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Con il Papa intesa sullo statuto di Gerusalemme

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Con il Papa intesa sullo statuto di Gerusalemme

CITTÀ DEL VATICANO

È arrivato un po’ in ritardo rispetto all’orario ufficiale. E il colloquio è durato oltre il previsto, 50 minuti. L’udienza concessa in tempi stretti da Papa Francesco a Recep Tayyip Erdogan è certamente un tassello-chiave nella tattica contingente del leader turco, isolato a occidente a causa sia della repressione interna che della nuova offensiva contro i curdi nel sud della Siria. Erdogan - che ha definito l’incontro «estremamente amichevole» - si è messo alla testa del mondo musulmano nella protesta verso le decisione Usa di spostare a Gerusalemme l’ambasciata, criticata anche dal Papa . Al termine dell’incontro è arrivata la conferma che si è parlato anche della «situazione in Medio Oriente, con particolare riferimento allo statuto di Gerusalemme, evidenziando la necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale». Ma non solo: «Sono state evocate le relazioni bilaterali tra la Santa Sede e la Turchia e si è parlato della situazione del Paese, della condizione della Comunità cattolica, dell’impegno di accoglienza dei numerosi profughi e delle sfide ad esso collegate». Parole che in controluce segnalano come nell’incontro con il Papa, e di sicuro in quello successivo con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin e il vice, Paul Gallagher, sia stato messo al centro dell’incontro il timore della Vaticano per le minoranze cristiane, in Turchia ma anche nelle aree di guerra dove Ankara è presente. E a seguire di questo anche il tema più generale, ma non meno pressante, del rispetto dei diritti umani specie dopo la svolta autoritaria post-golpe fallito. Nessuna interferenza, naturalmente, ma una rappresentazione delle preoccupazioni diffuse. I rapporti tra Santa Sede e Turchia negli ultimi anni hanno segnato un andamento erratico, oggi stabilizzato. Francesco ha visitato la Turchia nel 2014, ma nel 2015 si era consumato l’incidente nel centenario del massacro degli armeni: il Papa pronunciò la parola “genocidio”, severamente proibita in Turchia e Erdogan richiamò l’ambasciatore. Ci vollero nove mesi per ricucire, con un’abile operazione diplomatica attraverso un libro sulla battaglia dei Dardanelli, quella del 1657.

Certo, un messaggio Francesco l’ha mandato alla consegna dei doni: ha regalato un medaglione che raffigura «un angelo della pace che strangola il demone della guerra, simbolo di un mondo basato sulla pace e la giustizia». La figura dell’angelo – spiega una nota vaticana – illustra le sfide contemporanee: portare insieme le regioni settentrionali e meridionali armonizzandole mentre al tempo stesso si combattono tutte le forze ostili quali lo sfruttamento, l’opposizione intransigente, nuove forme di colonialismo, l’indifferenza, la sfiducia e il pregiudizio .

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