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IL VIAGGIO DI BIN SALMAN

New York o Londra? L’erede al trono in viaggio per scegliere la sede per la Ipo del secolo

Reuters
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Agli occhi dei più ottimisti, ovvero di coloro che si augurano sia scelta la Borsa di Londra o quella di New York, potrebbe essere il viaggio della verità.
Per la prima volta da quando è stato nominato erede al trono (lo scorso giugno), il potente principe saudita, Mohammed Bin Salman, (noto anche con l’acronimo Mbs) arriverà a Londra per incontrare le massime autorità. Non passeranno che pochi giorni e l’uomo delle riforme saudite volerà il 19 marzo a New York, dove oltre al presidente Donald Trump incontrerà uomini d’affari e politici.

In palio la Borsa sui cui si farà l’Ipo di Saudi Aramco. Forse...
In questi due viaggi potrebbe prender forma la scelta finale per la Borsa che ospiterà l’Ipo del 5% della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera più grande del mondo. Per riserve, per produzione, per assets, per potenzialità.
Il tempo stringe. Se davvero Bin Salman, la mente di quella che si profila l’Ipo di più grande di tutti i tempi, vuole rispettare i suoi piani, e quotare Saudi Aramco in ottobre/novembre, la scelta della piazza sui cui collocare il gioiello della Corona saudita dovrà essere presa a marzo, al più tardi in aprile. Altrimenti si rischia che l’operazione slitti al 2019.

Uno scenario, quest’ultimo, che non piace al principe saudita. Dal 5% di Saudi Aramco Mbs si attende di raccogliere –forse peccando di ottimismo – 100 miliardi di dollari. Diversi analisti stimano tuttavia che 60-70 miliardi possa essere il valore più credibile.
In competizione per la quotazione ci sono almeno quattro Borse: Londra e New York, fino a poco tempo fa le più accreditate, ma anche Tokyo e soprattutto Hong Kong, una piazza che sta prendendo sempre più piede e che potrebbe rappresentare un accettabile compromesso.
Il fatto che nella nutrita delegazione al seguito di Bin Salman ci siano il ministro saudita dell’Energia, Khalid al-Falih, e lo stesso Ceo di Aramco, Amin Nasser, suggerisce che l’Ipo più grande della storia sarà al centro dell’agenda londinese.
Bin Salman ne discuterà presumibilmente con la premier britannica Teresa May e gli altri ministri. È previsto anche un incontro con la Regina Elisabetta ed una cena con il Principe Carlo.

Il boccone è davvero ghiotto. Per facilitare la collocazione di Aramco, il Governo del Regno Unito avrebbe valutato un piano finalizzato ad “alleggerire” le regolamentazioni relative alle compagnie di Stato quotate in Borsa, creando una sorta di nuova categoria.

Un principe a caccia di investimenti
Non è un segreto che Bin Salman punti a gettare le fondamenta, se non addirittura a siglare importanti contratti. Per portare avanti il suo ambizioso piano Vision 2030, un programma economico volto a cambiare volto all’economia saudita, diversificandola dal settore petrolifero e puntando sui settori ad alto contenuto di tecnologia e sul turismo, la monarchia saudita non può prescindere dagli investimenti stranieri. Se la quotazione di Aramco sarà indispensabile per far cassa in vista degli investimenti richiesti per Vision 2030, è sempre più evidente che da sola non basterà. Il paese che dimostrerà di voler investire di più nel Regno potrebbe dunque avere più chance. Non è escluso che Msb punti a delle “contropartite” economiche.


Londra o New York? I pro ed i contro
Ma quale Borsa scegliere? Forse è la piazza di New York quella che fa più gola ai sauditi. Per diverse ragioni che vanno al di là della “mole finanziaria”. Sul fronte politico si rafforzerebbe quella nuova, strategica alleanza forgiata da Donald Trump lo scorso giugno. Un grande riavvicinamento tra Riad e Washington (le cui relazioni erano cadute ai minimi durante l’ultimo mandato di Barack Obama) volto a contrastare duramente l’espansione dell’Iran.

Ma essere quotati al Nyse significherebbe esporre Riad alla sua severa regolamentazione. Per la monarchia saudita, che non ha certo eletto la trasparenza come regola del sistema, e che custodisce gelosamente i dati sensibili del suo gioiello, non sarà una scelta facile. Gli investitori vogliono conoscere con precisione informazioni importanti. Qual è il numero preciso dei pozzi? Quante riserve sono state utilizzate? Quanto petrolio potrà produrre negli anni a venire? Chi può garantire se le riserve accertate, e sfruttabili, ammontano davvero a 260,8 miliardi di barili (il 16% di quelle mondiali), come Riad si ostina a dichiarare da 25 anni?
Non sono dettagli. Oltretutto la normativa della Sec prevedrebbe che la compagnia saudita si sottoponga ad un audit indipendente sullo stato e sul valore effettivo dei suoi assets.

La maggior preoccupazione per Riad è tuttavia un’altra. Perché tra il desiderio più volte espresso da Trump di ospitare l’Ipo di Aramco a New York, e la sua possibile realizzazione, c’è di mezzo un ostacolo legale che rischia di vanificare tutto. Si tratta di una legge americana approvata nel 2016, che riconosce alle vittime degli Attentati alle Torri Gemelle di chiedere risarcimenti a Riad. In altre parole riconosce una certa implicazione dell’Arabia negli attentati . La Corona saudita ha sempre negato ogni coinvolgimento, ma la questione che si apre è davvero difficile da risolvere.
Non sembra che Trump abbia il potere di eliminare questa norma da un giorno all’altro. E non si conosce peraltro l’ammontare dei potenziali risarcimenti. Si parla di cause dal valore due miliardi di dollari chieste da centinaia di familiari delle vittime , ma alcune stime sostengano siano oltre 11 miliardi.

Le riforme sociali per cambiare volto al Regno Saudita
Bin Salman ha varato delle riforme sociali davvero innovative in un Paese conservatore come l'Arabia Saudita. Il principe reggente vuole cambiare faccia al Regno anche su questo delicato fronte in modo da attrarre ancor di più gli interessi dell’Occidente. Ma vuole farlo a modo suo, e con i suoi tempi, che non saranno certo brevi quando entreranno in gioco le riforme più sensibili.
Per contro le violazioni dei diritti umani che persistono in Arabia, e la guerra che Riad porta avanti in Yemen con bombardamenti spesso indiscriminati, hanno formato un blocco compatto contrario al rafforzamento delle relazioni politiche ed economiche con la corona saudita. Sia a Londra, sia, seppure in minor misura, a Washington. La controversa battaglia contro la corruzione portata avanti da Bin Salman (culminata nell'arresto di centinaia di businessman, ministri e politici), ha poi disorientato, in alcuni casi scoraggiato, i potenziali investitori stranieri.

Tra i due litiganti la Cina potrebbe sorridere
Ma anche senza tutti questi motivi la partita è tutt’altro che finita. Riad continua a mantenere le altre opzioni sul tavolo. Quali? Vendere privatamente ai cinesi una parte o tutto il 5 per cento, come era corsa voce già la scorso autunno. Questa opzione presenterebbe indubbi vantaggi per i sauditi: potrebbero incassare quel fiume di liquidità, indispensabile per portare avanti il piano Vision 2030, e non sarebbero obbligati a rendere pubblici gli aspetti finanziari più sensibili. D’altronde i cinesi sono maestri nella discrezione e non amano interferire negli affari interni dei Paesi dove sono presenti.
Altra opzione che sta prendendo piede è la collocazione della quota del 5%, o solo di una parte, sulla Borsa di Hong Kong. La ragione è semplice; per Riad è estremamente importante mantenere i suoi clienti tradizionali, che sono quasi tutti asiatici: Cina, Giappone, Corea del Sud. Una quotazione nel territorio autonomo cinese di Hong Kong potrebbe essere letta come una mossa per venire incontro a degli Stati che potrebbero rivelarsi investitori strategici nel futuro della compagnia. Un ragionevole compromesso per alcuni influenti politici sauditi.
Tutto è ancora da decidere. La partita della quotazione di Aramco resta aperta. L’unica certezza è che i sauditi vogliano quotarne una parte sulla borsa di Riad (il Tadawul). Il resto sta assumendo la connotazione di un affare geopolitco molto delicato. Capace di creare risentimenti in chi verrà deluso.

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