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Dall’Italia la Ue attende credibilità

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questione di scelte

Dall’Italia la Ue attende credibilità

Con il vertice del 22-23 marzo il treno della politica economica europea riprende la sua corsa. Negli ultimi giorni vari interventi su queste colonne hanno riassunto le questioni più importanti: completamento dell’unione bancaria, nuova governance dell’Eurozona, prossimo ciclo di bilancio, risposta di Bruxelles alla brusca accelerazione protezionistica che Trump sta imprimendo alla politica commerciale americana. Dossier sensibili, dalle molteplici ramificazioni tecniche, che non possono aspettare i vagoni dei Paesi senza Governo (a meno che si tratti del Merkel 4.0).

Per l’Italia e la sua nuova maggioranza, qualsiasi essa sia, è urgente identificare interessi nazionali e obiettivi da perseguire, a partire dal principio imprescindibile che la promozione del nostro benessere e dei nostri valori passa da un’adesione piena al progetto europeo, come fu lanciato a Roma nel 1957. Non si tratta di un’enunciazione vaga di astrusi e astratti sofismi: la Comunità economica e poi l’Unione europea sono servite innanzitutto per pacificare un Continente che, a dispetto di essere culla della civilizzazione occidentale, è stata anche teatro di innumerevoli e cruenti conflitti, fino a commettere l’inimmaginabile con la Shoah. In più l’integrazione ha consentito agli europei - e agli italiani in particolare - di sperimentare il più lungo periodo di miglioramento delle condizioni di vita della storia: visto il giusto interesse per le misure alternative del benessere, si può citare il cospicuo aumento dell’altezza (Bentham et al. 2016), un indicatore fortemente correlato con reddito, alimentazione e salute.

In questa ottica, insinuare che l’appartenenza dell’Italia all’Ue possa essere ridiscussa mette a repentaglio l’interesse nazionale. Per evitare l’Europa a più velocità e la nostra retrocessione, va al contrario ribadito che la moneta unica è irreversibile, sia per il suo valore simbolico (anche per i popoli, appena dovessero accorgersi quanto costerebbe un ghiacciolo in nuove lirette), sia per il contributo che stabilità dei cambi e bassi tassi d’interesse hanno dato alla crescita. Eh sì, perché la sfortunata tentazione di guardarsi l’ombelico fa dimenticare che l’Eurozona oggi è più grande che nel 2000 (del 22%) e nel 2008 (del 6%) e che quindi non è per nulla destinata a implodere. E che l’export italiano verso le Germania è cresciuto da 39 miliardi nel 2001 (14,5% del totale) a 53 miliardi nel 2016 (12,6%), a testimonianza che l’euro non è stato un complotto ordito contro di noi.

L’Unione monetaria è però ancora incompleta e va migliorata in fretta. Il vizio originario risiede nell’assenza della gamba fiscale del policy mix dell’Eurozona, tanto più necessaria perché la mobilità del lavoro tra gli Stati membri è modesta e quindi l’aggiustamento a uno shock è socialmente molto doloroso. Negli ultimi tempi, molta enfasi è stata data alla possibile creazione dell’€-ministro, ma senza risorse all’altezza si può dubitare dell’efficacia del provvedimento. Per l’Italia, sarebbe probabilmente più utile uno strumento europeo di contrasto alla disoccupazione (European unemployment benefit scheme) che agisca come stabilizzatore. Le risorse si potrebbero trovare da una ristrutturazione profonda della politica agricola comune, che assorbe gran parte del bilancio europeo, senza contribuire molto alla modernizzazione del settore. Un’altra battaglia fondamentale riguarda la garanzia comune sui depositi. La Germania vuole introdurre regole molto strette, per limitare la connessione tra debito sovrano e solidità delle banche, cui l’Italia comprensibilmente si oppone, ma per il momento con argomenti che non sono sufficienti per convincere i Paesi del Nord.

Una volta stabilite le priorità e spiegato (come del resto avviene da anni) che l’austerità può essere una necessità tattica, ma non un principio fondatore, l’Italia deve adoperarsi per rinforzare la propria credibilità. Difficile immaginare che sforare il limite del 3% possa servire: come dimenticare che il deficit fiscale equivale ad indebitamento e che un annuncio di questa natura accrescerebbe ulteriormente le spese per interessi? Pressoché impossibile poi per un Paese “cambiare la politica monetaria” dell’Eurotower: che è indipendente per preservare il valore della moneta e tutelare il risparmio, per cui attaccarne l’autonomia può tutt’al più incrementare le chances che il successore di Draghi sia tedesco. Per mutualizzare la protezione contro la disoccupazione è fondamentale preservare le riforme che hanno consentito almeno in parte di migliorare il funzionamento del mercato del lavoro.

Non si tratta certo di andare a Bruxelles per farsi dettare l’agenda da altri, ma di evitare d’inseguire velleitari propositi, col rischio di rivivere nei prossimi mesi la fallimentare esperienza della Varoufakinomics nel 2015. Un percorso indubbiamente accidentato lungo un sentiero stretto è l’unico percorribile: la Grecia dallo scontro con il resto dell’Eurozona è uscita con le ossa rotte, costretta ad una austerity ancora più draconiana di quella sdegnosamente rifiutata dal ministro delle Finanze di Syriza (nel frattempo riconvertitosi negli hedge funds, noti covi di attivisti no-global).

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