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Trump vara un maxi-piano per le infrastrutture americane

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IL BILANCIO FEDERALE

Trump vara un maxi-piano per le infrastrutture americane

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NEW YORK - Un piano da 1.500, forse 1.700 miliardi che decolli grazie a un'iniezione di fondi federali per 200 miliardi. Donald Trump ha tenuto ieri a battesimo la sua strategia per risanare e ammodernare le infrastrutture americane, cimentandosi con un'emergenza denunciata da molti presidenti e numerosi politici di entrambi i partiti ma finora rivelatasi difficile da risolvere.

La proposta «creerà il più grande e audace investimento infrastrutturale nella storia degli Stati Uniti», ha rivendicato Trump durante un incontro alla Casa Bianca con le autorità locali, da governatori a sindaci, e prima di una serie di viaggi nel cuore del Paese per promuovere i futuri progetti. Non è mancato un collegamento con America First: «Dopo aver speso stupidamente settemila miliardi in Medio Oriente, è ora di investire nel nostro Paese». Né' una stoccata a partner-rivali economici, accusati di impoverire l'America con politiche commerciali ingiuste: ha minacciato in settimana di rilanciare una «imposta reciproca» sull'import.

LE INFRASTRUTTURE STRADALI NEGLI STATI UNITI
Fonte: Dipartimento dei Trasporti Usa - McClatchy Washington Bureau


I costi a carico di Stati e città
Il tema del giorno è rimasto il piano infrastrutturale, 55 pagine di “principi legislativi”. Con alcune sorprese: ipotesi di privatizzare infrastrutture federali come gli aeroporti della capitale Ronald Reagan e Dulles International per massimizzarne il valore. I capisaldi della strategia sono però all’insegna di nuova spesa, sotto forma di incentivi, e snellimenti burocratici. Prevedono che siano anzitutto stati e municipalità a mobilitare risorse, coprendo fino all'80% dei costi: dei 200 miliardi federali, metà sono “grants” (contributi a fondo perduto) che premiano chi raccoglierà proprie entrate per ponti o ferrovie, aeroporti o acquedotti. I vincitori riceveranno, appunto, fino al 20% del valore complessivo. Trump ha promesso di sveltire, a uno o due anni, procedure di approvazione in media vicine ai cinque anni.

Percorso accidentato
La formula, soprattutto quella finanziaria, è sicuramente ambiziosa e fa discutere esperti e politici: ribalta la matematica delle grandi opere americane, tradizionalmente finanziate al 50-80% da fondi federali. E assicura che il piano non avrà vita facile. Per diventare legge dovrà passare per undici commissioni e al Congresso serpeggiano le divisioni. L'opposizione democratica ha una sua strategia da mille miliardi interamente finanziata da fondi federali. Puntare su fondi locali, denunciano, svena stati e municipalità già alle strette. Appare loro improbabile che le imprese si facciano carico, con partnership pubblico-privato, di infrastrutture nelle aree povere. Le preoccupazioni tra i conservatori sono di segno opposto: eccessiva spesa che moltiplichi sprechi e debito federale, gia' peggiorato dagli sgravi della riforma fiscale e da un accordo biennale sul budget che aumenta spesa militare e sociale.

Un bilancio in deficit per quasi mille miliardi
La Casa Bianca, in preventiva risposta alle obiezioni, ha destinato fondi specifici alle aree rurali - 50 miliardi - e a progetti “trasformativi” per l'economia - 20 miliardi - quali l'alta velocità. Altri 30 serviranno a terminare progetti in corso e all'edilizia federale. Per chi lamenta i deficit, li ha minimizzati aggiungendo che spetterà al Congresso tagliare altrove e di non essere contraria a raccogliere fondi con l'aumento di almeno una tassa, sulla benzina. Questo approccio - niente paura di deficit e semmai risparmi su voci sociali - è parso evidente nella sua nuova proposta di budget per il 2019: 4.400 miliardi di spesa e un passivo annuale da 984 miliardi che in un decennio aggiungerà al debito 7.100 miliardi. Chiede 21 miliardi iniziali per le infrastrutture e 23 per il muro contro il Messico ma drastici tagli alla sanità e alla cultura. Sul Congresso preme nei fatti perché già corregga l'intesa parlamentare sul budget appena firmata, cancellando aumenti non militari. Posizioni che rischiano di mantenere caldo il clima politico e complicare ancora la partita infrastrutturale: Trump era stato ripetutamente costretto dai dissensi a rinviare il piano, inizialmente atteso lo scorso giugno.

Infrastrutture vecchie
La domanda di grandi opere negli Stati Uniti tuttavia cresce, suggerendo compromessi. L'associazione degli ingegneri civili Asce, che ogni quattro anni valuta le condizioni del parco infrastrutturale, nel 2017 ha assegnato D+, una risicata sufficienza che imporrebbe di investire 4.500 miliardi entro il 2025. Per correggere un altro deficit, questo davvero storico: se negli anni Sessanta l'America investiva il 4% del Pil in opere pubbliche, la percentuale adesso si aggira attorno al 2,6 per cento.

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