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Dossier | N. 49 articoliFacebook e il datagate

Facebook è come casa tua? Il dibattito sulla privacy nella Silicon Valley

Nel 2013, quando Mark Zuckerberg ha comprato quattro case confinanti con la sua proprietà di Palo Alto in California, alcune persone e alcuni giornalisti hanno espresso sarcasmo nei confronti dell'alta considerazione che il fondatore di Facebook pare accordare alla sua privacy – disposto, come è stato, a spendere ben 30 milioni di dollari. Poco tempo dopo, NBS News ha scherzato dicendo che Zuckerberg stava «aggiornando le sue impostazioni della privacy» per proteggersi da coloro che avrebbero potuto apporre un like all'idea di vivere accanto al giardino posteriore della casa del miliardario.

«La riservatezza potrebbe essere l'ultima cosa che uno si aspetta su Facebook, ma questo non ha impedito a Mark Zuckerberg di frapporre ogni barriera possibile a tutela della sua privacy nella vita reale», ha osservato la rivista di business “Fast Company”.
Il desiderio di privacy di Zuckerberg potrebbe sembrare ancor più meritevole di sarcasmo dopo le recenti rivelazioni su Cambridge Analytica, che quasi certamente ha ottenuto una quantità di informazioni da Facebook sufficiente a costruire i profili psicologici di ben 87 milioni di elettori americani (su cui il miliardario sarà interrogato dal Congresso questa settimana). Tuttavia, la faccenda porta anche alla ribalta l'enorme differenza esistente nella definizione di riservatezza negli Stati Uniti e in Europa.

Si potrebbe sintetizzare questa differenza con la massima “la casa di un inglese è la sua reggia”, ma in verità sono gli americani a credere che la privacy consista nella libertà di fare quel che si vuole all'interno di casa propria. In un saggio del 2004 pubblicato da “Yale Law Paper”, James Q. Whitman mette a confronto tra loro le due culture occidentali della privacy. Gli americani la considerano una questione di libertà, una tutela nei confronti dell'intrusione dello stato, strettamente collegata ai diritti della proprietà privata e della libertà di espressione. La casa, scrive Whitman, è una «cittadella di sovranità individuale».

Gli europei mettono la privacy in relazione con la dignità, idea originata dal concetto storico di onore in Francia e in Germania, spesso legato alla tutela nei confronti delle intrusioni nella vita privata della stampa. I tedeschi la chiamano “auto-determinazione informativa”, definizione che esprime il diritto di decidere che cosa rivelare di sé e della propria vita privata.

“La casa è una cittadella di sovranità individuale”

James Q. Whitman  

Si prenda la nudità, per esempio. In America alcune cause legali hanno dimostrato che una volta che si appare nudi in pubblico – anche solo con i compagni di squadra sotto la doccia – il diritto alla propria privacy è intaccato. Invece, scrive Whitman, in Europa la giurisprudenza mostra che, anche se eri consapevole che ti stessero scattando delle foto di nascosto mentre eri nudo, hai sempre e in ogni caso il diritto di impedire che le fotografie siano messe in circolazione.

Finora la Silicon Valley ha seguito una definizione di privacy più americana, a eccezione di quando si è dovuta piegare per aderire maggiormente alle regolamentazioni europee. Il presupposto di fondo è che se posti fotografie o altri tipi di contenuto in territorio altrui, ti devi aspettare minore privacy. Puoi mantenere la possibilità di dissociarti e tirarti indietro, ma non quella di scegliere attivamente di aderirvi.

Addio Zuckerberg, volevi sapere troppe cose di me e io ti lascio

Quando si tratta di definire i social network, questo può diventare un rompicapo. Si può assimilare Facebook a casa propria, dove si condividono gioie e dolori con amici e famigliari? In questo caso, i ficcanaso dovrebbero essere messi al bando. O la si può assimilare forse a una piazza cittadina, dove tutti discutono di argomenti di pubblico interesse? In tal caso, si dovrebbe garantire la libertà di espressione, ma la riservatezza non dovrebbe essere protetta.

Secondo me, i social network sono più simili a città, dove per ogni attività dovrebbero essere previsti livelli diversi di privacy. Gli utenti dovrebbero aspettarsi un rispetto assoluto della loro privacy nei messaggi e nei piccoli gruppi, e che nessuno raccolga informazioni su di loro.

Al contrario, i post pubblici dovrebbero essere chiaramente accessibili a tutti, non soltanto a coloro che acconsentono alla raccolta di informazioni su di sé. I dati relativi ai post pubblici dovrebbero essere accessibili ai ricercatori incaricati di analizzarli.

Molti attivisti in Europa sperano che l'imminente entrata in vigore nell'Unione europea del Regolamento generale per la protezione dei dati (General Data Protection Regulation) contribuisca a diffondere in tutto il mondo la loro idea di privacy. Sperano che le multinazionali trovino più facile creare regole chiare e precise per tutti gli utenti, a partire dall'idea che gli europei dovrebbero approvare ogni uso particolare delle informazioni che li riguardano.

Per adattarsi a ciò, Zuckerberg potrebbe andare incontro a qualche difficoltà. Facebook, infatti, dovrebbe elencare in maniera più dettagliata e specifica tutte le opzioni a disposizione degli utenti, che potrebbero scegliere di escludere la raccolta delle informazioni che li riguardano per taluni usi particolari.
Anche gli utenti, però, potrebbero imbattersi in difficoltà maggiori, qualora volessero controllare sul serio i dati che producono sui social network, dove seminano informazioni qualsiasi cosa facciano quando navigano.

A differenza delle foto di nudo, è difficile sapere esattamente quello che le aziende più accorte apprendono dalle scie che ci lasciamo dietro navigando su internet.

Su entrambe le sponde dell'Atlantico, il nostro concetto di privacy deve in tutti i casi recuperare il distacco accumulato nei confronti della realtà del mondo digitale, dove tutti soffrono se hanno vicini di casa troppo chiassosi.

Traduzione di Anna Bissanti
© 2018, Copyright The Financial Times Limited 2018

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