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Dossier Zuckerberg: anche i miei dati vittima di Cambridge Analytica. Ora nuove…

    Dossier | N. 9 articoliDiritto alla privacy

    Zuckerberg: anche i miei dati vittima di Cambridge Analytica. Ora nuove regole

    NEW YORK - Per Mark Zuckerberg gli scandali di Facebook sono una questione personale. Letteralmente: il chief executive e fondatore di Facebook ha rivelato in Congresso di essere stato lui stesso tra gli 87 milioni di utenti i cui dati personali sono stati impropriamente raccolti, venduti e usati da Cambridge Analytica (il cui ceo Alexander Tayler è stato rimosso, si veda più avanti, ndr), la società di consulenza politica che lavorava per la campagna di Donald Trump. L'ammissione è stata uno dei momenti forti durante la seconda e conclusiva giornata di audizioni parlamentari sugli scandali di violazioni della privacy e diffusione di fake news che hanno scosso il social network numero uno, già in leggera crisi secondo i dati raccolti dall’analista di Pivotal Research, Brian Wieser: a gennaio, infatti, Facebook ha perso terreno nei confronti della galassia Google, che ha registrato il 27,4% del tempo speso sui digital media (+3% sull’anno precedente) contro il 16,3% (-2%) di Menlo Park.

    «Inevitabili nuove normative, ma prudenza»
    Ma il momento #MeToo del chief executive non è stato il solo degno di nota: in una vicenda convulsa, e ancora in evoluzione, è stato accompagnato dalla minaccia di ricorrere in tribunale contro Cambridge Analytica - «stiamo pensando a una denuncia», ha detto “Zuck”. E ancor più dal riconoscimento della crescente necessità di riforme nel settore, non solo interne ma esterne: di introdurre cioè nuove regolamentazioni per meglio governare un universo Internet e hi-tech in costante espansione. Un obiettivo invocato da molti esponenti del Parlamento durante i due giorni di dibattito e sposato da Zuckerberg: «È inevitabile che occorrano alcune nuove normative», ha dichiarato davanti ai deputati della Commissione Energia e Commercio della Camera. Pur aggiungendo che serve misura e priudenza, per non soffocare l'innovazione: «Bisognerà rimanere cauti e attenti nel varare regole».

    Zuckerberg ha anche ribadito che Facebook, in passato, non ha fatto abbastanza «sulle informazioni false, le interferenze dall’estero nelle elezioni, l'incitamento all'odio e la protezione della privacy». Un’ammissione di responsabilità difficile da evitare sotto la pressione delle critiche dei politici. Greg Walden, il presidente repubblicano della Commissione teatro delle audizioni, ha incalzato affermando che esistono tuttora «interrogativi cruciali e senza risposta sul modello di business di Facebook e sull’intero ecosistema digitale quando si tratta di privacy online e protezione dei consumatori».

    In discussione la mano leggera con i giganti del web
    E sicuramente sono rimasti più gli interrogativi inevasi. Le audizioni al Congresso hanno messo in chiaro le sfide aperte: dal dilemma tra migliori controlli promessi sulle fake news e le protezioni della privacy dei consumatori e un modello di business che finora ha sfruttato proprio i dati personali. Fino alla domanda sulla natura di Facebook, se società tecnologica o di media. Una natura che di per sé mette in gioco la severità di future regolamentazioni: i gruppi media sono sottoposti a norme più stringenti, sotto più ampia lente della Federal Communications Commission e non solo della Ftc, preposta alla protezione dei consumatori. Di sicuro l'era della “mano leggera” per aiutare i colossi internet a crescere enormemente e dominare segmenti di mercato è oggi come non mai in discussione e potrebbe volgere al tramonto.

    I j'accuse si sono susseguiti, anche se Zuckerberg, insolitamente in completo scuro e cravatta anziché nella consueta tenuta jeans e t-shirt grigia, ha mantenuto i nervi saldi. Il deputato democratico Marsha Blackburn lo ha incalzato affermando come altre industrie quali sanità e servizi finanziari hanno regole di privacy ben più severe. Un altro democratico, Bobby Rush, senza temere iperboli ha fatto un paragone tra le violazioni avvenute e le pratiche dell'Fbi contro i diritti civili sotto J Edgar Hoover. Il capogruppo democtatico della Commissione, Frank Pallone, ha indicato semplicemente che la vicenda di Cambridge Analytica dimostra che «le attuali leggi non funzionano». E non sono mancati appelli a usare l'Antitrust per spezzare il dominio dei giganti del web, magari facendo leva proprio sulla privacy vista come prezzo da pagare a una carenza di concorrenza.

    Nervosismo e dubbi a Silicon Valley
    A Silicon Valley, però, serpeggiano anche nervosismo e dubbi se davvero i legislatori metteranno mano alla formulazione di nuove norme - fatto tutt’altro che certo in tempi ravvicinati, visto l'avvicinarsi delle elezioni di midterm a novembre per il rinnovo del Congresso. Molti hanno notato tra i parlamentari anche un'eccessiva dose di pressappochismo e impreparazione. Mercoledì il senatore democratico Brian Schultz, delle Hawaii, ha scambiato WhatsApp per un servizio di e-mail. Il suo collega repubblicano Roger Wicker ha chiesto spiegazioni sulla descrizione degli internet service provider come infrastruttura di internet. La senatrice repubblicana della Virgina Shelley Moore Capito ha chiesto a Facebook di fornire al suo stato «fibre», probabilmente ottiche, ma comunque un'attività che manca del tutto nel portafoglio del social network.

    Rimosso il ceo di Cambridge Analytica
    Intanto l'amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Tayler, è stato rimosso dal suo incarico e ritorna alla sua precedente posizione. È quanto ha annunciato la stessa società di consulenza. Tyler riprenderà il suo posto a capo della divisione dati «per focalizzarsi sulle varie inchieste e indagini», ha sottolineato il consiglio della società in una nota, secondo quanto riportato da Bloomberg. A prendere il suo posto, secondo quanto anticipato dal Wall Street Journal, Julian Wheatland, finora presidente della filiale inglese di Cambridge Analytica.

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