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Dossier | N. 49 articoliFacebook e il datagate

Facebook alla sbarra, le scuse di Zuckerberg al Congresso: più regole per tutelare utenti

NEW YORK - Cinque ore. È durata tanto l'audizione di Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, davanti al Senato americano. Cominciata dopo le 14,30 ora locale a Washington, si è protratta fino alle 19,30. Un vero e proprio interrogatorio, visto che il testimone era uno solo. Che ha mostrato il cambio del clima nei confronti dei colossi di Internet e padroni della frontiera digitale: il fondatore e chief executive del re dei social network, nonostante le scuse e le promesse di riforme interne - e persino di accettare regolamentazioni ragionevoli - e' stato sottoposto a un fuoco di fila di domande, dubbi e critiche sull'incapacita' dimostrata di prevenire e combattere gli scandali della violazione nelle privacy degli utenti e della manipolazione delle fake news a scopi politici e elettorali. I senatori ripetutamente hanno invocato la necessita' di nuove normative e supervisioni in mancanza di correzioni di rotta - fino a sollevare lo spettro anche di interventi antitrust - pur senza apparire per ora unanimi nel proporre reali passi legislativi. Oggi Zuckerberg, nella seconda parte delle audizioni, risponderà ai deputati della Camera.

Zuckerberg ha ribadito le proprie scuse per gli scandali che hanno scosso Facebook e promesso migliori controlli su raccolta e uso di dati e informazioni personali degli utenti. “Non e' sufficiente costruire nuovi strumenti. Dobbiamo assicurarci che vangano usati per fini giusti. E questo significa che dobbiamo avere un atteggiamento piu' attivo nel pattugliare il nostro l'ecosistema”. Ha aggiunto di “non essere contrario a normative giuste. Il dibattito non deve essere tra posizioni pro o contro regole, ma su quali regole servano”. Zuckerberg ha indicato di vedere con favore, ad esempio, gli sforzi europei a difesa della privacy. Ha però avvertito che occorre evitare eccessi - le aziende “devono poter innovare”. E ha negato che Facebook sia un monopolio e richieda quindi interventi antitrust: alla domanda se l'azienda abbia una posizione dominante ha dichiarato di “non sentirsi affatto un monopolista” e ha precisato che in media gli americani usano otto diverse App per tenersi in contatto tra loro.

L'atteggiamento calmo e positivo del 33enne chief executive di Facebook è stato accolto con favore almeno da Wall Street: il titolo ha guadagnato il 4,5% a fine seduta. Di recente le azioni erano state sotto pressione per gli scandali e le polemiche sugli abusi ai danni degli utenti, cedendo il 14% in un mese.
Le audizioni al Senato di Zuckerberg, abituato finora a comparse accuratamente orchestrate, sono state tuttavia un difficile test pubblico di leadership e credibilità per il giovane e potente top executive, alla guida di un gruppo con oltre due miliardi di utenti e un giro d'affari trimestrale da 13 miliardi. Un test al cospetto di due commissioni congiunte, Commercio e Giustizia, pari a quasi meta' del Senato, 44 esponenti su cento. E sia leader repubblicani, Chuck Grassley e John Thune, che democratici, Dianne Feinstein, hanno sottolineato che non solo il Parlamento ma “l'America e il mondo” sono sintonizzati, visto il raggio d'azione di Facebook e i rischi che comporta. Grassley ha dichiarato che “lo status quo non funziona più, il Congresso deve determinare se e come occorra rafforzare gli standard di privacy per garantire trasparenza a favore dei miliardi di consumatori”.

Tra le arringhe più aggressive si è distinta quella della senatrice democratica Kamala Harris della California, che ha accusato Zuckerberg di eludere le domande e di scarsa trasparenza: ha inchiodato il Ceo quando l'ha costretto ad ammettere che la società aveva deciso coscientemente di tenere nascosti agli utenti gli abusi dei dati personali compiuti da Cambridge Analytica e scoperti fin dal 2015. E ha messo in dubbio apertamente il suo impegno a favore dei diritti degli utenti, sacrificati ai profitti. Il repubblicano John Kennedy della Louisiana non è stato da meno: ha definito le politiche sui diritti degli utenti di Facebook come “una porcheria”.

Il dibattito appare soltanto all'inizio. In un segno delle continue tensioni e possibili sorprese, Zuckerberg ha anche risposto di non “non essere al corrente” del rischio che una societa' quale Palantir, co-fondata dal finanziere conservatore Peter Thiel che e' anche nel board di Facebook, si sia resa responsabile a sua volta di violazioni della privacy usando dati ricavati dal social network come avvenuto nella vicenda di Cambridge Analytica. Il problema di quante violazioni delle privacy ad opera di simili società possano essere avvenute negli anni è rimasto così senza risposta.

Il chief executive ha fatto precedere la testimonianza da un testo diffuso lunedi' nel quale ha lamentato di non aver preso iniziative piu' aggressive contro le violazioni nell'uso di dati personali, portate alla luce proprio dal “caso Cambridge”, che ha al centro la societa' britannica di analisi politica ingaggiata dalla campagna di Donald Trump e impadronitasi irregolarmente di informazioni su 87 milioni di “amici” di Facebook, 70 milioni nei soli Stati Uniti. Zuckerberg ha recitato un ulteriore mea culpa su ritardi nella lotta a notizie false, come emerso nella saga delle infiltrazioni e manipolazione russe durante le scorse elezioni: “Non abbiamo avuto un approccio sufficientemente ampio alla nostra responsabilita'”. Al centro della polemica ha messo se stesso: “È stato un mio errore e me ne scuso”. Soprattutto il Ceo ha cercato di presentarsi al Congresso forte di alcune nuove riforme interne. Ha avviato uno studio per esaminare come i social media siano manipolati a scopi elettorali o politici. Ha imposto giri di vite sulla protezione degli utenti, chiarendo criteri e limitando raccolta e uso di dati. Ha messo al bando troll russi e richiesto trasparenza a inserzionisti che affrontano problematiche delicate. Per verificare sicurezza e contenuti ha al lavoro 15.000 dipendenti, che saranno ventimila entro fine anno.
Zuckerberg ha tuttavia anche riconosciuto che “ci vorra' tempo per realizzare tutte le riforme necessarie”. L'alternativa sono strette di regulation e legislative — su diritti di privacy e immunita' dell'hi-tech per comportamenti di terzi sulle piattaforme; su rafforzamenti della supervisione da parte di agenzie federali quali Ftc e Fcc e sulla disclosure delle modalita' di raccolta e utilizzo dati compresi i preziosi algoritmi. A volte queste sono viste con timore dalle aziende. Anche se non sempre: una proposta di legge che trova il sostegno sia di Facebook che di Twitter e' l'Honest Ads Act, che rivelerebbe costi, autori e target di pubblicita' politiche online. L'appetito per veri e drastici interventi da parte del Congresso, nonostante le voci levatesi ieri in aula al Senato, rimane tuttavia esso stesso un'incognita in un anno elettorale, con il rinnovo di Camera e di un terzo del Senato a novembre. Tanto quanto resta incerta una brusca svolta volontaria nel modello di business dell'azienda che sottende all'erosione della privacy - basato su utenti che diventano prodotti, cioe' sulla vendita e condivisione dei dati personali a fini pubblicitari: Facebook vanta utili operativi pari a 50 centesimi per ogni dollaro di entrate e gli analisti prevedono aumenti delle spese - in riposta agli scandali - limitati al 49% quest'anno e al 30% l'anno prossimo, pari a limature del margine operativo al 45 per cento.

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