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I sette candidati (senza speranza) che sfidano Putin

ELEZIONI IN RUSSIA

I sette candidati (senza speranza) che sfidano Putin

Il leader del Partito comunista russo Pavel Grudinin (Afp)
Il leader del Partito comunista russo Pavel Grudinin (Afp)

DAL NOSTRO INVIATO
MOSCA - In sette contro uno, a fare da sfondo. Sicuri che a vincere sarà lui. Che cosa motiva i candidati che domenica sfideranno Vladimir Putin senza alcuna speranza di avvicinarlo nel punteggio finale? All'unico che avrebbe le carte per farlo, Aleksej Navalny, non è stato consentito di partecipare a un voto che è difficile non vedere come un passaggio puramente formale, a uso e consumo di un regime che ha bisogno di apparire democratico ma che non ha nessuna intenzione di mettersi in gioco, di concorrere con altri su un piano paritario.

«Il 18 marzo eleggiamo il presidente!», ricordano con enfasi enormi cartelloni in giro per Mosca. Il paradosso è che la parola russa “vybory”, elezioni, è il plurale di “vybor”, scelta. Una scelta solo in superficie: perché anche chi sta pensando di non votare, raccogliendo l'invito di Navalny al boicottaggio, o chi si ferma a decidere se “scegliere” un candidato o l'altro, sa benissimo che vincerà Putin. Lo danno per scontato anche con ironia, scambiandosi battute, senza lontanamente immaginare neppure la possibilità di un ballottaggio: nei sondaggi Pavel Grudinin, candidato del partito comunista, è il più vicino a Putin. Vicino per modo di dire: se al presidente assegnano un percentuale di voti dal 60% in su (ultimo sondaggio 69%), Grudinin raccoglie il 7% dei consensi. Dietro di lui al 5% Vladimir Zhirinovskij, eterno volto degli ultranazionalisti russi, Ksenia Sobchak il 2. Tutti gli altri, dall'1% in giù.

Eppure, paradossalmente, a mettere insieme una parvenza di campagna elettorale sono stati soltanto loro, i sette senza speranza: a scontrarsi fino all'ultimo negli accesi dibattiti in tv da soli, come se il confronto fosse soltanto tra loro, a chiedere l'appoggio degli elettori come se davvero le loro proposte su questo o quel tema potessero avere un futuro. Putin, che di Navalny non pronuncia neppure il nome, non scende a misurarsi con loro. Uno zar non fa campagna elettorale, anche se la tv di Stato ha moltiplicato i documentari su di lui, le interviste, le apparizioni. Dall'alto della presidenza.

Re delle fragole
Agli altri non resta che questo momento di notorietà televisiva, alcuni - si sospetta - semplicemente prestati alla richiesta del Cremlino di montare una parvenza di opposizione. Il drappello dei sette inseguitori è eterogeneo. A cominciare da Grudinin, il re delle fragole. Un candidato insolito per il partito erede del Pcus: a 57 anni, Grudinin è il boss milionario di un sovkhoz intitolato a Lenin. In realtà un'impresa modello, si direbbe, che produce fragole e paga salari elevati ai dipendenti e assicura loro welfare, parchi, sussidi. Grudinin afferma di essersi candidato perché tutti un giorno possano avere stipendi pari a quelli dei suoi dipendenti. Per il partito, fino a ieri di Ghennadij Zjuganov, è l'occasione di ringiovanire l'immagine e allargare la cerchia degli elettori al di là di pensionati (in buona parte migrati verso Putin) e nostalgici dell'Urss (stessa cosa). Se il programma di candidati senza speranza conta, quello di Grudinin respinge i dogmi di base del comunismo. Anche nei fatti: il candidato comunista è accusato di avere conti milionari in Svizzera.

“Nei sondaggi Pavel Grudinin, candidato del partito comunista, è il più «vicino» a Putin. Se al presidente assegnano un percentuale di voti dal 60% in su, Grudinin raccoglie il 7%”

 

Un qe per la Russia
Più a sinistra di lui c'è Maksim Suraikin, 39 anni, candidato di una costola leninista-stalinista che si staccò dal Pc nel 2012. Suraikin vuole smantellare il capitalismo e tornare all'Unione Sovietica, e afferma che Grudinin essendo milionario non può essere un vero comunista. Ma nei consensi raccoglie solo lo 0,3%. Esattamente come Boris Titov, 57 anni, ombudsman per i diritti degli imprenditori. Autore di un programma economico che si contrappone al rigore fiscale di Aleksej Kudrin, cui fa capo un modello “rivale”, Titov propone di rilanciare l'economia adottando un che stimoli la crescita con finanziamenti diretti dello Stato e stimoli agli investimenti, e aumentando la domanda. Qualcuno sostiene che Putin propenda per la ricetta economica di Titov, altri non ne sono affatto sicuri. Di certo il presidente, convinto sostenitore di Elvira Nabiullina a capo della Banca centrale russa, non approva Titov quando quest'ultimo afferma che «la Banca centrale ci fa più male delle sanzioni, perché» austerità ed elevati tassi di interesse non aiutano a creare nuove fonti di crescita. Il suo messaggio è molto semplice, ironizzano dal campo di Kudrin, e per mostrarsi popolare afferma che «non dovrebbero esserci le tasse». Ma non spiega come.

Il fanalino di coda, allo 0,2%, è il nazionalista Serghej Baburin, 59 anni, un ruolo di primo piano nella politica sovietica e poi russa tra gli anni 80 e 90. Servì in Afghanistan, appoggia la politica di Putin in Crimea e in Siria ma lo attacca sul fronte interno. In una Russia corrotta e ingiusta, dice Baburin, la mafia neoliberale è al potere.

I 500 giorni di Javlinskij
Un altro volto degli anni passati è quello di Grigorij Javlinskij, 65 anni, economista liberale che preparò per Mikhail Gorbaciov il cosiddetto piano che avrebbe voluto traghettare l'economia sovietica al libero mercato in 500 giorni. Ora Javlinskij critica Putin e chiede maggiori libertà politiche, più attenzione ai poveri, mediazione internazionale per risolvere la crisi ucraina. Lo vota l'1% degli elettori, liberali di mezza età di Mosca e Pietroburgo. Sopra di lui nei sondaggi è Zhirinovskij, 71 anni, un altro veterano che si candida per la sesta volta. Al di là dei proclami xenofobi e della retorica nazionalista, il suo partito liberaldemocratico (solo di nome, ma primo partito d'opposizione a registrarsi nella Russia post-sovietica) vota sempre in linea con i desideri del Cremlino. Mentre lui sogna un ritorno a un impero i cui soldati possano sciacquare gli stivali nell'Oceano Indiano.

Il coraggio di Ksenia
In uno degli ultimi dibattiti televisivi Zhirinosvkij ha insultato pesantemente Ksenia Sobchak, la vera novità di queste elezioni che ha reagito gettandogli un bicchiere d'acqua in faccia. A 36 anni, Ksenia è figlia dell'ex sindaco di Pietroburgo, Anatolij Sobchak, padrino politico di Putin. Il legame tra il presidente e la famiglia di Ksenia è forte, e per questo lei è sospettata di essersi candidata per volere del Cremlino, per dare credibilità al voto e strappare consensi a Navalny. In realtà la Sobchak, giornalista televisiva bollata un tempo come , in queste che chiama si propone a chi è , ha il coraggio di dire per esempio che ed è l'unica che si permette di criticare pubblicamente il sistema. Ma non direttamente Putin, fotografato in lacrime ai funerali di Anatolij Sobchak. I sondaggi le affidano solo l'1,1% dei voti, ma Ksenia potrebbe racimolare qualcosa di più: si sta facendo strada nell'elettorato femminile, invoca un rinnovamento democratico della Russia e del sistema. Per lei questo potrebbe essere solo l'inizio.

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