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“Selmayrgate”, la guerra di potere all'ombra di Juncker che…

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Il caso all'Europarlamento lunedì

“Selmayrgate”, la guerra di potere all'ombra di Juncker che scuote i palazzi europei

I riflettori del Parlamento europeo si accendono sul caso Selmayr, o “Selmayrgate” come è stato ribattezzato sulla stampa internazionale e sui social. L'ufficio di presidenza di Strasburgo ha deciso all'unanimità di mettere all'ordine del giorno della plenaria di lunedì prossimo, 12 marzo, il dibattito sulla promozione-lampo di Martin Selmayr da capo di gabinetto del presidente, Jean-Claude Juncker, a segretario generale della Commissione.

La nomina, preparata in gran segreto nei mesi precedenti, è stata annunciata e formalizzata nella riunione della Commissione del 21 febbraio scorso, con un vero e proprio blitz orchestrato da Selmayr e avallato da Juncker. Il tutto all'oscuro dell'intero collegio, eccezion fatta per il commissario responsabile del budget e del personale, Günter Oettinger, tedesco come Selmayr, avvertito la sera prima perché doveva sostenere il colloquio. La nomina a segretario generale, con il controllo sull'intera struttura amministrativa, dà a Selmayr ancora più potere di quanto ne avesse già in qualità di capo di gabinetto del presidente.

Anche perché, lo stesso euroburocrate non fa mistero di puntare ad essere molto di più di quello che il ruolo gli consentirebbe, come è evidente nella lettera spedita a tutti gli oltre 30mila dipendenti della Commissione il giorno del suo insediamento, quasi fosse il presidente. E non a caso al suo posto come capo di gabinetto del presidente ha piazzato la sua vice, la spagnola Clara Martinez Alberola.

Potere, spregiudicato e disinvolto
È un potere che a Bruxelles (e non solo) fa paura, soprattutto per l'attitudine del soggetto in questione ad esercitarlo in modo spregiudicato e disinvolto, come in più occasioni ha dimostrato in questi tre anni da capo del team del presidente e, da ultimo, nell'organizzare la sua promozione in modo da evitare qualsiasi discussione e mettere tutti davanti al fatto compiuto. Ma il “Rasputin” della Commissione, come è stato definito, forte anche della debolezza di Juncker, questa volta deve aver superato la soglia (alta) di tolleranza, se ha scatenato contro di sé e contro Juncker le schiere di nemici che ha collezionato durante la sua fulminante carriera comunitaria, ma anche commissari, parlamentari e funzionari europei, determinati a non subire una nomina che potrebbe avere conseguenze pesanti sul prestigio, sulla credibilità e anche sul funzionamento dell'istituzione.

L'offensiva dei Socialisti, l'imbarazzo dei Popolari
Sulla vicenda si sono esposti soprattutto (ma non solo) i parlamentari socialisti che hanno chiesto a Juncker di presentarsi in plenaria per rispondere della nomina e delle modalità con cui è stata portata a termine. Modalità che non solo hanno tagliato fuori qualsiasi concorrente, ma hanno consentito a Selmayr di avere un posto per cui non aveva il grado gerarchico previsto (AD16, il più alto della gerarchia Ue). Per questo motivo, Selmayr si è fatto nominare “aggiunto” in un concorso che secondo le accuse era “truccato” e dunque avrebbe discriminato altri eventuali pretendenti; per renderlo formalmente inattaccabile, è stata candidata anche la vice di Selmayr, Clara Martinez che si è poi ritirata una volta chiuso il bando, lasciando così campo libero all'amico Martin e assicurandosi il posto di capo gabinetto di Juncker. Accettata - da parte dell'attonito collegio dei commissari - la nomina del tedesco come “aggiunto”, il segretario generale in carica, Alexander Italianer, “pallido e tremante”, ha annunciato - a sorpresa e in modo del tutto irrituale - le proprie dimissioni. A quel punto la strada era libera per la “promozione” dell'aggiunto a segretario generale titolare e l'opera era completa. Il tutto, come ha ricostruito il quotidiano francese Liberation, nell'arco di 9 minuti, la mattina del 21 febbraio, nello stupore generale dei commissari e - verrebbe da dire - forse dello stesso Juncker.
Ma ormai gli aspetti tecnico-formali passano in secondo piano. La vicenda è diventata politica. Anche perché sono in molti a pensare che dietro all'autopromozione ci sia un disegno personale che va oltre la scadenza del mandato di Juncker, l'anno prossimo. Da quanto si registra nei contatti informali, anche tra i Popolari, di cui Selmayr è espressione insieme a Juncker, c'è forte irritazione, ma finora nessuno si è esposto pubblicamente. Lunedì sarà il momento della verità anche per il Ppe: difendere Selmayr e Juncker o l'istituzione? Il presidente Antonio Tajani, esponente di spicco del Ppe, prenderà posizione? E il presidente del partito, il tedesco Manfred Weber?

Le reticenze della Commissione alimentano sospetti
Va detto che il servizio dei portavoce della Commissione (che rispondeva e risponde sempre a Selmayr) ha ripetutamente assicurato che per la nomina sono state seguite “religiosamente” tutte le procedure. Ma le risposte alla tempesta di domande e obiezioni sollevate a più riprese in sala stampa nei giorni successivi alla nomina non hanno convinto nessuno. Anzi, hanno alimentato dubbi e sospetti. Per esempio, i portavoce non hanno voluto smentire né confermare la notizia che l'unica candidata alternativa a Selmayr per la nomina fosse proprio la sua vice, Clara Martinez, ma giusto il tempo di dare una parvenza di validità alla procedura che richiede almeno due candidati e non dello stesso sesso. Candidatura e ritiro ben ricompensati con la promozione della Martinez a capo di gabinetto di Juncker. In qualche caso, le mezze risposte dei portavoce, sfiorando il senso del ridicolo, hanno confermato la scorrettezza di fondo dell'operazione, come quando uno di loro si è lasciato sfuggire che Selmayr “ha scelto la procedura” con cui farsi nominare segretario generale.

Gli effetti indesiderati della promozione
Il clamore suscitato dal blitz sta producendo anche un altro effetto, probabilmente non previsto, di sicuro indesiderato. Nelle redazioni arrivano spontaneamente segnalazioni e documenti che fanno luce anche su vicende passate in cui Selmayr avrebbe manipolato e forzato le regole e le procedure in modo evidente per imporre le sue decisioni anche ai commissari, dal momento che Juncker gli lasciava campo libero praticamente su tutti i dossier. E anche i tedeschi ne sono consapevoli e lo riconoscono: “Ha aperto la strada al ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt, per l'introduzione dei pedaggi autostradali per gli automobilisti stranieri. Una transazione politica che viola lo spirito, se non la lettera, delle norme europee” scriveva a poco più di un anno fa lo Spiegel in un articolo a lui dedicato e intitolato “Il braccio destro di Juncker: il burocrate più potente nella storia della Ue?”. Sulla vicenda, Bruxelles nel 2015 aveva aperto una procedura di infrazione contro la Germania, con deferimento alla Corte di Giustizia. Ma inspiegabilmente, la Commissione fa retromarcia, non difende la causa in Corte e a dicembre 2016 si accorda con la Germania: il pedaggio a carico degli stranieri resta, anche se ridotto. Ma resta anche la discriminazione, inaccettabile per le regole Ue. Ci sono anche altre vicende in cui l'intervento di Selmayr avrebbe pilotato le decisioni della Commissione a favore dei tedeschi e a danno di altri Stati membri. Una di queste, raccontata dal Sole 24 ore a novembre del 2016, riguarda la francese Orange, condannata a restituire all'erario alcuni miliardi di euro considerati aiuti di Stato illegittimi in materia di trattamenti pensionistici. Sulla questione si era pronunciata la Corte di giustizia che aveva respinto il ricorso di Orange contro la Commissione. Nulla di strano, se non che su una vicenda praticamente identica a carico di Deutsche Post, il gabinetto di Juncker, cioè Selmayr, faceva scadere i termini per il ricorso alla Corte contro la decisione del Tribunale di primo grado favorevole all'azienda tedesca. Stessa storia ma due pesi e due misure.

Le procedure contro l'Italia: Fiat 500X e migranti

Sempre a Selmayr portano le tracce di diversi episodi che riguardano l'Italia. Il primo è la procedura aperta a maggio 2017 per il mancato adempimento degli obblighi in materia di omologazione dei veicoli di Fca sulle emissioni. Si puntava esplicitamente l'indice contro un modello Fiat, la 500X. Una anomalia, dal momento che le procedure d'infrazione sono rivolte agli Stati membri e non alle imprese. In due giorni il titolo Fca perse più del 7,5%. Una vicenda incredibile se si pensa a quello che ha combinato Volkswagen sulle emissioni. L'altro episodio è del 2015, in piena crisi migratoria, quando la Commissione apre una procedura contro l'Italia colpevole di non aver raccolto le impronte digitali dei richiedenti asilo, come previsto dal regolamento Eurodac. L'Italia stava affrontando, da sola,

una crisi epocale, vincolata tra l'altro dallo scellerato regolamento di Dublino. Si stava faticosamente dotando degli strumenti e delle strutture (gli hotspot) per affrontare l'emergenza e rispettare gli accordi e le regole concordate con i partner. C'era in Commissione e a Roma chi chiedeva di tener conto della situazione e di aspettare. Ma Selmayr – decideva sempre lui - non ne volle sapere e la procedura partì. Era il 10 dicembre 2015. Poche settimane dopo, i primi di gennaio, si seppe che l'unico membro italiano del gabinetto Juncker se n'era andato, in disaccordo con i metodi del capo di gabinetto. Le sue deleghe erano migrazioni, giustizia e affari interni. Passò quasi un anno prima che un altro italiano entrasse nella squadra del presidente.
Insomma, ci sarebbe abbastanza materia per aprire un'inchiesta approfondita. E non solo da parte dell'Europarlamento. Peccato che al vertice dell'Olaf,

l'organismo antifrode e anticorruzione della Ue, non ci sia più Giovanni Kessler, costretto a lasciare nel 2016, dopo che la Commissione gli aveva tolto l'immunità a proposito di una inchiesta della magistratura in cui era accusato di aver suggerito ad un testimone di registrare una telefonata corruttiva, una pratica illegale in Belgio ma non nella maggior parte dei paesi Ue. Che ci sia anche in questo caso lo zampino di Selmayr?

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