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L’infermiere italiano a Londra: «Peccato per Brexit, qui il…

la storia di alessandro borca

L’infermiere italiano a Londra: «Peccato per Brexit, qui il merito viene premiato»

Brexit sta mettendo in ginocchio il servizio sanitario nazionale britannico (Nhs). La crisi del sistema, indebolito da anni di austerità e tagli, è iniziata ben prima del referendum sull’Unione Europea, ma l’esodo di decine di migliaia di medici e infermieri di Paesi Ue la sta aggravando. Sono circa 200mila i cittadini Ue che lavorano per l’Nhs a livello nazionale, concentrati soprattutto a Londra e dintorni. In Inghilterra 100mila assistenti sociali, 20mila infermieri e 11mila dottori - un medico su dieci – provengono da un Paese Ue.

Questi numeri sono ora in calo, sia perché molti europei hanno preferito lasciare la Gran Bretagna e cercare lavoro altrove, sia perché chi parte non viene sostituito. Gli arrivi dalla Ue sono drasticamente crollati. Secondo il Royal College of Nursing (Rcn), che rappresenta 435mila infermieri, al marzo 2017 c’era stato un crollo del 92% nelle registrazioni di infermieri dai 27 Paesi Ue in Inghilterra a causa del «incapacità del Governo di dare ai cittadini Ue alcuna rassicurazione sul loro futuro». La situazione è preoccupante, afferma Janet Davies, chief executive dell’Rcn: «Il numero di infermieri da Paesi Ue è crollato negli ultimi diciotto mesi. In alcuni ospedali Nhs, una persona su 5 ha un passaporto europeo. Se Brexit ci porterà al precipizio, la prima a cadere sarà l’Nhs».

L’esodo è dovuto a una serie di fattori, spiega Alessandro Borca, infermiere specializzato e rappresentante dell’Rcn: «Oltre all’incertezza sui nostri diritti futuri, compreso il diritto a vivere e lavorare in Gran Bretagna, c’è stato un cambiamento di clima, con un’ostilità a volte palese verso gli stranieri, episodi di razzismo e intolleranza da parte di pazienti, e sullo sfondo la crisi dell’Nhs che rende più difficile il lavoro quotidiano».

Questo inverno è stato il peggiore della storia dell’Nhs, con uno scontro quotidiano tra mancanza di fondi e aumento della domanda. «Facciamo turni massacranti di 12,5 ore al giorno e la mancanza di personale sta diventando un rischio per i pazienti, - racconta Borca. – Brexit sta pesando parecchio. Negli ultimi mesi ho visto molti colleghi italiani tornare perché non hanno resistito allo stress e all’incertezza sulle prospettive. Purtroppo temo che questo trend non potrà che accelerare, saranno sempre in più a partire e in meno ad arrivare».

Borca è un italiano di Vittorio Veneto che, dopo la laurea a Padova con 110 e lode, un master di un anno in salute mentale a Trieste e un periodo da Carabiniere, ha iniziato a lavorare in Italia cercando di costruirsi una carriera. Dopo quattro anni, nel 2014, frustrato dalle difficoltà, ha deciso di trasferirsi in Inghilterra, con già un lavoro in tasca conquistato a distanza, con un test scritto e un colloquio telefonico.

«Ho lasciato l’Italia per necessità, perché non c’era la possibilità di costruirmi un futuro professionale, - racconta. - Quello che ho trovato in Inghilterra sono state le opportunità. In meno di quattro anni di vita qui ho avuto un’ascesa professionale che ancora continua perché mi è stata data la possibilità di dimostrare quello che so fare».

Dopo esperienze di lavoro nel Norfolk e a Cambridge, Borca lavora ora a Londra all’University College Hospital, legato a Ucl, una delle più prestigiose università britanniche, ha pubblicato un lavoro e partecipa a studi internazionali multicentrici su terapie sperimentali per pazienti sierpositivi. È infermiere specializzato e abilitato a prescrivere medicine, cosa che in Italia non è consentita.

«In Italia le specializzazioni che sono state create con il master non sono riconosciute a livello contrattuale o salariale, - spiega. – Dominano ancora i baroni, mentre qui vige la meritocrazia. In Italia il rapporto tra medici e infermieri è di servilismo, mentre in Inghilterra è di collaborazione e rispetto reciproco. Fin dai tempi di Florence Nightingale gli infermieri sono stimati e considerati la spina dorsale della sanità e c’è uno spirito di servizio e un senso di comunità che in Italia mi sembra stiamo perdendo».

“In Italia il rapporto tra medici e infermieri è di servilismo, in Inghilterra è di collaborazione e rispetto reciproco”

Alessandro Borca 

L’obiettivo di Borca è continuare la sua formazione con un dottorato di ricerca e andare avanti sul suo percorso professionale: «Nonostante la crisi dell’Nhs, continuano a investire su di me. Sono appena stato a Berlino per lavoro, l’anno prossimo andrò a Singapore per presentare un lavoro. La mia crescita professionale continua, lavoro tantissimo ma sono contento».

Per questo, nonostante le incertezze legate a Brexit, nonostante la crisi del sistema sanitario britannico, nonostante le mille difficoltà quotidiane, Alessandro resterà a Londra. Però dice: «Se ci fosse la possibilità di vedere riconosciuti il mio ruolo e le mie competenze, tornerei in Italia subito».

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