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Trump fa dietrofront sulle sanzioni alla Russia per l’appoggio alla Siria

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Dopo l’attacco

Trump fa dietrofront sulle sanzioni alla Russia per l’appoggio alla Siria

Nuova, drammatica giravolta a sorpresa della Casa Bianca sulla Russia: Donald Trump ha nei fatti bocciato l’idea di far scattare nuove sanzioni contro Mosca, per punirla del suo sostegno al regime siriano e ai suoi arsenali chimici. E nel farlo, accusano i critici, ha mostrato ancora una volta la fragilità della sua squadra di politica estera e il caos del suo processo decisionale: ha smentito seccamente il suo stesso ambasciatore all’Onu, Nikki Haley, che aveva invece preannunciato le sanzioni fin da domenica, e i suoi consiglieri di sicurezza nazionale.

Trump, hanno fatto sapere i portavoce, ha deciso che la risposta russa alla rappresaglia militare americana e degli alleati francesi e britannici contro Damasco per l’uso di armi chimiche è stata al momento soltanto retorica e che quindi nuove sanzioni non sono a suo avviso affatto necessarie. Il presidente, attraverso la portavoce Sarah Huckabee Sanders, ha indicato che intende essere duro con Mosca ma anche mantenere il più possibile «buoni rapporti». Nello svoltare ancora, si è però dimenticato che era stato lui in primis a dichiarare nei giorni scorsi che per gli alleati di Damasco - Mosca in testa - ci sarebbe stato un «duro prezzo» da pagare quali complici del regime siriano.

Un semplice «ammonimento»
Le sanzioni considerate avrebbero colpito entità collegate a forniture di tecnologie per gli arsenali chimici di Bashar al-Assad. L’elenco esaminato dal Tesoro americano comprendeva decine di società. Adesso la «strategia» prevederebbe che entrino in vigore solo in caso Mosca commetta nuove violazioni o mostri comportamenti considerati inaccettabili.
Non sarebbero mancati elementi personali nel ripensamento: Trump, secondo indiscrezioni, è andato su tutte le furie perché Haley si sarebbe sbilanciata troppo, senza che lui l’avesse autorizzata.

Amministrazione spaccata
La vicenda mostra tuttavia soprattutto le spaccature profonde dentro l’amministrazione e la carenza di una politica estera coerente, a cominciare dal continuo atteggiamento altalenante verso Mosca. Contro il Cremlino Trump ha fatto scattare due round di sanzioni nelle ultime settimane e anche espulso 60 diplomatici dopo l’avvelenamento con sostanze chimiche di una ex spia russa in Gran Bretagna attribuito al Cremlino. Allo stesso tempo, la sua campagna del 2016 è tuttora sotto indagine del procuratore speciale Robert Mueller per collusione con l’intelligence di Mosca. E il presidente si sarebbe anche risentito per essere stato «spinto» a espellere troppi diplomatici russi.

I «ripensamenti siriani» di The Donald
Per quanto riguarda la Siria, Trump non è la prima volta che si produce in ripensamenti. Dopo aver annunciato che si sarebbe ritirato del tutto in nome di America First, togliendo i duemila soldati statunitensi ancora di stanza nel Paese, era tornato sui suoi passi, persuaso forse dai suoi consiglieri più pragmatici e dal leader francese Emmanuel Macron (che se ne è fregiato, cosa però andata di traverso a Trump). Ebbene ora l’ennesima novità: il «The Donald» vorrebbe creare una nuova forza araba che prenda al più presto il posto delle truppe americane, non appena l’Isis venga dichiarato del tutto sconfitto. Insomma: il ritiro dalla Siria torna in auge sotto nuove spoglie.

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