Mondo

La tregua con l’Ue avvia il negoziato

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi|Il dialogo europa - usa

La tregua con l’Ue avvia il negoziato

Pericolo scampato? Non ancora. Però l’esenzione dai dazi su acciaio e alluminio che il presidente Trump ha per ora accordato all’Europa, in attesa della conclusione dei negoziati bilaterali, allontana lo spettro di una guerra commerciale transatlantica e globale.

La prima giornata del vertice dei capi di Stato e di Governo Ue si è così chiusa a Bruxelles con un segnale positivo. Almeno per tre ragioni: la ripresa economica che si va rafforzando dovunque nel mondo, Stati Uniti ed Europa in testa, non ha bisogno di inciampare in barricate protezionistiche, turbolenze negli scambi e tensioni valutarie, come ha ribadito ieri anche il presidente della Bce, Mario Draghi.

In questa fase di radicali rivolgimenti del vecchio ordine mondiale sul piano politico ed economico, l’Occidente non ha bisogno di perdere forza e coesione interna sotto la spinta di una solidarietà inter-atlantica resa più fragile e incerta.

Ma è la terza la ragione che conta più di tutte le altre. Per quanto temporanea, la tregua di Trump mette ordine nella scala dei suoi bersagli e priorità: non è l’Europa, non sono Canada, Messico, Brasile, Argentina, Australia o Corea del Sud il suo primario campo di battaglia per ottenere più equità nella dinamica del commercio internazionale.

La crociata decisiva oggi ha un solo nome e molto pesante: Cina. Per riuscire a ridurre a più miti consigli il colosso coriaceo e riluttante dimostratosi, da quando è entrato nel Wto nel 2001, impermeabile a tutte le pressioni disgiunte di Stati Uniti ed Europa, forse è ora di cambiare strategia e anche di provare con il gioco di squadra.

E questo mentre sembra diventare più chiaro l’approccio della Casa Bianca: il suo protezionismo non è il fine ma il mezzo. I dazi per quasi 60 miliardi di dollari che colpiscono una serie di prodotti tecnologicamente più avanzati (robotica, aerospaziale, treni ad alta velocità, ecc.), sono la clava indispensabile per convincere gli “amici cinesi” che questa volta gli Stati Uniti fanno sul serio e vogliono negoziare con un interlocutore non più sfuggente e inaffidabile ma conscio che la pacchia è finita.

Dunque, basta alla tolleranza per il commercio condotto con le carte truccate: sistematica rapina della proprietà intellettuale altrui, massicce sovvenzioni pubbliche all’industria che hanno creato abnormi surplus produttivi e devastanti sconquassi mondiali nell’acciaio, alluminio e altrove. Basta alle barriere impenetrabili agli investimenti esteri, alle licenze regolarmente negate e alle altre multiformi chiusure del mercato interno cinese.

Il bastone ma anche la carota: l’esplicita volontà americana di negoziare per bloccare «un’aggressione economica» che ha fatto esplodere il deficit commerciale con la Cina quasi a 400 miliardi di dollari: ci saranno perciò 60 giorni di consultazioni bilaterali con Pechino prima di far scattare i dazi.

Ma l’ambizione di Trump di rifondare l’ordine commerciale su regole più giuste ed equilibrate non si ferma alla Cina, piuttosto “parla a nuora perché suocera intenda”. «Tutti i partner vogliono negoziare con gli Stati Uniti», segno che l’arma dei dazi è la pistola sul tavolo per tutti, alleati o no.

Insomma, l’Europa non si illuda: non ci sarà grazia per nessuno sul fronte commerciale. Certo, una delle condizioni poste dal presidente per ammorbidirsi un po’ è lavorare insieme per strappare a Pechino un solido impegno al rapido taglio della sua sovraccapacità produttiva, prima di tutto nella siderurgia. Un patto del genere sarebbe nell’interesse comune ma prima di tutto della Ue per evitare di ritrovarsi inondata dei surplus cinesi bloccati alla frontiera Usa.

Ma le richieste della Casa Bianca vanno ben oltre: pretende che anche l’Europa abbatta le sue barriere all’ingresso del made in Usa, soprattutto per i prodotti agricoli. Vede nella sua annunciata introduzione unilaterale della digital tax sui giganti del web, senza aspettare una decisione Ocse o G-20, un attacco indiretto alle società Usa. E nell’enorme surplus commerciale tedesco una iattura uguale a quella cinese.

Resta che il dialogo euro-americano non può prescindere dalla variabile Nato, dall’equazione del patto di sicurezza collettiva. Soprattutto oggi che i “veleni” della Russia di Vladimir Putin, ma non solo, ne fanno di nuovo una presenza inquietante sullo scacchiere mondiale. Detto questo, anche in questo caso la presidenza Trump resta un partner più esigente e non più disposto a tollerare il relativo disimpegno europeo sulle spese militari.

Per la Cina ieri la festa commerciale è finita. Ma per l’Europa si sta sbiadendo nel ricordo il “buonismo” del gigante americano del dopoguerra. La tregua di Trump non è altro che il principio di un negoziato difficile che, per evitare i dazi, dovrà concludersi per tutti con una serie di concessioni tutt’altro che simboliche. Solo intelligenza politica e realismo di tutti i protagonisti potranno evitare la guerra commerciale, per ora solo rimandata, e costruire un commercio migliore.

© Riproduzione riservata