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In cerca di un nuovo ordine

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L'Analisi|globalizzazione

In cerca di un nuovo ordine

Più crescita mondiale dice l’Ocse, 3,9% quest’anno e il prossimo, a patto che non esploda il protezionismo. Ma i venti di guerre commerciali e gli altolà agli investimenti cinesi in Occidente, la cronaca di questi giorni, sono solo protezionismo nudo e crudo o non invece il grimaldello di un sommovimento culturale?

Un sommovimento che fa i conti con il sistema del dopoguerra in frantumi e i contraccolpi della globalizzazione a ruota libera per ricostruire un nuovo ordine mondiale fatto di più equilibrio e meno Far West. L'interrogativo non ha una risposta immediata: arriverà solo quando la polvere delle attuali tensioni si sarà posata e se ne potranno misurare gli effetti concreti. Per ora colpisce un fatto paradossale: dietro i violenti scontri euro-americani si intravede una singolare ma sommersa unità di intenti. Che di fatto anima la comune politica di containment della Cina.

Tra Stati Uniti ed Europa oggi gli attriti appaiono insanabili. Impegnato nella campagna elettorale in Pennsylvania, Donald Trump sembra giocare a spararle sempre più grosse: non solo dazi imminenti sull'import di acciaio e alluminio da Ue, Canada e Giappone ma balzelli anche sulle auto tedesche, che pure sono ampiamente prodotte anche negli Stati Uniti.

L'Europa si prepara a rispondere prendendo in ostaggio quasi 3 miliardi di export Usa. Però prima di procedere aspetta le misure americane e continua a negoziare per ottenere sconti e ridurre i danni alla propria industria.

I segnali dalla Casa Bianca sono tanti e confusi: gli europei devono abbassare i dazi, agricoli in testa, aumentare i contributi alle spese militari in sede Nato, fare di più nei negoziati con la Cina per ridurne le enormi sovraccapacità produttive, prima di tutto nella siderurgia. Sono tutti i Leitmotiv dell'America First, dove però la supremazia suona più difensiva che offensiva, ansiosa di correzioni di squilibri mondiali consolidati più che di nuovi spazi di potenza da riempire. In fondo suona più europea che “gringa”.

Il parallelismo di interessi tra le sue sponde dell'Atlantico diventa più evidente se si guarda alle reazioni di Washington e Berlino di fronte alle scalate cinesi di imprese strategiche, il cui controllo rientra nella difesa della sicurezza nazionale.

Proprio perché avrebbe permesso alla Cina il sorpasso degli Stati Uniti nella tecnologia 5G, anticamera dell'intelligenza artificiale, Trump ha bloccato la scalata ostile di Broadcom al concorrente Qualcomm, n.2 americano nei semiconduttori, come aveva gia fatto nel 2017 con Lattice e prima di lui il presidente Barak Obama con Aixtron. Per le stesse ragioni il Congresso rafforzerà controlli e raggio di azione della potente commissione sugli investimenti esteri.

In Germania come in Europa le vulnerabilità sono maggiori perché le salvaguardie sono tradizionalmente minori. Anche se ora il modello americano sta diventando sempre più quello da imitare. Dopo aver digerito due anni fa lo shock della conquista di Kuka, il suo campione nella robotica, da parte della cinese Midea, Berlino ha subito in febbraio un colpo ancora più duro quando Geely è diventata con poco meno del 10% il maggior azionista di Daimler che controlla Mercedes-Benz, all'avanguardia nelle batterie per l'auto elettrica. Anche il n.1 nel capitale di Deutsche Bank è diventato cinese.

Per questo da liberista incrollabile la Germania ha cambiato verso: non solo si sta armando di difese più efficaci contro investimenti esteri ostili ma con Francia e Italia invoca una cintura di sicurezza anche europea. I timori dell'Unione vanno ormai oltre quelli della sistematica rapina delle sue supertecnologie destinate a foraggiare il Made in China 2025, il programma industriale per fare della Cina il numero 1 del mondo nel manifatturiero di punta. Passano per le intrusioni in casa propria che dividono e condizionano i partner Ue sommersi e comprati dagli investimenti a pioggia per costruire le infrastrutture della nuova Via della Seta, dai vertici annuali del gruppo 16+1 che lega a doppio filo Pechino con i paesi dell'Est e dei Balcani, di cui 11 Ue. Il tutto mentre da anni Bruxelles tenta invano di strappare a Pechino un accordo sugli investimenti che ne abbatta le troppe barriere.

Tutto protezionismo? Certo, la spirale di ritorsioni e contro-ritorsioni è dietro l'angolo. Per tutti. Ed è molto stretto e accidentato il sentiero per rifare un ordine mondiale più equo ed equilibrato per tutti. Ma è un rischio da correre. Se Stati Uniti ed Europa si stanno ricredendo sui benefici illimitati del liberismo incontrollato non è per sconfessione ideologica ma perché sono stufi di vederlo strumentalizzato da concorrenti spregiudicati che lo usano per giocare con le carte truccate.

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