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Dossier | N. 49 articoliFacebook e il datagate

Facebook, Trump e Cambridge Analytica: perché è a rischio la sicurezza dei nostri dati

Il voto come un tubetto di dentifricio. Il paragone non arriva dall'ennesimo manuale sul marketing, ma dagli uffici londinesi di Cambridge Analytica, società di data mining resa celebre per aver collaborato alla campagna elettorale di Donald Trump e oggi nel mezzo di una tempesta mediatica per aver utilizzato impropriamente i dati di milioni di persone. «Convincere qualcuno a votare un partito non è molto diverso da convincerlo a comprare una certa marca di dentifricio» pare ripetesse spesso Richard Robinson, uno dei manager di spicco dell'azienda britannica. Un concetto di marketing estremo che aiuta a chiarire alcuni aspetti di questa vicenda contorta.

Cambridge Analytica appartiene al gruppo SCL, ed è di proprietà del miliardario Robert Mercer, noto per aver sostenuto diverse campagne di candidati conservatori in giro per il mondo. Nel 2014, ai vertici della società c'era Steve Bannon, il celebre spin doctor di Donald Trump, ideologo della destra radicale che ha portato il tycoon alla Casa Bianca.

Oggi Cambridge Analytica è accusata di aver utilizzato illegalmente (o comunque violando le policy di Facebook) i dati di circa 50 milioni di utenti. Utenti che nel mondo reale sono persone. Uomini e donne che si recano alle urne per decidere le sorti dei loro Paesi. Se poi, a tutto questo, si aggiunge che la web agency londinese ha collaborato a due delle campagne elettorali vincenti più importanti dell'ultimo decennio (quella pro Brexit prima e quella di Donald Trump dopo), si intuisce il motivo di tanta attenzione. E c'è un particolare che non deve sfuggire, soprattutto nel caso di Trump. Ora Facebook, a quanto riportano i media statunitensi, sta svolgendo delle indagini interne per stabilire se qualcuno dei suoi dipendenti fosse al corrente della “falla” a favore di Cambridge Analytica. Sotto indagine ci sarebbe Joseph Chancellor, un ricercatore di psicologia sociale assunto dal colosso di Mark Zuckerberg, già venuto in possesso di dati degli utenti nella veste di direttore della Global science research (un’azienda che aveva ottenuto informazioni dai vari profili attraverso quiz sulla personalità).

L'attuale Presidente degli Stati Uniti, la sua partita sui social contro la contendente Hillary Clinton, l'aveva già vinta ben prima delle elezioni. L'analisi delle pagine di Facebook non lasciava scampo alla candidata democratica. Certo, sostenere che il merito fosse tutto di Cambridge Analytica non è provabile. Ma il dubbio è pesante. Nelle ultime ore, a gettare benzina sul fuoco è stato Christopher Wylie, che al Guardian ha raccontato le strategie dell'azienda londinese svelandone l'animo più perfido. Ma quello che emerge con maggior chiarezza da tutta questa storia è un grande interrogativo sulla sicurezza dei nostri dati.

La vera partita è sui dati
Il caso Cambridge Analytica pone una questione fondamentale che tira in ballo pesantemente Facebook. Perché se la società londinese è accusata di aver utilizzato impropriamente i dati di 50 milioni di persone, questi dati arrivano proprio da Facebook, e più in particolare da un'applicazione chiamata “thisisyourdigitallife”. Quanto questa App fosse legale è forse secondario rispetto al problema reale, e cioè alla protezione dei nostri dati sul social network più grande del mondo. E non è un caso che proprio in queste ore, il deputato britannico Damian Collins abbia chiesto a Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, di testimoniare personalmente in un'indagine sull'uso dei social network anche nelle campagne politiche, tra cui il referendum Brexit. Collins ha dichiarato che è giunto il momento che Zuckerberg «smetta di nascondersi dietro la sua pagina Facebook». Parole pesantissime che lasciano poco spazio alle interpretazioni.

Facebook ha sospeso gli account di Cambridge Analytica ma è evidente che non può bastare. Il problema è più ampio e va analizzato alla radice. Molto spesso, proprio su piattaforme come Facebook ci si imbatte in applicazioni banalissime, utilizzate milioni di volte. Strumenti che in un click ci consentono, magari, di trasformare la nostra foto profilo per farci vedere come saremo da vecchi, o a quale celebrità di Hollywood somigliamo. Processi apparentemente innocenti che astutamente possono nascondere insidie pesanti, come la raccolta dei nostri dati: le nostre preferenze, le nostre abitudini, il luogo in cui viviamo, ciò che facciamo. Parti delle nostre vite, dunque. Benzina autentica per chi si occupa di data mining e lavora a influenzare le nostre decisioni. Anche quelle elettorali. Come se un voto fosse un tubetto di dentifricio.

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