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Il Putin antipopulista che non ti aspetti (in economia)

intervista

Il Putin antipopulista che non ti aspetti (in economia)

(Ap)
(Ap)

MOSCA - In una bacheca vicino al suo ufficio di rettore dell'Accademia presidenziale di Economia e Pubblica amministrazione c'è una fotografia di lui, Vladimir Mau, insieme a Egor Gaidar, il padre delle riforme degli anni 90 scomparso nel 2009. Dicono che il professor Mau - nato nel 1959 - ne senta profondamente la mancanza. Per i corridoi vanno e vengono i ragazzi della “generazione Putin”, l'unico presidente che abbiano conosciuto: chi esce da questa prestigiosa università, paragonabile all'Ena francese, farà però parte della classe dirigente di una Russia che si fatica a immaginare, inevitabilmente senza Vladimir Putin.

Come testimoniano tre grossi telefoni vintage sulla sua scrivania - dedicati unicamente a una linea diretta con il Cremlino (e che hanno squillato due volte durante l'intervista) - il professor Mau è tra i consiglieri economici della presidenza. E sembra essere popolare tra i suoi studenti: ha il compito di collegare i primi anni delle riforme con l'era Putin, e con un futuro ora reso ancora più incerto dal confronto con l'Occidente, proprio quando la tripla crisi economica (recessione, sanzioni, prezzi bassi del petrolio) dava segnali di miglioramento.

«Di questo - spiega Vladimir Mau - do credito al governo. Se lei ricorda, nel 2014 si prevedevano catastrofi, dicevano che l'economia russa sarebbe stata distrutta. E invece la bilancia dei pagamenti si è rapidamente riequilibrata, le riserve valutarie stanno aumentando. Non c'è stata dollarizzazione, la corsa al ritiro dei depositi in rubli ... è merito della politica del governo. La disoccupazione - al 5-6% - non è cresciuta. Eppure io credo che proprio qui, in una recessione attutita che ha evitato la cosiddetta “distruzione positiva” per esempio delle imprese più deboli, sia una delle radici della stagnazione: il successo della politica anti-crisi non può contribuire a una crescita decisa post-crisi».

Come è stato possibile quel successo?
In 30 anni la Russia non ha mai avuto un'inflazione così bassa (intorno al 2%, ndr). La cosa più importante è che hanno evitato politiche populiste, questo è tipico di Vladimir Putin: in vita sua non le ha mai appoggiate. Naturalmente intendo in termini economici, non politici. La situazione macroeconomica in Russia è il contrario rispetto a Europa o America, dove il problema è bassa inflazione e indebitamento alto. In Russia il debito pubblico è sotto il 15% del Pil, quello estero al 2%.Ma l'inflazione nel 2015 era al 15%. A fronte degli shock esterni il governo e le autorità monetarie hanno consolidato il budget: seguiamo il deficit molto attentamente. Il governo ha tagliato la spesa mentre la Banca centrale ha lasciato fluttuare il rublo liberamente, risparmiando le riserve. È stato molto doloroso: penso di essere stato il solo economista a sostenere l'idea.

Non è stato pagato un prezzo troppo alto?
Pensa che per la gente sarebbe stato meglio lasciar salire l'inflazione?

Per spiegare il mancato slancio della crescita molti sottolineano l'eccessiva presenza dello Stato nell'economia…
È vero, è alta e continua ad aumentare. Nei momenti di crisi, tipicamente un governo compensa la mancanza di investimenti privati con progetti statali. Certo potremmo discutere l'efficienza di alcune spese strutturali: bisognerebbe spendere di più in settori produttivi, nel capitale umano, nei trasporti e nelle infrastrutture. Ma per quanto riguarda le privatizzazioni, non ne vedo l'opportunità in questo momento. Il deficit di bilancio è sotto controllo, e nell'attuale situazione geopolitica non credo che possano arrivare investitori strategici internazionali. Gli assets, inoltre, sono notevolmente sottovalutati. È chiaro che la proprietà privata è meglio di quella statale. Ma privatizzare ora non avrebbe senso.

Una crescita solida non dovrebbe passare anche da piccole e medie imprese che non siano soffocate dallo strapotere dello Stato, dalla burocrazia, dalla corruzione?
La risposta breve è sì, lei ha ragione su tangenti e controlli... ma la risposta lunga è diversa. Per 70 anni in questo Paese l'iniziativa privata era fuori legge. E noi non abbiamo ancora la testa per la proprietà privata. Il sogno di un russo non è iniziare facendo le pulizie e diventare miliardario. I russi sognano di lavorare in una grossa corporation o nell'amministrazione pubblica: devono passare generazioni per far desiderare la proprietà privata, prima non ce n'era bisogno per stare meglio. Era un reato, e la situazione non è cambiata, è nella mente. E se negli anni ’90 molti hanno avviato un business privato, lo hanno fatto per sopravvivere, non perché volessero diventare negozianti o commercianti.

È possibile vedere un impatto positivo delle sanzioni?
Le sanzioni non sono per niente una cosa buona: se anche ne derivano conseguenze positive - come il fatto che hanno ridotto l'indebitamento delle imprese o stimolato alcuni settori industriali - il prezzo è troppo alto. L'economia russa si è mostrata reattiva, ha mitigato l'impatto, ma il mercato russo, a dispetto della vastità del territorio, è troppo piccolo e ha bisogno della competizione internazionale: non basta per una crescita trainata dalla domanda interna. Una Russia di successo dovrebbe essere un'economia aperta, la crescita ha bisogno di esportazioni. Ed esportare significa importare.

Il confronto con l’Occidente però sembra aggravarsi sempre di più…
Quando divenne presidente, Putin credeva nel dialogo con l'Occidente. Era aperto all'integrazione europea. Poi venne l'allargamento della Nato all'Est, e lui si rese conto che in Occidente nessuno voleva una profonda integrazione con la Russia. Aprirono l'Unione Europea all'Europa orientale, ma nessuno disse mai di volere un mercato comune con la Russia. Cancellarono il debito polacco ma non quello russo, che poi noi ripagammo dieci anni dopo: ma forse, se lo avessero condonato nel 1992, il nostro sviluppo economico sarebbe stato diverso. La Russia venne messa da parte. E tuttavia è un Paese europeo: io prima o poi sono sicuro che ritroverà una relazione con la Ue sul modello norvegese, o svizzero. Un mercato aperto, anche senza una partecipazione formale.

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