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Intervista a Le Maire: «Sui dazi Trump sbaglia bersaglio. Il…

INTERVISTA AL MINISTRO FRANCESE DELL’ECONOMIA

Intervista a Le Maire: «Sui dazi Trump sbaglia bersaglio. Il vero problema è la Cina»

PARIGI - La sede del ministero delle Finanze francese, nel XII arrondissement di Parigi, è nota con il nome del quartiere: Bercy. Fu costruita negli anni Ottanta. Il destino è talvolta incredibilmente ironico. Da qui passava alla fine del Settecento la cinta daziaria della capitale francese, le Mur des fermiers généraux. Erede del fermier général pre-rivoluzionario è oggi Bruno Le Maire, 48 anni, che dopo un periodo nel neo-gollismo ha aderito a La République en marche di Emmanuel Macron. Incontrando nel suo ufficio un gruppo di giornali europei tra cui Il Sole 24 Ore, il ministro delle Finanze francese ha parlato tra le altre cose di commercio internazionale e delle prossime elezioni europee. All’Italia, in attesa di governo dopo il voto del 4 marzo, dice a proposito delle trattative su una riforma della zona euro: «Vogliamo avanzare. Sosteniamo dall’inizio la volontà espressa dal presidente Donald Tusk (del Consiglio europeo, ndr) a favore di un accordo sul quadro di riforma della zona euro al Consiglio di giugno. Dobbiamo riuscirci, non possiamo mancare questo appuntamento. Mi auguro che l’Italia abbia un governo il più velocemente possibile. Vogliamo lavorare il più strettamente possibile con i nostri amici italiani su tutti questi argomenti».

La Francia ha proposto un ministro delle Finanze e un bilancio della zona euro. Sembra che nessuno ne voglia sentir parlare. È così?
Nessuno? Il presidente Macron sì, e la Francia anche. Non è vero che nessuno ne vuole sentire parlare. Il presidente è stato eletto su un programma di riforma dell’unione monetaria. Si è impegnato nei confronti degli elettori. Francia e Germania si sono impegnate a presentare entro giugno una agenda di riforma. Siamo stati rallentati dalle elezioni tedesche e abbiamo perso tre mesi durante i quali decisioni avrebbero potuto essere prese. Ora le cose devono avanzare concretamente.

Otto Paesi del Nord Europa hanno pubblicato di recente una lettera aperta, indicando non poche condizioni sul futuro dell’integrazione, in particolare l’unione bancaria. I paesi firmatari dicono che bisogna concentrarsi «su ciò che è utile, non su ciò che è bello».
Tutti i Paesi in Europa possono esprimere posizioni e preoccupazioni. Spesso è stato così e abbiamo trovato un compromesso. Il presidente Macron ha presentato in settembre alla Sorbona la propria visione dell’Europa che noi difendiamo perché crediamo sia l’unico modo per giungere a una zona euro veramente integrata e stabile. Discuteremo tutti insieme della riforma della zona euro. Osservo che l’iniziativa di cui mi ha parlato è singolare: associa Paesi della zona euro e paesi dell’Unione. Non credo sia il modo migliore per fare avanzare le cose, prendendo posizioni prima ancora di parlarne con i partner col rischio di creare tensioni inutili.

Lei ha appena incontrato il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz per la prima volta da quando è stato nominato. Come è andato il vostro incontro?
Molto bene. Come le dicevo, Francia e Germania vogliono da qui a giugno presentare una agenda di riforma della zona euro. Prima di precipitarci verso eventuali soluzioni, abbiamo deciso un calendario e un metodo. Stiamo lavorando al completamento dell’unione bancaria, a una armonizzazione dei mercati dei capitali, a una convergenza delle basi imponibili a livello fiscale. Siamo rimasti fermi per troppo tempo. Ora è tempo di avanzare.

Parigi e Berlino puntano nella stessa direzione. Ma hanno gli stessi obiettivi?
Condividiamo la stessa visione politica. Siamo convinti che dobbiamo puntare su una migliore integrazione. Grazie alla crescita economica è giunto il momento di avanzare concretamente. Vi sono differenze su alcuni aspetti, ma siamo animati da uno spirito di compromesso. In un mondo segnato dalla Cina e dagli Stati Uniti, l’Europa deve potersi imporre come potenza economica a pieno titolo. Oggi l’Europa è divisa tra chi vuole una zona euro più forte e più stabile, e gli altri.

Da che parte sta l’Italia?
Aspettiamo con molta attenzione quale governo e quale maggioranza emergeranno dalla scelta sovrana degli italiani. Evidentemente per noi è un elemento decisivo. L’Italia è un paese importante in Europa. Un paese molto vicino alla Francia per ragioni politiche, economiche e culturali molto forti. La Germania e la Francia hanno una responsabilità storica di mostrare una leadership in Europa. Ma questa coppia non è esclusiva. Dobbiamo lavorare con tutti gli stati membri, e in particolare prima di tutto con la Spagna e l’Italia, le altre due grandi potenze economiche dell’Unione europea.

La Francia è pronta ad aspettare la formazione di un governo italiano per discutere a tre con la Germania, o a quattro anche con la Spagna, della riforma della zona euro?
Vogliamo avanzare. Sosteniamo dall’inizio la volontà espressa dal presidente Donald Tusk (del Consiglio europeo, ndr) a favore di un accordo sul quadro di riforma della zona euro al Consiglio di giugno. Dobbiamo riuscirci, non possiamo mancare questo appuntamento. Mi auguro che l’Italia abbia un governo il più velocemente possibile. Vogliamo lavorare il più strettamente possibile con i nostri amici italiani su tutti questi argomenti.

Sul fronte dell’unione bancaria si continua a cercare un equilibrio tra riduzione dei rischi e condivisione dei rischi nei bilanci bancari in modo da chiudere il cerchio e adottare una garanzia in solido dei depositi.
Rifiuto categoricamente la distinzione tra i tedeschi a favore della riduzione dei rischi e i francesi a favore di una condivisione dei rischi. È un’assurdità! Voglio essere chiaro: il ministro delle Finanze francese è favorevole alla riduzione dei rischi! Sono responsabile del denaro dei contribuenti francesi ed europei. Ciò detto, credo che nel momento in cui si stanno riducendo i rischi nei bilanci bancari sia possibile essere capaci di meglio condividere i rischi nell’interesse della crescita di una impresa, della stabilità della zona euro e dell’allargamento del mercato europeo.

Ha in mente un obiettivo cifrato di riduzione dei crediti in sofferenza?
Non avrebbe senso parlarne pubblicamente, perché complicherebbe inutilmente le trattative. Vorrei sottolineare che le sofferenze bancarie devono essere valutate quantitativamente, ma anche qualitativamente. Vi sono crediti fragili, e altri che sono meno fragili.

Vi sono due aspetti delicati nelle trattative europee: l’ipotesi di introdurre una ristrutturazione automatica del debito pubblico quando un paese riceve l’aiuto comunitario e l’idea di porre limiti all’esposizione delle banche al proprio debito sovrano per evitare circoli viziosi tra bilanci bancari e bilanci sovrani. Entrambe proposte nella lettera degli otto paesi di cui abbiamo parlato prima. Che posizione ha la Francia?
Sono argomenti complicati che non devono essere eccessivamente semplificati. Sul primo aspetto, siamo totalmente contrari, perché una tale regola creerebbe catastrofiche aspettative di mercato. Lo abbiamo visto in passato. Chi propone oggi questa soluzione l’aveva rifiutata quando scoppiò la crisi. Bisogna essere coerenti. Bisogna avere idee che facciano fare progressi e non solo per bloccare. Sul secondo aspetto, possiamo parlarne. È una preoccupazione legittima. Ma bisogna rifletterci in un quadro internazionale.

Tra i capitoli studiati da Parigi e Berlino vi è l’idea di armonizzare la base imponibile dei due paesi, per poi allargare il quadro all’intera zona euro.
Vogliamo lottare contro il dumping fiscale. Nel lungo termine, il vero rischio per l’Europa è che i paesi si facciano una concorrenza a morte riducendo sempre di più le imposte per attirare investimenti a danni del vicino. Se continuiamo così, ossia a farci una guerra fiscale, non vi sarà più Europa. La convergenza fiscale è vitale. Mi rendo conto che è molto complicato, anche perché la partita in gioco è considerevole.

Parliamo ora di commercio. Vi sono differenze di spirito tra Francia e Germania su come affrontare il rischio di dazi americani sull’acciaio e l’alluminio?
Non mi sembra. Crediamo sia necessario avere una risposta forte dinanzi agli annunci americani. Certo vi è da parte tedesca una preoccupazione particolare. D’altro canto, metà dell’attivo commerciale europeo nei confronti degli Usa è tedesco. Vogliamo evitare una escalation o l’apertura di negoziati globali sull’interscambio con gli Stati Uniti. Attaccando l’Europa sul fronte commerciale, Washington sbaglia bersaglio. Il problema è la sovracapacità siderurgica cinese.

Teme che gli Stati Uniti vogliano rinnegare un commercio internazionale basato su regole e norme?
Il quesito è semplice: i dazi sull’acciaio e l’alluminio sono un punto di partenza o una questione isolata? Non lo so... Da decenni l’America mostra talvolta spinte isolazioniste: anche Bill Clinton, George W. Bush e Jimmy Carter annunciarono aumenti tariffari. Se dietro alla scelta dell’Amministrazione Trump si nasconde una nuova strategia, allora la mossa sarebbe il preludio a una guerra commerciale globale, con rischi assai più gravi. Ecco perché bisogna reagire subito e fermamente.

Una ultima domanda: come valuta il voto europeo del 2019?
La posta in gioco è importante. Assolutamente importante, in Francia e ovunque in Europa. La partita sarà tra le forze nazionaliste e le forze europee. Chi vincerà? Questa è la domanda delle elezioni del 2019. Poiché conosciamo la posta in gioco, chi crede alla forza dell’Europa deve contribuirvi con idee chiare, soluzioni e decisioni. Se arriviamo nel giugno 2019 senza aver potuto avanzare sulla tassazione delle imprese digitali sulla convergenza fiscale, sull’integrazione della zona euro sarà difficile spiegare agli elettori di votare per noi. In questo senso, possiamo e dobbiamo ottenere risultati sulla riforma dell’unione economica e monetaria, tra cui l’unione bancaria, entro il prossimo mese di giugno. Abbiamo bisogno di queste riforme per consolidare un’Europa che deve essere prima di tutto una Europa dell’investimento e della crescita. Credo fermamente a questa visione, e so che molti in Italia la condividono. Noi la costruiremo con l’Italia.

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