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Entrate fiscali a rischio: ecco perché Dublino dice no alla web…

dalle multinazionali metÀ del gettito

Entrate fiscali a rischio: ecco perché Dublino dice no alla web tax

A guidare il fronte dei contrari alla web tax c’è uno dei Paesi da tempo osservati speciali della Commissione europea in materia fiscale: l’Irlanda. A cui fanno compagnia altri Stati, perlopiù di piccole dimensioni, finiti pure nel mirino di Bruxelles negli anni recenti: Olanda, Lussemburgo, Malta e Cipro. «L’Irlanda è impegnata per una riforma globale della tassazione - ha subito commentato il premier Leo Varadkar -. Tuttavia crediamo che servano soluzioni globali. Pertanto, l’Unione europea dovrebbe aspettare che l’Ocse completasse il suo lavoro prima di decidere come agire».

Al di là di queste motivazioni articolate e di ordine globale, in realtà, Dublino teme di subire un danno nazionale . Da tempo la capitale irlandese ospita il quartier generale europeo delle principali multinazionali americane dell’ hi-tech - da Google a Twitter, da Facebook ad Airbnb - grazie prima di tutto a un regime fiscale favorevole, che impone una corporate tax del 12,5% sui profitti societari. Molti di questi giganti la scelgono proprio perché, tassando gli utili europei in Irlanda,ottengono un innegabile risparmio, che rischia di essere quantomeno diluito con l’introduzione di una tassa nazionale del 3% sul fatturato.

Per capire la posta in gioco, basta dare un’occhiata a qualche statistica del Dipartimento delle Finanze irlandese. Tra il 2010 e il 2016, circa l’80% degli introiti derivanti dalle imposte societarie è stato versato dalle multinazionali; nel solo 2016, metà di questo gettito è stato originato dalle venti maggiori multinazionali presenti nel Paese. E nel 2017 la corporate tax ha fruttato alle casse irlandesi quasi 8 miliardi, il 15% del gettito fiscale complessivo del Paese.

L’Irlanda non è sola nella sua battaglia contro la web tax, che peraltro per essere approvata richiede l’unanimità tra i Paesi Ue, a meno che non si riescano a studiare forme di cooperazione rafforzata. Con Dublino si schierano alcuni Paesi dell’Europa settentrionale e centrale, che sostengono anche che la Ue non ha il diritto di interfererire nei sistemi di tassazione nazionali. Mentre tra i grandi Paesi, sostanzialmente favorevoli, vacilla la Germania, che teme di inasprire i già difficili rapporti con gli Stati Uniti, i cui campioni hi-tech verrebbero colpiti. La battaglia è appena iniziata.

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