Mondo

Ramaphosa, delfino di Mandela e uomo chiave del nuovo Sudafrica

il ritratto

Ramaphosa, delfino di Mandela e uomo chiave del nuovo Sudafrica

«A 80 anni un uomo politico deve fare il nonno». Fu in questo modo che Nelson Mandela, primo presidente del Sudafrica democratico e multirazziale, annunciò il ritiro alla fine del suo mandato. Per l’Africa, dove i leader lasciano il potere solo in punto di morte, naturale o violenta, fu rivoluzionario. Per il Sudafrica fu solo la necessità di trovare il successore di un capo straordinario e irripetibile.

Mandela il suo candidato lo aveva. Era Cyril Ramaphosa: nato a Soweto, sindacalista dei minatori, attivista contro l’apartheid, era diventato il braccio destro naturale di Mandela sin dal giorno della liberazione nel 1990, dopo 27 anni di carcere a Robben Island. Mentre il Paese era sul ciglio del baratro di una guerra civile e razziale, a Ramaphosa, che non aveva ancora 40 anni, fu affidato un incarico fondamentale: negoziare e scrivere la costituzione provvisoria che avrebbe portato il Sudafrica alle elezioni del 1994. In questa difficile transizione, Ramaphosa lavorò con un altro giovane afrikaner, Roelf Meyer, indicato dal National Party di F.W. de Klerk, allora al potere.

La guerra civile non scoppiò, le elezioni furono un meraviglioso evento con milioni di neri pazientemente in fila ad attendere di entrare in un seggio per la prima volta nella loro vita. E Mandela divenne presidente per costruire la Nazione arcobaleno proposta da lui e dal vescovo Desmond Tutu. La costituzione aveva funzionato. Ma quando si dovette scegliere il successore di Mandela, l'African national congress, l'Anc, non ascoltò il suo consiglio. Scelse Thabo Mbeki, che del partito rappresentava l’aristocrazia: suo padre Govan era uno dei leader del movimento anti-apartheid in esilio e capo del Partito comunista, alleato dell'Anc. Nonostante fosse cresciuto all'ombra di un ritratto di Marx che dominava la casa, da presidente Thabo sarebbe stato un sostenitore del mercato e della disciplina fiscale.

Nonostante la sconfitta, Mandela diede a Cyril Ramaphosa un altro incarico fondamentale per il progetto della Nazione arcobaleno, un Sudafrica armoniosamente multirazziale. Nel 1999, quando Mbeki divenne presidente del Sudafrica, già da due anni Ramaphosa si era dimesso dal parlamento ed era entrato nel settore privato. Il suo compito era di aprire la strada all’ingresso della maggioranza nera nell'economia nazionale.

La formula che Mandela aveva adottato per evitare il disastro comune alla grande maggioranza dei Paesi africani durante la decolonizzazione, era una momentanea spartizione del potere: quello politico sarebbe andato ai neri, l’economia sarebbe rimasta nelle mani dei bianchi. L'equilibrio razziale in quest'ultimo settore sarebbe stato graduale. Ramaphosa avrebbe aperto la strada di questo processo.

Quasi 25 anni dopo la fine dell'apartheid, il modello avanza con difficoltà. Nonostante siano l'80% della popolazione sudafricana, i neri controllano il 3% dell'economia. La pesante eredità sociale della segregazione razziale (nelle poche scuole per i neri ai bambini non s’insegnava la matematica), associata alla corruzione nell'Anc, diventata rampante negli anni di Jacob Zuma, sono i pesanti ostacoli alla mobilità razziale e sociale del nuovo Sudafrica.

Dopo risultati incerti, essere stato sfiorato da alcuni scandali e avere accumulato una consistente ricchezza, nel 2007 Ramaphosa si era riavvicinato alla politica, diventando una naturale alternativa a Zuma e al suo sistema corrotto. Nel 2014 ha giurato da vicepresidente del Sudafrica con lo scopo esplicito di preparare la successione a Zuma e ripulire l'Anc. Da allora è diventato l’alternativa al presidente e l’evidente successore. Si voterà l'anno prossimo, a meno che non si decida di anticipare le elezioni. Non è certo, come è stato fin ora, che alle consultazioni del 2019 l'Anc vincerà di nuovo. Senza Ramaphosa, ex businessman e socialista dichiarato, il partito sarebbe andato verso una salutare sconfitta rigeneratrice. Con lui vincerà ancora, sebbene non con le percentuali plebiscitarie del passato. Altri cinque anni porteranno l’Anc a un controllo trentennale del Sudafrica. Tanto ininterrotto potere non fa bene a nessun partito in nessun Paese democratico.

© Riproduzione riservata