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La Fed di Powell alza i tassi e prosegue con la stretta

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POLITICA MONETARIA

La Fed di Powell alza i tassi e prosegue con la stretta

La Federal reserve ha alzato i tassi di interesse: il corridoio del costo ufficiale del credito è salito all’1,5-1,75% ( dall’1,25%-1,50%) come ampiamente previsto dai mercati. Sembra però un po’ meno ottimista sulle condizioni dell’economia: l’attività - spiega il comunicato di oggi - è cresciuta a «un ritmo moderato», mentre a gennaio la crescita appariva «solida». In particolare, l’andamento dei consumi delle famiglie e degli investimenti «hanno rallentato rispetto al forte andamento del quarto trimestre» del 2017, quando però il pil è salito del 2,5% dopo due trimestre chiusi a un ritmo superiore al 3 per cento. In ogni caso, i rischi restano «bilanciati» e la stretta proseguirà a un ritmo «graduale».

Una stretta più ampia
Graduale ma più ampia. I «dots», le previsioni dei governatori sul futuro andamento dei tassi ufficiali, sono rimaste invariate per il 2018. Si prevedono quindi altri due rialzi, fino al 2-2,25%. Per il 2019, invece, la mediana punta al 2.75-3%, mentre a dicembre indicava il 2,75%, mentre la media delle stime - meno precisa - ha toccato il 3 % (dal 2,78%). È un rialzo in più. L’incertezza dei governatori su queste proiezioni, oltretutto, è diminuita.

Ritoccato l’obiettivo di lungo periodo
Alla fine dell’anno prossimo, dunque, il costo ufficiale del credito potrebbe aver raggiunto il livello di lungo periodo, neutrale - o, se lo si guarda da un altro punto di vista, l’obiettivo della Fed, leggermente salito al 2,75%-3% dal 2,75%. Nel 2020, si potrebbe passare a un orientamento restrittivo, da quello espansivo (o accomodante) di oggi: i governatori puntano per la fine di quell’anno al 3,25,m dal 3% indicato a dicembre e il 2,75-3% a settembre 2017. Due componenti del comitato di politica monetaria immaginano addirittura che il Fed funds rate possa salire oltre il 4% (e fino al 4,75%-5%).

Inflazione oltre il 2% nel 2020
L’ampliamento della stretta è legato alle migliori proiezioni di crescita, malgrado le indicazioni prudenti del comunicato: le previsioni puntano a un aumento del Pil del 2,7% (dal 2,5% di dicembre) per il 2018, del 2,4% (dal 2,1%) per il 2019 mentre resta invariata al 2% la stima del 2020. Il tasso di disoccupazione potrebbe calare nel 2019 e nel 2020 al 3,6%, dall’attuale 4,1%, mentre l’inflazione tra due anni potrebbe salire poco oltre l’obiettivo del 2%, al 2,1 per cento. I fondamentali - ha aggiunto il presidente Jerome Powell al la sua prima conferenza stampa - restano «solidi» e l’economia non è mai stata così bene negli ultimi 10 anni.

Una Fed più restrittiva?
Powell ha ripetuto che la stretta proseguirà a ritmi graduali ma ha anche voluto aggiungere che «alzare i tassi troppo lentamente farebbe aumentare il rischio che la politica monetaria debba diventare bruscamente restrittiva e questo danneggerebbe l’espansione economica». «Stiamo cercando di prendere una via di mezzo - ha poi precisato - e questa consiste nell’alzare i tassi gradualmente fino a quando l’economia proseguirà sul suo percorso». Più volte, durante la conferenza stampa, il presidente ha invitato a non dare troppa importanza alle proiezioni sui tassi e alle mediane da esse ricavate, che sono la mera «compilazione» dei dati giunti dai singoli governatori.

Sorpresa per la moderazione salariale
Spazio relativamente limitato ha avuto, durante la conferenza stampa, il tema dell’inflazione e delle sue cause. Powell ha spiegato di essere «sorpreso» del fatto che i prezzi non abbiano accelerato a causa della bassa disoccupazione, ma nello stesso tempo ha giustificato la moderazione salariale ricordando che le retribuzioni sono la somma delle variazioni nella produttività e nei prezzi, piuttosto. «Da un certo punto di vista ha senso», ha detto, che i salari non si muovano troppo velocemente.

Ancora non chiari gli effetti dei tagli alle imposte
Powell non ha voluto collegare le migliori proiezioni di crescita, e il leggero aumento del tasso di lungo periodo, alle riforme fiscali di Trump. Troppo presto. «È possibile - ha detto - che il tasso neutrale si muova verso l’alto, per esempio, per una maggiore espansione fiscale. Ci sono ricerche che dicono questo, e ci sono ragioni perché possa avvenire proprio questo». In ogni caso, «parlando in generale - ha aggiunto - il Comitato pensa che il tasso neutrale di interesse è ancora piuttosto basso e che non sembra essersi mosso verso alto, anche se è aperto alla possibilità che questo accada».

Governatori divisi sugli effetti della riforma fiscale
Oltre a stimolare la domanda, ha poi continuato Powell, i tagli fiscali potrebbero incentivare gli investimenti e, per questa via, potrebbero aumentare la produttività (e quindi la crescita potenziale e il tasso neutrale di interesse). Anche se il costo del capitale - ha ricordato - è solo uno dei fattori presi in considerazione dalle imprese nelle loro decisioni. I governatori, ha infine rivelato, sono molto divisi sul tema, anche se tutti pensano che i tagli alle imposte potranno avere un qualche effetto sulla crescita per tre anni circa.

Nessun cambiamento dopo i dazi di Trump
Anche la nuova politica protezionistica di Donald Trump è stata discussa dal Comitato di politica monetaria. «Non c’è stata nessuna indicazione - ha detto Powell - che le novità nella politica commerciale debbano avere effetti sulle attuali prospettive». Nello stesso tempo, alcuni governatori «hanno riferito le loro conversazioni con gli imprenditori», secondo i quali, «la politica commerciale è diventata per loro una preoccupazione». Anche per i componenti del comitato, ha poi ammesso, i dazi sono un rischio, ora diventato «più rilevante», per le prospettive di crescita.

Nessun rischio alla stabilità finanziaria
«Moderate» sono intanto le vulnerabilità del sistema finanziario. Nelle grandi istituzioni finanziarie «si vedono capitali elevati, una più ampia liquidità, una maggiore consapevolezza dei rischi e una maggiore capacità di gestirli con gli stress test». Oltre a questo «non si vede un elevato leverage o un’eccessiva assunzione di rischi, come si è invece avuta prima della crisi». È vero, ha aggiunto, che alcune azioni e alcuni immobili commerciali hanno prezzi più alti rispetto ai parametri di lungo periodo, ma si vede nulla nel genere per le abitazioni, «e questo è cruciale».

Tassi alti ed elezioni
Powell ha anche voluto ribadire l’indipendenza della Banca centrale dalla Casa Bianca. I rialzi dei tassi alla vigilia delle elezioni di mid-term di novembre - potenzialmente poco graditi a Trump come a qualunque governo - «non mi tengono certo sveglio la notte. Noi - ha aggiunto - non seguiamo il ciclo elettorale: guardiamo con attenzione alle nostre responsabilità, la massima occupazione e la stabilità dei prezzi».

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