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Nuove accuse di frode contro l’ex direttore della campagna di Trump

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Nuove accuse di frode contro l’ex direttore della campagna di Trump

Sono aumentati a 32 da 12 i capi di imputazione che pendono sull'ex direttore della campagna elettorale di Donald Trump, Paul Manafort, e sul suo socio d’affari Rick Gates, che lo scorso ottobre si consegnarono all’Fbi nell'ambito del Russiagate. Oltre alle accuse già note - respinte dai diretti interessati - di complotto contro gli Usa, di riciclaggio di denaro e di avere lavorato per conto di un'entità straniera senza l'opportuna registrazione da agente violando il Foreign Agents Registration Act, ieri si sono aggiunte quelle di false dichiarazioni dei redditi, frodi bancarie e mancata denuncia di account finanziari e conti bancari detenuti all'estero.

I capi di imputazione, di cui 25 totalmente nuovi e sette che ricalcano quelli già noti, derivano ancora una volta dal lavoro compiuto dai due per un partito politico filo-russo in Ucraina e per l’ex presidente della nazione Victory Yanukovych. Manafort e Gates, rispettivamente 68 e 45 anni, sono accusati di avere nascosto al fisco Usa decine di milioni di dollari, trasferiti in conti esteri tra Cipro e le Seychelles per arrivare a Saint Vincent e Grenadine; di avere gonfiato i loro redditi e quelli dell’azienda di Manafort oltre che di avere nascosto debiti per ottenere dalle banche prestiti da 20 milioni di dollari. Questi crimini non hanno nulla a che fare con il lavoro svolto durante la campagna elettorale ma sono stati commessi mentre tutti e due lavorano durante e dopo la campagna di Trump. Ora Manafort è accusato di avere riciclato 30 milioni di dollari, in rialzo dai 18 milioni originariamente calcolati. Per Gates la cifra di denaro che si stima sia stato riciclato è rimasta a tre milioni. Le nuove accuse, come quelle dello scorso autunno, sono scattate nell'ambito dell'inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller e volta a gettare luce sull’interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali Usa del 2016 e sulla potenziale collusione tra la campagna Trump e funzionari russi.

Venerdì scorso Mueller ha incriminato 13 cittadini e tre organizzazioni russi, rei di avere usato i social media per influenzare gli elettori americani, seminare la discordia e favorire la candidatura di Donald Trump. Alla fine dello scorso ottobre, uno dei primi consiglieri in politica estera di Trump durante la campagna elettorale del 2016 si dichiarò colpevole di aver mentito all’Fbi; si tratta di George Papadopoulos, che ha detto il falso in merito a incontri con un professore russo avente legami con il Cremlino e che gli disse di avere informazioni compromettenti per Hillary Clinton, la rivale democratica di Trump nella corsa verso la Casa Bianca. Il primo dicembre scorso è toccato a Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente, a dire a sua volta di avere mentito all'Fbi sui suoi incontri con l'ambasciatore russo in Usa, Sergey Kislyak.

La nuvola del Russiagate si intensifica sulla Casa Bianca, che sulle azioni di Manafort ha sempre preso le distanze sostenendo che sono state compiute prima del suo arrivo in campagna elettorale. Le persone vicine a Manafort sostengono che le accuse sono un tentativo per metterlo sotto pressione e fornire informazioni su Trump e la sua campagna. L'amministrazione al governo ha ripetutamente detto che Manafort non ha informazioni che potrebbero ledere il 45esimo presidente.

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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