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Il futuro per l’Amazzonia? Coltivazioni non invasive (e…

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lo studio pubblicato su nature

Il futuro per l’Amazzonia? Coltivazioni non invasive (e redditizie)

Coltivare l’Amazzonia. Detta così parrebbe una stravaganza lessicale, la foresta è selvaggia e, per antonomasia, non coltivabile. Invece “rende”, soprattutto quando non è sfruttata nelle modalità più elementari e devastatrici.

Il Brasile è un cliché globale sotto scacco. E ora il Paese si ribella al proprio ritratto, proprio come un Dorian Gray geografico. L’Amazzonia non è un tema solo ecologico ma economico e geopolitico. Il polmone più verde dell’America Latina dovrà davvero farsi carico dei veri rischi e delle finte opportunità, che potranno “consumarla” o “conservarla”. Uno dei primissimi argomenti della campagna elettorale in vista delle presidenziali di ottobre, oltre alla “candidatura sì”, “candidatura no”, dell’ex presidente Lula da Silva, è proprio l’Amazzonia.

Uno studio pubblicato su Nature spiega che un ettaro di foresta amazzonica rende ogni anno 148 dollari se trasformato in terreno da allevamento, 1.000 dollari se impiegato per l’estrazione di legname commerciale distruggendo tutti gli altri tipi di arbusti e 6.820 dollari se la foresta viene rispettata, limitandosi a “mieterla”, per raccogliere frutta, lattice e legname.

Il taglio illegale di legname e altre attività come il contrabbando di animali esotici contribuiscono al degrado della foresta amazzonica, ma le cause principali che provocano più del 90% dell’impatto della deforestazione sono l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. Quest’ultima può paradossalmente provocare anche danni, per esempio liberando il terreno con il fuoco che spesso si estende al di là delle aree che si vorrebbe ripulire.

Un’indagine del Climate policy initiative (Cpi), un think tank specializzato su temi ambientali, fornisce anche un’ulteriore prospettiva: il 70% delle attività di deforestazione deriva da disboscamenti effettuati per la costruzione di piccole proprietà. Un incremento non necessario dato che, per aumentare la produzione agricola, basterebbe migliorare la produttività delle terre.

Almir Narayamoga, capo della tribù amazzonica Surui, sostiene una tesi interessante: «Noi non diciamo di non usare la foresta, ma di riflettere sempre sugli effetti a medio e lungo termine di qualsiasi intervento». È un po’ la tesi di Marina Silva, già ministro dell’Ambiente e ancora oggi candidata al voto di ottobre.

I Surui sono la prima popolazione tribale che in Amazzonia si è impegnata in un progetto Redd (Reducing emissions from deforestation and forest degradation) finanziato dall’Onu. Il 10% del reddito generato andrà alle popolazioni locali non tribali, per dimostrare come la conservazione della foresta possa generare lavoro e reddito.

Il tema ecologico, da sempre centrale nella politica brasiliana, vive ora una contraddizione piuttosto stridente: l’attenzione riservata alle energie pulite è inficiata da una politica agroalimentare molto aggressiva che ha già conquistato ampie regioni amazzoniche, con l’obiettivo di farne uno dei principali bacini d’allevamento a livello globale. E soprattutto uno dei mercati della soia più estesi. Il disboscamento dell’Amazzonia infatti deriva soprattutto dalla crescita di questi due mercati. Il 70% della deforestazione è imputabile infatti all’allevamento di bovini di tipo estensivo e alla coltivazione di soia.

In particolare l’allevamento di bovini, da 20 anni a questa parte, si è assestato su un tasso annuo superiore al 10 per cento. E i dati lieviteranno ancora, spinti dall’aumento demografico e da quello del consumo medio di carne. E il suolo che non è occupato dal pascolo è assegnato alla produzione di soia.

A conferma di queste ultime considerazioni nei giorni scorsi sono stati diffusi i dati statistici brasiliani, secondo cui il Pil, nel 2017, è cresciuto dell’1%. Ed è interessante mostrare il contributo dei macrosettori: ebbene è proprio quello agroalimentare che, pur rappresentando solo il 5% del Pil brasiliano, è stato determinante, registrando una crescita del 13 per cento. I raccolti eccezionali e il buon andamento dei prezzi delle commodities agricole sono i fattori che ne spiegano il balzo. Anche stavolta è difficile capire quale prezzo abbia pagato l’Amazzonia e le previsioni sono sempre discordanti. L’unica certezza è che il Brasile possiede oro bianco (acqua) e oro nero (petrolio). Eppure boccheggia, pur adagiato sulle più grandi riserve d’acqua del pianeta. Basti pensare che una città come San Paolo è spesso costretta al razionamento d’acqua.

Il paradosso si estende al petrolio: i geologi hanno scoperto straordinari giacimenti offshore ma il Paese importa benzina.

Al di là dei cliché il Brasile presenta curiose coincidenze, etimologiche e geografiche. Il termine ”Brasile” deriva infatti dal popolare portoghese “pau brasil” che significa, letteralmente, “albero brasil”. E brasil potrebbe derivare dal colore rosso brace (brasa in portoghese) della resina del legno.

Chissà. Tra pochi mesi sapremo il nome del nuovo presidente del Brasile. Le promesse – sorridono gli analisti politici locali - non saranno mantenute, come sempre.

Ma la magia rimarrà. Come il testo di un volantino affisso qualche settimana fa a un palo della luce nel quartiere di Santa Teresa, a Rio de Janeiro: «Si è smarrito un pappagallo nella rua Candido Mendes. Lauta ricompensa a chi darà notizie utili al suo ritrovamento. Risponde al nome di Mané».

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