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Disgelo tra le Coree, Kim invita Moon a Pyongyang

oltre la tregua olimpica

Disgelo tra le Coree, Kim invita Moon a Pyongyang

Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, consegna al presidente sudcoreano Moon un invito a recarsi a Pyongyang
Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, consegna al presidente sudcoreano Moon un invito a recarsi a Pyongyang

Una astuta mossa diplomatica di Kim Jong-un rafforza la distensione in atto tra le due Coree e promette di prolungare la “tregua olimpica” - allontanando almeno temporaneamente i venti di guerra che avevano soffiato forti per tutto l’anno scorso -, ma sembra destinata a spaccare il fronte comune tra Seul, Washington e Tokyo che ha finora guidato le pressioni internazionali sul regime di Pyongyang.

Kim ha invitato il presidente sudcoreano Moon Jae-in a recarsi quanto prima possibile al Nord per quello che sarebbe il primo vertice bilaterale dal 2007 e Moon ha già sostanzialmente accettato la proposta, sia pure con la riserva di suggerire che i due Paesi debbano creare le «condizioni giuste» per il summit, sollecitando un dialogo anche tra Pyongyang e gli Usa. È uno sviluppo impensabile solo qualche settimana fa, dopo un anno in cui la Corea del Nord ha effettuato il suo più massiccio test nucleare e sperimentato per la prima volta missili balistici continentali in grado di colpire il territorio continentale statunitense, il che aveva portato a insulti personali e minacce reciproche di olocausto atomico tra il presidente Donald Trump e Kim.

L’invito è stato recapitato dalla sorella minore del leader nordcoreano, Kim Yo Jong, in uno storico incontro alla Blue House, il palazzo presidenziale di Seul che nel 1968 fu teatro di un attacco da parte di un commando nordcoreano nel fallito tentativo di assassinare l’allora presidente Park Chung-hee. Kim Yo Jong il giorno prima aveva presenziato, assieme al capo di stato nominale Kim Yong Nam e ad altri alti esponenti del regime, alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Pyongyang, dove gli atleti di Nord e Sud hanno sfilato congiuntamente sotto la bandiera dell’unificazione. Le strette di mano alla Blue House e allo stadio olimpico hanno rappresentato un evento storico: per la prima volta dall’armistizio del 1953 un esponente della dinastia comunista-nazionalista che regna a Pyongyang ha messo piede nel territorio e nel santuario del potere del Sud, al di là del confine più militarizzato del mondo.

Gli esperti di questioni coreane hanno sottolineato in coro che lo scopo della mossa del giovane Kim in direzione di un summit intercoreano che suo padre Kim Jong-il aveva accettato per due volte (nel 2000 e 2007, con Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun, delle cui “sunshine policy” Moon è considerato l’erede) è quello di allentare le pressioni sanzionatorie internazionali senza impegnarlo affatto sulla strada della denuclearizzazione, mettendo un cuneo soprattutto tra Moon e l’amministrazione Trump. «L’esito di un summit preluderebbe a una possibile distensione basata su una ’pace con armi nucleari’», osserva Bong Young-shik, ricercatore alla Yonsei University di Seul, secondo cui Kim sta facendo di tutto per sedurre Seul in modo da ridimensionare non solo le pressioni per una denuclearizzazione, ma anche quelle delle sanzioni (che stanno cominciando a incidere sul serio).

Il presidente sudcoreano dovrà da subito affrontare il problema delle manovre militari congiunte tra le forze armate sudcoreane e americane, da sempre considerate da Pyongyang come prove di invasione: rinviate a dopo le Olimpiadi, il Pentagono vorrebbe tenerle in aprile su vasta scala, mentre la parte sudcoreana sembra orientata quantomeno a de-enfatizzarle e ridurle (se non a procrastinarle ancora) per non rischiare di annullare gli effetti della tregua olimpica. Ieri si è appreso che Moon ha respinto al mittente la sollecitazione del premier giapponese Shinzo Abe, che nel corso del bilaterale a margine dell’inaugurazione dei Giochi gli ha sottolineato la necessità che queste manovre si tengano: fonti dell’ufficio presidenziale di Seul hanno indicato che Moon ha dichiarato che si tratta di una questione di sovranità nazionale, in cui Tokyo non deve intromettersi.

Quanto a Washington, la persistente linea dura è stata espressa fisicamente dal vicepresidente Mike Pence, che alla cerimonia di inaugurazione ha evitato il minimo contatto con la delegazione nordcoreana, dopo aver annunciato che gli Usa introdurranno presto nuove severissime sanzioni unilaterali e evidenziato che l’opzione militare resta sul tappeto. Del resto, a Pyongyang il giorno prima si era tenuta un’ampia parata militare con tanto di missili intercontinentali, mentre sui media del regime sono apparsi commenti ostili e minacciosi sulla presunta e controversa strategia di “attacco limitato” che il Pentagono starebbe predisponendo.

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