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I segnali distensivi di Pechino affamata di know how

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I segnali distensivi di Pechino affamata di know how

Il presidente cinese Xi Jinping (a sinistra) e il premier Li Keqiang alla conferenza di chiusura   della prima sessione del 13° Congresso nazionale
Il presidente cinese Xi Jinping (a sinistra) e il premier Li Keqiang alla conferenza di chiusura della prima sessione del 13° Congresso nazionale

Solo chi ha una conoscenza superficiale della Cina è rimasto sorpreso dei contenuti della conferenza stampa di ieri tenuta dal premier Li, improntata a toni del tutto distensivi rispetto all’Occidente e agli Usa. In particolare, con tempismo perfetto, è stata esplicitata dal numero due di Pechino la volontà di proseguire con decisione nell’apertura del mercato cinese con riferimento al mondo dei servizi – in primis quello finanziario e della sanità -, di quello manifatturiero e dei beni di largo consumo.

In termini concreti, tutto questo si tradurrebbe nella rimozione del vincolo a costituire joint venture con partner cinesi in specifici settori – come quello dell’automotive –, nell’abbassamento degli alti dazi tariffari relativamente ad alcune categorie merceologiche e nel rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Perché questo atteggiamento non è sorprendete e anzi è opportuno? Vi sono motivazioni di politica internazionale e di natura più squisitamente economica, sia in ambito domestico che globale.

Sul fronte politico, infatti, la Cina prosegue in questo modo – in continuità con il discorso del 2017 di Xi a Davos – il percorso di progressivo accreditamento di super potenza che intende ergersi a paladina del libero scambio e della globalizzazione a fronte di una politica commerciale di Trump che va in direzione diametralmente opposta. Nel contempo lancia un segnale distensivo al presidente americano segnalando interventi proprio negli ambiti giudicati maggiormente critici da Washington: ovvero l’affermazione di una prospettiva di reale reciprocità dei meccanismi di accesso ai rispettivi mercati e rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Ma vi sono anche ragioni profonde di natura economica. La Cina ha infatti ancora grande bisogno degli Usa e dei Paesi Occidentali. In primo luogo sul versante tecnologico; se è infatti vero che il rispetto (eventuale) degli obiettivi di Made in China 2025 porterà la Cina ad essere leader tecnologico in un certo numero di settori industriali, è altrettanto evidente che la strada da percorrere è ancora lunga e il sistema industriale cinese non è ancora in grado di procedere autonomamente: a fronte di una quasi leadership riconosciuta sul fronte digitale – si pensi alle tecnologie di intelligenza artificiale e machine learning - le imprese cinesi scontano un significativo svantaggio comparato sulle tecnologie di base. È questo evidente, ad esempio, con riferimento allo smart manufacturing dove i cinesi guardano con grandissima attenzione a Germania e Italia in quanto possessori di quel know how, riguardante le tecnologie meccaniche, che le imprese di Pechino non hanno saputo ancora sviluppare e rispetto al quale vorrebbero giocare la partita dell’integrazione con le tecnologie digitali dove ritengono di vantare una posizione di leadership. Vi è in secondo luogo da considerare che la Cina non può assolutamente permettersi uno scontro commerciale troppo aspro con Usa e Europa in quanto i consumi interni – per quanto in crescita – non sono ancora in grado di assorbire la capacità produttiva delle imprese dell’ex Impero di Mezzo; i mercati occidentali, in questo senso, rappresenteranno ancora per un significativo numero di anni, un canale di sbocco commerciale indispensabile a sostenere la competitività del sistema industriale locale.

Vi è infine una ragione di tipo interno. Affermando, infatti, che verranno rispettati i diritti di proprietà intellettuale e che player stranieri potranno più facilmente entrare in Cina, la leadership di Pechino lancia un segnale alla propria classe imprenditoriale che potrebbe essere così riassunto: chi vuole investire in innovazione non vedrà vanificati i propri investimenti e nel contempo dovrà assumere l’obiettivo dell’upgrade tecnologico come imprescindibile visto che sarà più agevole l’entrata nel mercato locale da parte di aggressive imprese estere.

Insomma, il quadro delle dichiarazioni di questi giorni è perfettamente coerente con il piano di medio lungo periodo di Xi e Li: l’innovazione è il nuovo mantra della politica economica cinese, ma non è un obiettivo che può essere perseguito esclusivamente per vie interne e solo dal Partito. Servono sforzi diffusi – a livello di industria locale – e il supporto di Paesi terzi rispetto ai quali lo scambio è sempre lo stesso: accesso al mercato a fronte del trasferimento (parziale) di know how.

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