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La Bce «cancella» l’estensione del Qe e Draghi critica i dazi…

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POLITICA MONETARIA

La Bce «cancella» l’estensione del Qe e Draghi critica i dazi di Trump

Il quantitative easing non torna indietro, malgrado Trump e le sue annunciate guerre commerciali. La Banca centrale europea cancella una parte della sua forward guidance: non è più previsto che gli acquisti di titoli possano accelerare il ritmo - e quindi passare da 30 miliardi al mese a un ammontare più elevato - nel caso in cui «le prospettive diventino meno favorevoli». Cosa non totalmente improbabile, in realtà, a giudicare dalla attenzione che la Bce rivolge agli sviluppi della situazione internazionale, al punto che il presidente Mario Draghi, di fronte a dazi imposti «agli alleati», ha chiesto - implicitamente a Donald Trump - «chi sono i nemici?».

Non cambia la sequenza della normalizzazione
La Bce ha tentato di non attribuire troppa importanza alla nuova forma di comunicazione: gli acquisti di titoli potranno essere prolungati - ha spiegato il presidente Mario Draghi - nel caso in cui l’inflazione non dovesse ancora muoversi su un sentiero autosostenibile verso l’obiettivo del 2%, il qe sarà seguito da una politica di reinvestimenti dei titoli scaduti e, soprattutto, i tassi di interesse saranno toccati soltanto «molto tempo dopo» la fine del programma di acquisti.

Nessuna «vittoria» sull’inflazione

È quindi una decisione che «guarda al passato», e non cambia la «reaction function», il metodo con cui la Bce reagisce all’andamento dell’economia. «Non dice nulla di nuovo, non invia nuovi segnali», ha detto Draghi. Men che meno è il segno che l’obiettivo di inflazione è ormai a portata di mano: «Non si può ancora dichiarare vittoria».

Una decisione unanime
La decisione è stata unanime, ma è stata accompagnata - ha rivelato Draghi - da un’ampia discussione: non sono mancate le proposte di modificare altre parti della forward guidance (senza modificarne però la struttura): alcuni governatori hanno rivelato una maggior fiducia nelle prospettive di crescita e inflazione, mentre altri hanno sostenuto che la maggiore attività economica di questa ripresa possa essere accompagnata anche da un aumento della crescita potenziale, non inflazionistica. Se così fosse, le pressioni sull’inflazione potrebbero tardare a manifestarsi. 

Aumenta la crescita potenziale?
Le proiezioni di marzo dello staff, che hanno confermato l’inflazione media del 2018 all’1,4%, ma hanno abbassato all’1,4% quelle del 2019 (lasciando invariato il livello del 2010 all’1,7%) potrebbero essere coerenti con questa ipotesi dell’aumento della crescita potenziale: le stime per il pil sono state infatti corrette al rialzo per il 2018 (al 2,4%), ma sono rimaste invariate per il 2019 (1,9%) e il 2020 (1,7%).

Previsioni sull’inflazione meno incerte

L’unico elemento di novità sembra essere il fatto che le previsioni sull’inflazione sono oggi meno incerte. Si è ridotta, ha spiegato e ripetuto Draghi con un linguaggio tecnico, ma proprio per questo molto preciso, la varianza del sentiero (previsto) di inflazione. In ogni caso, però, ha aggiunto, la politica della Bce resta reattiva, e non proattiva: segue gli eventi e non cerca di imporsi alle condizioni economiche.

Rischi «globali» sulla crescita
Ha prevalso la prudenza, nella rivisitazione della forward guidance, a causa dei rischi che si addensano sulla crescita, attraverso un possibile deterioramento della fiducia. I rischi restano «bilanciati», recita il comunicato introduttivo, ma Draghi ha voluto meglio caratterizzare questo equilibrio: c’è la probabilità che la crescita sia più alta perché in questo senso spingono i fattori “locali” ma potrebbe essere frenata da fattori globali.

Attenzione all’euro
Quali? Rispetto a gennaio, la Bce è stata un po’ più esplicita: sono legati «al crescente protezionismo e agli sviluppi del cambio e degli altri mercati finanziari», ha spiegato il comunicato che poco prima segnalava che la Bce «continuerà a monitorare gli sviluppi del cambio e le condizioni finanziarie», un’altra correzione rispetto a gennaio, quando si temevano soprattutto gli effetti della «volatilità del cambio».

Le insidie del protezionismo
I rischi del protezionismo sono stati poi meglio specificati, e in termini inconsueti, durante la conferenza stampa: Draghi ha spiegato che, in base alle stime «statiche», gli effetti dei dazi annunciati dagli Stati Uniti su acciaio e alluminio non sono «grandi». La Bce, ha però aggiunto, resta convinta che le dispute commerciali devono essere discusse in sede multilaterale (e quindi alla Wto, l’organizzazione mondiale del commercio) perché «le decisioni unilaterali sono pericolose».

Una minaccia alla pace?
A sorpresa Draghi ha voluto però introdurre, e a nome della commissione, un tema non strettamente economico. A preoccupare la Bce, ha detto, è lo stato delle relazioni internazionali: se si impongono dazi «agli alleati, allora chi sono i nemici?». È il ritorno del tema della liberalizzazione degli scambi come strumento di pace, e non come strumento economico.

Schermaglie commerciali e fiducia
Draghi ha poi illustrato quali sono i rischi economici di queste misure: le ritorsioni, i possibili effetti sui cambi, e le ricadute che queste “schermaglie” commerciali - Draghi ha esplicitamente detto di voler evitare la parola «guerra» possono avere sulla fiducia e quindi su crescita e inflazione.

Italia: no a una instabilità protratta
Il tema della fiducia è tornata anche nelle risposte alle diverse domande sulla situazione italiana di cui, ha detto il presidente, «non si è discusso» durante la riunione. Draghi ha ricordato, «in generale»■ l’importanza della sostenibilità fiscale nei paesi ad elevato debito e ha ricordato che l’esperienza degli ultimi anni suggerisce che «i mercati non reagiscono (agli esiti elettorali, ndr) in modo da minare la fiducia». È anche vero, ha però aggiunto, «che un’instabilità protratta può minare la fiducia», con effetti, ancora, su crescita e inflazione.

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