Mondo

Il caso Oxfam e il lato oscuro degli aiuti umanitari

  • Abbonati
  • Accedi
L’ONG SOTTO ACCUSA

Il caso Oxfam e il lato oscuro degli aiuti umanitari

Una filiale Oxfam, Londra. (Reuters)
Una filiale Oxfam, Londra. (Reuters)

Ogni crisi umanitaria è unica, ma il cast dei personaggi stranieri – che si aggirano tra varie zone disastrate del pianeta, alla ricerca perenne del caos – resta in sostanza sempre lo stesso. Ne fanno parte diplomatici scrupolosi e giornalisti determinati, militari energici ed esperti di logistica, piloti dell'Europa orientale che offrono i loro servizi a tutti e taciturni tipi della sicurezza americana e britannica con gli occhiali da sole avvolgenti d'ordinanza. Tutti, in ogni caso, arrivano dopo. I veri protagonisti si guadagnano la loro posizione privilegiata arrivando per primi e ripartendone per ultimi. Immediatamente riconoscibili per le magliette che indossano, sulle quali spicca sempre il logo dell'organizzazione di cui fanno parte, per i loro gilet multitasche da safari, e spesso per le automobili quattro per quattro bianche nuove di fabbrica a bordo delle quali si spostano, gli operatori umanitari fanno più di chiunque per descrivere quella data calamità.

Nella violenta reazione d'ira per le rivelazioni sugli abusi sessuali perpetrati dallo staff di Oxfam, il settore degli aiuti umanitari non fa più testo: non può più deciderne le sorti, ma è al centro del dibattito. Gli articoli del “Times” di Londra – nei quali Roland Van Hauwermeiren viene accusato di aver ricevuto prostitute in una villa che Oxfam aveva affittato per lui quando era direttore responsabile degli interventi dell'organizzazione umanitaria a Haiti dopo il terremoto del 2010, accuse che egli smentisce – sono serviti da parafulmine per numerose altre accuse di molestie sessuali e malcostume nel settore. Parlando con alcuni amici che lavorano in questo campo, ho scoperto che a stupirli davvero è soltanto che questo tipo di comportamenti immorali non sia venuto alla luce prima.

“In questo momento stanno trattenendo tutti il respiro” dice un operatore umanitario di lungo corso che ha lavorato in Africa, in Asia e in Medioriente. “Si tratta di qualcosa di endemico nell'intero settore, non soltanto in Oxfam. Sotto molti punti di vista, lo scandalo è paragonabile al caso Harvey Weinsten”.

Lo scandalo sessuale che sta sommergendo Oxfam ha chiaramente messo in moto una forte reazione a causa del contesto nel quale ci troviamo: la concomitanza del movimento #MeToo, innescato dalle accuse di abusi sessuali commessi a Hollywood, e del più ampio dibattito sociale sul comportamento predatorio. Tuttavia, lo scandalo per le molestie perpetrate dalle associazioni umanitarie è anche un vistoso sintomo di un problema molto più profondo col quale si trova alle prese il settore degli aiuti umanitari da quando, alla fine degli anni Sessanta, si è andato affermando nella sua forma moderna durante la guerra civile del Biafra in Nigeria: l'inevitabile e abissale squilibrio di potere tra chi offre aiuti e chi li riceve.

Oxfam lancia piano d'azione globale contro gli abusi

Se da un lato il settore degli aiuti umanitari coinvolge una grande molteplicità di partecipanti – dai colossi burocratici delle Nazioni Unite e delle più importanti organizzazioni come Oxfam ad associazioni molto più piccole – , dall'altro tutti operano sotto un'unica bandiera: quella dell'altruismo. Una cosa è certa: questo ecosistema ha salvato un numero incalcolabile di vite e spesso fa del bene enorme. Ci possono tuttavia essere alcune altre associazioni fondate su principi morali così elevati da essere inclini a scatenare conseguenze involontarie, e nelle quali gli autentici slanci per la compassione possono sfumare in qualcosa di assai meno nobile. “La molestia sessuale è uno dei tanti volti di tutti questi abusi di potere, ma ne è soltanto uno” dice Kari Just Leparriere, consulente legale e capo delle risorse umane che ha lavorato per anni nell'apparato delle Nazioni Unite. “Prima che cambi qualcosa, da questo punto di vista sarebbe necessario un bel ripulisti generale”.

Come una formazione ben nota di attori si paracaduterà in ogni zona di crisi del pianeta, così ci sarà sempre un bar nel quale tutti convergeranno dopo un'intera giornata passata in prima linea in quel disastro specifico. Davanti ai boccali di birra, la conversazione immutabilmente si orienterà verso gli errori commessi dalle organizzazioni umanitarie che si vanno accampando fuori. Gli argomenti di conversazione non verranno sicuramente a mancare: le fazioni in rivalità tra loro potranno sfruttare la loro generosità per mettere insieme scorte o come copertura per acquistare armi; potranno scoppiare aperte ostilità ed esserci duplici sforzi quando le organizzazioni arriveranno a frotte per aiutare una medesima popolazione; oppure, forse, i “beneficiari” saranno raffigurati ancora una volta come vittime sventurate che si accapigliano per raccogliere finanziamenti. Questi problemi non sono certo nuovi, e molti operatori del settore umanitario hanno trascorso la loro intera carriera a cercare di mettere in sesto le cose. Adesso, però, l'affare Hauwermeiren riporta in primissimo piano quanto sia ancora lunga per il settore degli aiuti umanitari la strada da percorrere prima di poter mantenere la sua promessa di essere trasparente e di rispondere sempre del proprio operato.

L'indignazione generale non è scatenata soltanto dal fatto che gli operatori delle associazioni umanitarie hanno avuto incontri con prostitute, ma più di ogni altra cosa dall'apparente facilità con la quale Hauwermeiren è stato in grado di continuare a lavorare nonostante le prove inconfutabili della sua cattiva condotta. Secondo Irin, un sito web di informazione per il settore degli aiuti umanitari, il belga Hauwermeiren aveva accettato di lasciare la posizione che ricopriva nell'ente di beneficenza Merlin in Liberia nel 2004 in seguito a un'inchiesta sul suo coinvolgimento in festini a luci rosse con donne del posto. Da lì era quindi passato a lavorare in Ciad per Oxfam, dove era stato nuovamente accusato di avere incontri con prostitute. E infine era arrivato a Haiti. Al termine di un'inchiesta su presunti abusi sessuali, intimidazioni e vessazioni nel periodo successivo al terremoto, Oxfam aveva permesso a tre operatori di rassegnare le dimissioni e ne aveva licenziati in tronco altri quattro per gravi abusi: così risulta da un rapporto confidenziale al quale il “Times” ha avuto accesso. Tra gli operatori umanitari che avevano ricevuto l'autorizzazione a dimettersi c'era anche Hauwermeiren, che aveva ammesso di aver ricevuto prostitute nella sua villa. Hauwermeiren è stato poi assunto da Action Against Hunger, un'associazione francese di beneficenza, come capo missione in Bangladesh, dove è rimasto in servizio fino al 2014. L'associazione ha dichiarato che Oxfam non aveva fornito i dettagli e le motivazioni riguardanti le dimissioni di Hauwermeiren.

“Ci sono persone eccellenti che si adoperano in tutti i modi da anni per far capire al settore degli aiuti umanitari che ha un problema serio da lungo tempo. Ma non c'è una leadership collettiva” dice Imogen Wall, che lavora da indipendente nel campo degli aiuti umanitari ed è stato per conto delle Nazioni Unite in zone di crisi tra le quali Indonesia, Haiti, Filippine, Sudan e Timor Est. “Questo problema non è stato affrontato ai più alti livelli, come avrebbe dovuto avvenire. Non si è fatto altro che nasconderlo sotto il tappeto, come si fa con la polvere. E quelli che fungevano da informatori sono stati ignorati o minacciati, in qualche caso estremo addirittura licenziati”.

Se lo scandalo di Oxfam dimostra di essere per il settore degli aiuti umanitari l'equivalente dello scandalo Weinstein, allora l'esame di coscienza sulle molestie, gli abusi sessuali e i maltrattamenti dovrebbe estendersi a un'inchiesta a tutto campo sulle pecche dell'intero settore, e approdare così a una conclusione su quello che si potrebbe fare diversamente in futuro. Haiti non è soltanto l'epicentro del disastro di Oxfam in materia di relazioni pubbliche: ormai è anche un caso di studio su come fare del bene possa portare a sbagliare così tanto. Nel suo libro “The Big Truck That Went By: How the World Came to Save Haiti and Left Behind A Disaster”, il giornalista Jonathan M. Katz documenta che più della metà della popolazione adulta americana ha donato denaro per alleviare la difficile situazione degli haitiani dopo il terremoto. Nei soli Stati Uniti le donazioni dei privati hanno superato 1,4 miliardi di dollari. Anche quando gli aiuti economici e le promesse per la ricostruzione hanno superato i 16 miliardi di dollari, però, Katz ha scoperto ad anni di distanza che il soccorso umanitario di fatto non era riuscito a concretizzare i suoi obbiettivi principali, come ricostruire città sicure per i senza tetto. Ha anche riferito come le forze di peacekeeping nepalesi delle Nazioni Unite abbiano involontariamente propagato una letale epidemia di colera – come se Haiti non avesse già abbastanza problemi. “Il vero guaio non è tanto che alcune organizzazioni hanno un know-how inferiore ad altre, quanto che l'intero sistema deve essere rivoluzionato da cima a fondo” scrive Katz.

La mia stessa inesperienza sulle carenze congenite della macchina dei soccorsi umanitari è venuta meno in Uganda settentrionale, che alla metà degli anni Duemila è stata lo scenario di quella che l'Onu ha etichettato come “la più grande emergenza umanitaria dimenticata e ignorata al mondo”. Quando l'esercito ugandese ha affrontato Joseph Kony, un famigerato signore della guerra che ha rapito migliaia di bambini per costringerli a combattere nel suo “esercito”, più di due milioni di persone disperate e affamate si sono riversate in squallidi campi profughi. Come corrispondente degli uffici della Reuters di Nairobi, ho doverosamente inviato parecchi articoli contenenti vati appelli al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite affinché stanziasse fondi, li sfamasse e si occupasse di loro. Soltanto quando ho trascorso più tempo nella parte nord del paese ho potuto rendermi conto che l'esercito ugandese aveva sistematicamente costretto la popolazione a confluire in vere e proprie prigioni all'aperto, nelle quali le famiglie erano stipate in condizioni miserabili e squallide, non potevano coltivare nulla, e i bambini arrivavano quasi a morire di fame. Rifornendo questi campi con un'affidabile afflusso continuo di alimenti, le agenzie delle Nazioni Unite e le associazioni umanitarie che lavoravano con loro di fatto sono diventate complici di un programma di deportazione forzosa di massa, un crimine di guerra insomma. Un accademico ha paragonato le associazioni umanitarie che lavorano nei campi profughi ai medici assunti per mantenere in vita le vittime di tortura.
Le organizzazioni umanitarie hanno ribattuto di avere il dovere di sfamare la gente in stato di necessità e che i paesi donatori avevano avuto un'influenza notevolmente superiore sull'esercito ugandese. Queste disquisizioni, tuttavia, in genere tendono a ricevere una scarsa copertura all'apice di una calamità, quando buona parte dei media prende per sincera la versione esposta dalle associazioni umanitarie e la rilancia.

Jane Bussmann, una comica che ha documentato la sua esperienza in Uganda nel suo libro intitolato “The Worst Date Ever: or How it Took a Comedy Writer to Expose Africa's Secret War”, spiega la situazione in questi termini: “Tenere tutta quella gente nei campi sarebbe stato impossibile senza il supporto logistico e tecnico delle organizzazioni umanitarie. La cosa peggiore, però, è che queste hanno fatto sembrare che quello che stavano facendo fosse positivo, quando di fatto stavamo assistendo alla più sospetta esercitazione militare dai tempi di Operation Iraqi Freedom”. Il dilemma era frequente motivo di discussioni nell'albergo nel quale alloggiavamo in tempo di crisi, l'Acholi Inn di Gulu, dove un diplomatico norvegese, un operatore umanitario argentino, un colonnello britannico in pensione e alcuni ufficiali di vario grado dell'esercito ugandese, ex ribelli e spie si davano appuntamento nei rigogliosi giardini e si scambiavano pareri e opinioni passandosi una tiepida bottiglia di Birra del Nilo.


I dilemmi di questo tipo, naturalmente, non sono esclusivi della sola Uganda: lavorare in campo umanitario prevede sempre di dover scendere a compromessi dolorosi. Il paese, però, sembrava particolarmente disposto a portare simili questioni alla ribalta internazionale. Mentre i riflettori puntati per qualche tempo sull'Uganda settentrionale si stavano per indirizzare altrove, la crisi irruppe di nuovo nei notiziari nel 2012, e lo fece in un modo inatteso. Un piccolo gruppo statunitense, Invisible Children, quell'anno lanciò una campagna per spingere il governo degli Stati Uniti ad aumentare gli aiuti profusi nel tentativo di catturare Kony trasmettendo un filmato molto ben fatto. Benché criticato da più parti sia dentro sia fuori l'Uganda, e accusato di aver fatto un ritratto sentimentale e inaccurato del conflitto, quel video in ogni caso nel giro di pochi giorni è stato visualizzato su YouTube da oltre 80 milioni di utenti.
Tra chi criticava la campagna 2012 di Kony c'erano molti operatori con lunga esperienza nel settore degli aiuti umanitari, e la controversia che si innescò si ampliò fino a riflettere il disagio sottostante nei confronti di un modello assai burocratico di aiuto umanitario, basato per lo più nel mondo sviluppato. Le organizzazioni adesso stanno migliorando il loro modo di affrontare le disparità e le sperequazioni esistenti da lungo tempo tra l'alto stipendio pagato ai componenti dello staff internazionale e i salari di gran lunga inferiori versati ai loro colleghi locali. Ma gli squilibri strutturali di potere sussistono. “Tutto ciò alimenta l'arroganza e un senso di eccezionalismo che permette alla gente di fare cose che non si sognerebbe mai di fare nel proprio paese” dice Shantha Bloemen, consulente indipendente che ha trascorso vari anni nel settore degli aiuti umanitari. “Riformano i loro bonus e sfruttano il loro status di ‘salvatori del mondo' per far credere di essere irreprensibili”.


Lo scrittore statunitense Teju Cole ha riepilogato il nocciolo di questo tipo di critica in un articolo scritto per la rivista “Atlantic” e intitolato “The White-Savior Industrial Complex” (il complesso industriale del salvatore bianco). Al centro della critica di Cole c'è l'idea che buona parte del sostegno alle cause umanitarie sia stata concepita per soddisfare i bisogni emotivi dei bianchi privilegiati, quando invece questi ultimi farebbero meglio a impegnarsi e concentrare la loro attenzione per riformare le dannose politiche estere dei paesi occidentali. “Un ritornello che sentiamo ripetere fin troppo spesso è quello per cui l'Africa è una sorta di sfondo ideale per proiettare le fantasie di conquista e di eroismo dei bianchi” ha scritto Cole. “Si tratta di uno spazio liberato, in cui non valgono le solite regole: un tizio qualsiasi, un signor nessuno, può partire dall'America o dall'Europa, andare in Africa e diventare un salvatore, sentirsi un dio o, quanto meno, soddisfare assai facilmente i suoi bisogni emotivi”.

Dopo aver trascorso anni a documentare e descrivere coloro che lavorano in campo umanitario, mi riesce difficile accettare questa concezione di settore umanitario come apparato burocratico interessato soltanto a soddisfare i propri bisogni e interessi, semplicemente perché ho visto quanto bene abbiano fatto gli umili professionisti impegnati che avevano davvero a cuore la salvezza di vite umane. Potrei parlarvi, per esempio, di Luis Tello, un pediatra spagnolo distaccato all'ospedale Mirwais di Kandahar nel sud dell'Afghanistan dal Comitato internazionale della Croce Rossa. Alla fine del 2016 mi ha mostrato un padiglione pediatrico nuovo di zecca che l'organizzazione ha costruito e che stava già raggiungendo l'obbiettivo di convincere un grande numero di madri – abituate a pensare che i bambini prematuri non hanno nessuna possibilità di farcela – che anche i neonati più fragili possono sopravvivere. Con evidente orgoglio mi ha detto: “Siamo riusciti a cambiare la mentalità della gente”.
Nello stesso modo, nei miei ricordi resterà sempre indelebile la visita che feci a una remota cittadina di frontiera del Ciad nel 2004, dove le forti esplosioni dei barili bomba scagliati dai jet Antonov sudanesi sui villaggi del vicino Darfur echeggiavano attraverso la pianura, scandendo un lento ritmo di morte. I chirurghi di Médecins Sans Frontières lavoravano calmi sotto tende soffocanti per salvare vite umane e gli arti di rifugiati che affluivano dall'altra parte della frontiera con orrende ferite da shrapnel. Al confronto, il chiassoso convoglio di giornalisti strepitanti che si è fermato fuori e ha iniziato subito a scattare foto e intervistare i pazienti, senza prendersi nemmeno la briga e il tempo di chiedere la loro autorizzazione – facendo infuriare il responsabile francese per gli aiuti umanitari in carica – è parso a dir poco incivile. È stato davvero molto difficile provare qualcosa di simile a un profondo senso di rispetto.


Del resto, questa rinnovata attenzione sugli scandali sessuali non dovrebbe nemmeno far mettere in secondo piano il tragico bilancio che questo tipo di lavoro in prima linea può infliggere allo staff, in termini di logorio fisico e di trauma. Nel 2015, un sondaggio condotto da Global Development Professionals Network ha riscontrato che quasi l'80 per cento degli oltre 750 intervistati aveva sofferto di un problema di sanità mentale, quasi sempre dovuto al lavoro.
Altrettanto sbagliato sarebbe se adesso questa rinnovata attenzione sul settore degli aiuti umanitari eclissasse l'esigenza di un intervento molto più duro e determinato per porre fine ai casi più gravi di molestie sessuali: lo sfruttamento diffuso, gli abusi e gli stupri che i peacekeeper hanno commesso in Africa e altrove. A distanza di più di dieci anni da quando questi casi hanno iniziato ad affiorare nella Repubblica Democratica del Congo – attuale epicentro dello scandalo – altri casi di abusi e molestie sessuali simili in Sudan, nella Repubblica centrale africana e a Haiti dimostrano che le Nazioni Unite devono fare ancora molto, molto di più.


Per le associazioni umanitarie, l'ovvia lezione da apprendere dalla vicenda Oxfam è che devono intervenire molto di più e meglio per controllare accuratamente il personale e gestirlo. Ma riflettere a fondo sugli aiuti umanitari significa spingersi ben oltre il settore delle risorse umane. Forse, i modelli vecchi di decenni di aiuto umanitario burocratizzato potrebbero fare di più per sposare quel genere di cambiamento epocale che i social media hanno rappresentato per i giornali e le emittenti, le app di prenotazione dei passaggi o degli autoveicoli per i trasporti, e lo sviluppo delle fonti rinnovabili e delle griglie intelligenti per le imprese dei servizi pubblici.
Mentre alcune aree del mondo in via di sviluppo creano maggiori risorse per affrontare le crisi, dovrebbe essere possibile trasferire percentuali di aiuti in denaro sempre più ingenti a fondi di proprietà e gestione locale in grado di erogare sovvenzioni e sostenere attivamente le iniziative comunitarie concepite per alleviare la povertà, rispondere alle emergenze e adeguarsi al cambiamento del clima. “I grandi attori potrebbero mettersi alla guida di questa vera riforma, invece di considerarla una minaccia per la loro stessa esistenza” dice Bloemen. Per queste organizzazioni il vero pericolo, il più grande, arriverà da un'opinione pubblica delusa che, preoccupata che le sue donazioni permettano abusi e molestie sessuali su alcuni degli esseri umani più indifesi del pianeta, potrebbe decidere di smettere di offrire soldi, e sollecitare i rispettivi governi a fare altrettanto. Lo scandalo Oxfam – per quanto avvilente per molte persone impegnate nel campo degli aiuti umanitari – potrebbe trasformarsi adesso nell'occasione giusta per il settore per fare un passo avanti decisivo e raggiungere ciò che tutte le associazioni umanitarie si prefiggono: avere così tanto successo nell'aiutare il prossimo da dover smettere di lavorare.
Matthew Green è stato corrispondente del FT dall'Africa occidentale dal 2007 al 2009. Il suo ultimo libro si intitola: “Aftershock: Fighting War, Surviving Trauma and Finding Peace” (Portobello Books).
Traduzione di Anna Bissanti
©2018, The Financial Times

© Riproduzione riservata