozione del dipinto perché raffigurava un’adolescente in posa discinta e si accusava il museo «di rendere romantico voyeurismo e oggettivizzazione dei bambini». Qui sotto un tweet di Mia Merrill, promotrice di quella petizione che a dicembre ha raccolto 8mila adesioni ndr).

Ma a ben vedere, quel David di Michelangelo che ostenta con tanta sfrontatezza la sua virilità, non sarà offensivo per certa sensibilità femminile? E nella Parabola dei ciechi di Pieter Brueghel il Vecchio non sarà lesiva della dignità dei non-vedenti? Si potrebbe continuare a lungo.

È evidente che chi scrive condanna senza riserve ogni gesto di violenza e sopraffazione verso le donne e rispetta la sensibilità violata di chi, fra le sue simili, abbia avuto la sventura di subire la brutalità di certi uomini, non degni di quel nome; così come porta assoluto rispetto a chi è portatore di malattie o disabilità. Ciò che però non ci si sente di condividere è il fondamentalismo di chi, per ergersi a difensore di una (spesso, malintesa) sensibilità altrui, pretende di rileggere la cultura del passato attraverso la lente del politically correct del nostro tempo, distorcendo la lettura di opere che, se oggi possono essere considerate offensive, erano espressione della cultura del tempo in cui furono create.

Michelangelo, dettaglio del Giudizio Universale. A destra San Biagio e Santa Caterina d'Alessandria rimossi a colpi di scalpello e ridipinti da Daniele da Volterra (Agf)

L’Illuminismo sembra essere passato invano su certe/i paladine/i dei diritti calpestati, che fino a pochi anni fa gridavano allo scandalo per l'ottusità della Chiesa post-tridentina, che impose a Daniele da Volterra (da allora “il Braghettone”) di coprire le nudità delle figure del Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, e che ora censurano con l'identico integralismo le opere non corrispondenti ai dettami del politicamente corretto (in questo caso, però, un dubbio sorge: non si tratterà semplicemente di un'astuta operazione di marketing?).

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