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Borse, «lunedì nero» a Wall Street

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Borse, «lunedì nero» a Wall Street

  • –Andrea Franceschi

Era da esattamente 112 sedute consecutive che Wall Street non chiudeva con una flessione superiore all’1 per cento. Una striscia positiva che non si era mai vista negli ultimi 30 anni. Una calma piatta che la scorsa settimana è stata improvvisamente turbata con la seduta di venerdì e che si è ripetuta ieri in modo ancora più brutale: con un’impressionante accelerazione al ribasso in chiusura di seduta, ieri Wall Street ha visto il Dow Jones perdere il 4,6%%, dopo che - a circa un’ora dallo stop agli scambi - aveva per qualche minuto superato il -6%, in un vero e proprio flash crash: in pochi istanti un crollo di 1.597 punti, in termini assoluti la maggior caduta di sempre in Borsa.

Non si è esaurita, dunque, la spinta al ribasso della scorsa settimana, quando l’ondata di vendite che si è abbattuta sui bond ha finito per travolgere Wall Street. La peggior performance da due anni a questa parte. Una pressione al ribasso da cui i mercati ieri non si sono ripresi. In Asia, con l’indice Nikkei 225 Tokyo in calo del 2,55%; in Europa, con il paniere continentale Stoxx 600 in calo dell’1,56%; e infine a Wall Street dove gli indici, dopo un iniziale tentativo di rimbalzo, sono tornati a scendere arrivando a perdere oltre il 3% nel finale di seduta piombando ai minimi da inizio anno con una perdita superiore del 7% dai massimi toccati lo scorso 26 gennaio. Perdite che sono andate di pari passo con l’impennata della volatilità. Relativamente stabile invece il mercato obbligazionario che era stato l’epicentro delle turbolenze dell’ultima settimana. Il rendimento dei Treasury a 10 anni, che la scorsa settimana aveva registrato una fiammata dal 2,63% al 2,88%, ieri è sceso fino al 2,75% registrando comunque fluttuazioni anomale.

L’ipervalutazione della Borsa

Che succede ora? A leggere i commenti di analisti e addetti ai lavori non c’è unità di vedute. Almeno per quanto riguarda le prospettive del mercato azionario. Chi scommette sulla correzione insiste sul tema delle valutazioni elevate di Wall Street, chi crede nello scossone passeggero insiste sui fondamentali delle società quotate e sul contesto positivo di crescita economica. Tra i primi figura sicuramente Tony James, presidente del fondo Blackstone, che in un’intervista a Cnbc ha dichiarato di attendersi una flessione tra il 10 e il 20% per la Borsa americana. Il motivo: «È chiaramente sopravvalutata rispetto alla media storica». I numeri gli danno ragione: oggi le società dell’indice S&P 500 valgono in media 27 volte gli utili. Quasi il 30% in più della media storica. Nell’ultimo decennio la valutazione di mercato delle 500 maggiori società dell’indice principale è stata in media pari a 2,4 volte il patrimonio. Oggi siamo in media a 3,5 volte. Sui massimi da oltre 15 anni.

I fondamentali sono buoni

È anche vero che se le valutazioni della Borsa americana sono elevate è perché i fondamentali di bilancio sono buoni e le aspettative sul futuro pure. Le società dell’S&P 500 hanno archiviato il quarto trimestre del 2017 con una crescita del 7,7% dei ricavi e del 13,6% degli utili e per il 2018 ci si attende una crescita del 18,4% dei profitti. La riforma fiscale voluta dall’amministrazione americana garantirà l’afflusso di consistenti risorse alle aziende. Risorse che potranno essere usate per fare investimenti oppure semplicemente per retribuire gli azionisti attraverso dividendi o piani di riacquisto di azioni proprie. Il contesto macroeconomico poi è estremamente positivo: per la prima volta in 10 anni tutte le maggiori economie mondiali sono in crescita.

L’incognita “bond crash”

Tutto bene? Forse troppo. Potrebbe sembrare un controsenso ma in realtà uno dei motivi alla base delle recenti turbolenze sui mercati è proprio il timore che l’economia sia in una condizione troppo buona per giustificare una politica monetaria espansiva come quella che ancora oggi le principali banche centrali. Altrimenti un dato positivo come quello sulla crescita dei salari dei lavoratori americani, pubblicato venerdì scorso, non avrebbe provocato le turbolenze che ha provocato. L’impennata dei rendimenti dei titoli di Stato Usa ci dice che una parte del mercato ora crede che la Fed sia stata presa in contropiede da una crescita economica più solida del previsto. Il timore è quindi quello di una normalizzazione dei tassi più rapida del previsto che, secondo Ray Dalio dell’hedge fund americano Bridgewater, «potrebbe provocare il più grosso crollo del mercato obbligazionario da 40 anni a questa parte».

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