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Esplorazioni, monito di Erdogan

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Esplorazioni, monito di Erdogan

Un intervento duro che non lascia spazio alla dialettica politica. Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha ribadito poche ore fa la sua ferma opposizione alle trivellazioni al largo delle coste di Cipro. Due giorni fa – va ricordato - alcune navi da guerra turche sono state schierate per impedire le ricerche condotte dall’Eni, trivellazioni della piattaforma Saipem 12000.

Erdogan ha dichiarato, ad Ankara, al gruppo parlamentare del suo partito Akp (Partito giustizia e sviluppo): «Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro (divisa dal 1974, ndr) e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati».

Intanto sale la tensione, nel mar Egeo, tra Grecia e Turchia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due Paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca.

L’Eni si trova al centro di una tensione politica di lunga data tra Cipro e Turchia. Alcune aree in cui sono previste le trivellazioni vengono reclamate dall’amministrazione turco-cipriota, in particolare nell’area denominata “blocco 3”. Il governo di Nicosia, legato alla Grecia, ha di recente manifestato l’intenzione di accordare all’Eni le ricerche di petrolio.

Intanto la reazione da Bruxelles è stata immediata: il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, in un tweet, ha scritto: «Ho parlato con Nicos Anastasiades (il presidente cipriota, ndr) che ha il mio pieno sostegno. Invito la Turchia a rispettare il diritto internazionale e ad astenersi dall’impegnarsi in pericolose provocazioni nelle acque territoriali di Cipro. La Turchia deve impegnarsi in relazioni di buon vicinato a partire da una immediata de-escalation nell’area». Il petrolio è ovviamente la risorsa energetica che più interessa a Erdogan. Sotto i fondali del Mediterraneo – tra le coste di Egitto, Siria, Libano, Striscia di Gaza, Israele, Cipro e Turchia – si trovano grandi giacimenti di idrocarburi: più di 11mila miliardi di metri cubi di gas naturale e 1,7 miliardi di barili di petrolio, secondo stime ufficiali. La Turchia pare destinata a restar fuori, per ora, dall’estrazione di greggio. Ankara è costretta a importare il 75% dell’energia che consuma.

La forza della Turchia risiede nella sua posizione strategica, naturale punto di interscambio delle reti di gasdotti tra Medio Oriente ed Europa.

Nella recente visita a Roma di Erdogan è stata acquisita la consapevolezza, da parte degli imprenditori, di una buona performance dell’economia turca. I dati del Pil indicano un +5,5% per il 2017 e nel 2018 si prevede un +4,5%. Tuttavia vi sono temi delicati: lo status di Gerusalemme e l’accordo sui migranti.

L’idea di Erdogan era quella di riavvicinarsi ad alcuni partner economici europei. L’ultimo incidente nel Mar Egeo ha già scompaginato i precari equilibri raggiunti. Pensare che solo una settimana fa le dichiarazioni dei manager italiani erano improntate all’ottimismo: «La Turchia per noi è importante per i flussi del Corridoio Sud, abbiamo previsto una missione entro marzo 2018», aveva dichiarato il presidente di Snam, Carlo Malacarne. Le aziende presenti in Turchia sono quasi 1.400. Pirelli produce pneumatici dagli anni ’60, con uno stabilimento a Izmit, con circa 500 occupati dal 2007; Cementir è il principale produttore di cemento grigio (4 impianti) e calcestruzzo (17 centrali) in Turchia.

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