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Può nascere una “Internazionale populista” in Europa?

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elezioni europee 2019

Può nascere una “Internazionale populista” in Europa?

Nei bar di Vienna in autunno girava una storiella: il primo multato per la legge che da poco vietava di coprire il volto era stato un ciclista completamente bardato in un mattino di ordinario freddo. La legge era stata scritta dai socialdemocratici in difficoltà, l’estensore aveva fatto un giro largo per evitare le parole «divieto di burqa», le elezioni del 15 ottobre le ha poi vinte il conservatore Sebastian Kurtz, l’Austria è ora l’unico paese dell’Europa occidentale con un partito di estrema destra al governo, la FPÖ di Heinz-Christian Strache. Non è una fake news, troverete un’accurata ricostruzione in un articolo del Washington Post.

Viene in mente questa storiella che ha a che fare con un partito di sinistra in affanno e col politicamente corretto quando si legge della sua nemesi o se si preferisce del suo avversario elettorale: il populismo, così come definito da Cas Mudde, professore di relazioni internazionali alla University of Georgia negli Stati Uniti, fra i massimi studiosi del fenomeno politico degli ultimi dieci anni in Europa, America, ovunque. Il populismo, dice il professor Mudde, «considera cruciale il buonsenso per contrapporlo a ideologia e partigianeria». E considera il popolo un tutto «puro e omogeneo al contrario della democrazia che presuppone differenti interessi e motivazioni». Il populismo «non c’entra con quello che siamo, non riguarda una classe sociale, si basa su principi morali. Non è anti-politico, è apolitico».

Probabile che un deputato populista avrebbe semplicemente scritto «divieto di burqa» ma come si comporterà con altre situazioni complesse tipiche di una democrazia? Questo è il motivo per cui è importante definire i partiti populisti, ormai forze capaci di condizionare le politiche occidentali. Il secondo motivo è che siamo in un momento particolare: m0lti paesi Ue hanno votato per il rinnovo del parlamento nel 2017, Italia e Ungheria fra marzo e aprile di quest’anno, tutti torneremo alle urne alle elezioni europee nel maggio 2019, due mesi dopo il definitivo addio della Gran Bretagna al blocco dei 27. (Si veda il grafico qui sotto con la forza elettorale dei principali partiti definiti populisti, elenco, si intende, non esaustivo).

LA FORZA ELETTORALE DEI PARTITI POPULISTI IN EUROPA
Dati in percentuale riferiti alle ultime elezioni politiche. In blu più scuro i paesi al voto nei prossimo mesi

Non è un caso che l’ex stratega di Donald Trump, Steve Bannon, ospite in Svizzera martedì, indichi il voto europeo 2019 come suo prossimo obiettivo. Bannon è un giocatore d’azzardo in cerca di un tavolo da gioco dopo essere stato cacciato dal casinò America. L’Europa è un banco perfetto: può davvero nascere nel vecchio continente che tutto ha vissuto, «una Internazionale populista?»

Che manifesto?
Con un po’ di pigrizia si tende a dire che i populisti vogliono meno migranti, meno potere e soldi ai politici, tasse più basse; e sono contro l’euro e Unione europea. Non è proprio così, fa notare il professor Mudde. «Non tutti sono contro l’immigrazione o a favore di tasse più basse - dice al Sole24Ore.com - Se tutti i partiti populisti sono scontenti dell’attuale Unione europea, alcuni vorrebbero più Ue, molti altri ne vogliono meno. Il principale tratto comune è che tutti si oppongono allo status quo politico». È vero: i nazionalisti scozzesi che hanno promosso e perso il referendum 2014 per l’indipendenza dal Regno Unito così come gli indipendentisti catalani vogliono più Ue.

Neanche John J. Judis, autore di The Populist Explosion: how the Great Recession transformed American and European Politics vede all’orizzonte “un partito populista europeo”. «I partiti populisti sono di solito di destra, ma ci sono anche quelli che hanno programmi nazionali più vicini alla sinistra - spiega al Sole24Ore.com - l’unico terreno comune a tutti è l’opposizione alle frontiere aperte e quote per i richiedenti asilo. Non vedo invece una posizione comune su Ue e euro. Ma poi: possiamo definire semplicemente populisti il partito ungherese Fidesz di Viktor Orban o il polacco Legge e Giustizia? No, perché sono alleati con altri partiti. E i Cinquestelle italiani non mi sembrano affatto “di destra”, assomigliano più ai Verdi, a piccoli partiti come i Pirati o anche a un grande partito come lo spagnolo Podemos».

L’immigrazione non è un pilastro
L’immigrazione che pure è argomento cruciale di questi anni non sembra dunque tema attorno cui fissare certezze. Vero anche che populista non vuol dire sempre anti-migranti e comunque non sempre con la stessa veemenza: nel 2014 il 35% dei greci ha portato al governo la sinistra radicale di Alexis Tsipras che ha simpatizzanti anche in Italia proprio perché non proclama alcuna politica contro lo straniero anche se la Grecia come l’Italia affrontano da anni migrazioni di massa da Africa e Medio Oriente. L’ungherese Orban al contrario, o tutto il governo polacco, si stanno distinguendo per caccia al migrante, e i loro sostenitori per intolleranze religiose tali che ci si chiede esattamente come è possibile che stiano dentro l’Unione europea.

Tasse, fantasia al potere
L’argomento tasse poi, ha ragione il professor Mudde, è da approfondire perché è terreno in cui la fantasia non ha limiti: la leader di estrema destra Marine Le Pen ha lanciato l’idea di tassare le aziende francesi che assumono stranieri, Salvini propone una flat tax al 14%, piatta al limite dell’insostenibile, l’olandese Wilders ha proposto un mix di assistenzialismo e aiuti ai poveri da far rabbrividire la destra libertaria.

Scorrendo il grafico in alto, tuttavia, è chiaro che un blocco di estrema destra in Europa è emerso. Basta questo a fissare almeno un punto? No. Il grafico mostra infatti che i partiti populisti in Europa occidentale sembrano ora più deboli, dal Front National di Marine Le Pen battuta da Macron alle presidenziali francesi all’Ukip che ha vinto la battaglia Brexit ma da giugno non è più rappresentato nel Parlamento britannico. «Non sono sicuro che i partiti populisti stiano perdendo sostegno - mi risponde il professor Mudde - a ogni modo il loro maggiore potere si basa sul fatto che il mainstream politico e dei media pensa che loro siano la voce del popolo. Di conseguenza, i populisti considerano le loro battaglie come legittime battaglie della maggioranza a cui tutti i partiti, quindi il mainstream, deve dare risposte».

I populisti stanno bene
In sostanza al di là di percentuali e vittorie, piaccia o no, il discorso pubblico è in mano a questi movimenti e partiti. E il fatto che adesso la battaglia Brexit sia condotta dai conservatori britannici tradizionalmente pro business è forse la più chiara conferma. Anche Judis vede i partiti populisti in salute: «Il Pvv olandese non è andato bene come pronosticavano i sondaggi ma ha mantenuto la sua media. I danesi stanno bene - continua Judis -. Le Pen non ha vinto ma non è mai stata meglio, la tedesca AfD è balzata dal 4,9% al 12,6% del 2017, gli austriaci sono al governo. I populisti danesi e svedesi hanno costretto i socialdemocratici dei loro paesi a riconoscere che c’è un problema con i richiedenti asilo. Tutto ciò mi fa dire che i populisti non hanno preso il controllo dell’Europa, cosa che temevano i commentatori, ma hanno almeno la stessa forza di prima». Cosa succede quando vanno al potere? «Storicamente - osserva Judis -i partiti populisti sono stati i segnali di un problema. Smettono di essere populisti quando vanno al governo, penso per esempio al greco Syriza, o smettono di esistere quando raggiungono i loro obiettivi, come è capitato all’Ukip nel Regno Unito».

Il caso Italia
L’Italia, concordano Mudde e Judis, è un caso diverso. Non per la Lega che si avvicina alla classica estrema destra populista europea quanto per i Cinquestelle. Un movimento oltre il 30% con il maggior numero di deputati nel prossimo parlamento italiano: «rispetto agli altri partiti populisti, i Cinquestelle - dice Mudde - non hanno fondamenta ideologiche. Front National francese e FPÖ austriaco sono nativist, prima di tutto. Il greco Syriza e lo spagnolo Podemos sono socialisti prima di tutto. Questo vuol dire che noi sappiamo quello che non vogliono ma in una certa misura anche quello che vogliono. M5S è molto meno chiaro e quindi imprevedibile». Judis, osservatore americano, non vede invece alcuna analogia fra Cinquestelle e Trump: «Venticinque anni fa il vostro sistema politico è saltato in aria e da allora non si è più stabilizzato. Gli Stati Uniti hanno ancora un sistema stabile. Vedo più somiglianza fra Italia e Francia, dove Macron ha inventato un partito che ha poi preso il potere».

Populismo, sempre significato negativo?
L’uso dell’aggettivo divide più del suo significato. Gli avversari liquidano come «populisti» i nuovi arrivati e i loro argomenti, non accorgendosi che questa dialettica andava bene anni fa e ora non più. Ci sono poi coloro che dicono «la penso così, è populista?», a volte si tratta di simpatizzanti infastiditi che provocano, altre volte è il dubbio sincero di chi intuisce che manca un vocabolario al nuovo mondo. Mudde ha notato che negli ultimi tempi l’accezione negativa va affievolendosi. Il leader populista non teme comunque le definizioni forse perché ha capito meglio di altri che le definizioni contano fino a un certo punto. Quindi ben venga un aggettivo che ha la sua radice in popolo e pazienza se a scuola ci hanno insegnato a stare lontano dagli «ismi».

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