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Viaggio nella fabbrica delle idee di Trump

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Viaggio nella fabbrica delle idee di Trump

Il “cervello” di Donald Trump è ai piedi della catena montuosa di San Gabriel. A un’ora di auto – vero metro per misurare le distanze in California – da Los Angeles, traffico permettendo. È in questa valle che ha sede il Claremont Institute - e il suo organo ufficiale - la Claremont Review of Books. Il piccolo istituto di ricerca, o think tank, è rimasto a lungo ai margini del movimento conservatore americano, ma oggi gode di un’improvvisa fama per la definizione di «Trump’s brain», appunto il cervello di Trump.

L’etichetta gli è stata affibbiata da altri – tra questi la ben più nota rivista New York Review of Books – per spiegare il fenomeno della sua inedita influenza, riservata a chi può rivendicare d’aver saputo interpretare l’avvento di “The Donald” alla Casa Bianca e della sua era ribelle alle élite tradizionali. A chi si propone, se possibile, di consolidarla e guidarla, offrendo una bussola intellettuale alla sua America First, al suo populismo e nazionalismo, alla crociata contro la burocrazia.

È qui che vengono discusse ed elaborate idee chiave che trovano eco nella presidenza Trump. Spesso a sua insaputa, da compagni di strada; ma anche al suo interno. «Una ventina di studiosi e ricercatori passati dal nostro Istituto sono nel governo. E membri dell’amministrazione vengono ai nostri seminari, tra i quali una decina di speechwriter», spiega il direttore Ryan Williams. Mi riceve in una sede modesta e quasi nascosta, un ingresso sul retro d’una anonima palazzina di uffici di Claremont, una cittadina la cui fama di centro culturale è indiscussa. “City of Trees and PhDs”, recita il motto informale, per le strade cosparse di verde e dottorandi. Si contano ben sette tra università e scuole post-universitarie riunite nel consorzio dei Claremont Colleges – la più antica, Pomona, fondata nel 1887. Forse settemila studenti, un quinto dell’intera popolazione.

Come Trump, il Claremont Institute è diventato un improbabile protagonista. La sua attività, dalla nascita nel 1979, era rimasta all’ombra degli assai più potenti laboratori del pensiero conservatore e repubblicano, dalla Heritage Foundation al Cato Institute all’American Enterprise Institute. Fu la Heritage a dare alle stampe la bibbia della precedente rivoluzione repubblicana, quella di Ronald Reagan, venti volumi pubblicati sotto il titolo di “Mandato per la Leadership”. Nulla di così grandioso è uscito dalla porte del Claremont Institute e dai suoi 44 esperti. Se però i toni sono pacati e pensosi – e se con qualche ironia amano chiamarsi Claremonsters – la missione è adesso ambiziosa e chiara, riempire il vuoto lasciato da think tank rivali spiazzati dall’ascesa di Trump. «Siamo più a nostro agio di altri con il suo populismo, lo vediamo radicato nel senso comune, non nel ripescaggio di Charles Lindbergh», dice Williams riferendosi al portavoce dell’America First Committee che si battè contro l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale e fu accusato di simpatie per la Germania nazista. «È una rivolta positiva, fondata sulla riscoperta dei valori della Costituzione e contro le élite, che dà voce all’insoddisfazione profonda contro i partiti».

L’America First di Trump, in politica internazionale, rappresenta un salutare abbandono «dell’avventurismo di George W. Bush e di Barack Obama» in nome degli interessi nazionali e di sicurezza. Williams non dà peso alla «roboante retorica» del Presidente, che sarebbe «tattica». Anche le tensioni commerciali, anzitutto con la Cina, rispecchiano legittime preoccupazioni di sicurezza e leadership tecnologica più che protezionismo: «Il movimento conservatore è troppo dogmatico sul libero scambio, l’approccio con Pechino deve essere guidato da ragioni più strategiche che economiche».

È tuttavia soprattutto in politica interna che la squadra di Claremont si sente vendicata. Nazionalismo, difesa con forza dei confini, fanno rima con una «ricostruzione dell’Americanismo fondato sui princìpi che hanno dato vita al Paese e contro la moderna sinistra multiculturale». L’immigrazione deve «favorire chi condivide i valori americani». Il pendolo «aveva oscillato verso la globalizzazione, adesso volge verso una comunità di cittadini e a favore di un robusto concetto di cittadinanza, di una riaffermazione della sovranità nazionale».

Cavallo di battaglia dell’istituto è soprattutto l’enfasi contro la strapotere dello stato burocratico, usurpatore della democrazia e seme di abusi e tirannia: «Trump ha fatto proprio lo scontro con lo stato amministrativo, per un governo del popolo e della legge e non dei burocrati». Lo smantellamento dell’Administrative State impone di «togliere autorità a enti e agenzie indipendenti, eliminare una classe permanente di regulators» che si fanno legislatori, esecutori e giudici cancellando la divisione dei poteri.

Il grande nemico storico, così, sono gli eredi del Progressive Movement, ai loro occhi affermatosi dalla presidenza di Woodrow Wilson in poi e incarnato dai liberal fino a Barack Obama, fautori d’una espansione «senza limiti» della macchina governativa e del welfare state, nonché di regimi di «correttezza politica», causa di immigrazione e di un presunto tramonto di valori. Una deriva che avrebbe contagiato parti del movimento conservatore, come i duri oppositori del Presidente raccolti nel gruppo “Never Trump” che vedono al contrario la sua Casa Bianca alla stregua d’un tradimento politico e etico.

Alla nuova influenza non si può dire che i Claremonsters non si siano preparati. Tutto era cominciato con Harry Jaffa negli anni Cinquanta – a dare i natali all’Istituto furono quattro suoi studenti – tra i discepoli del filosofo della politica tedesco emigrato in America Leo Strauss, studioso di testi greci classici e che dalla sua cattedra di Chicago influenzò tanto lui quanto più tradizionali scuole conservatrici. Jaffa, trasferitosi in California, guidò una corrente “straussiana” della West Coast, più ideologica, contro la dominante corrente della East Coast, giudicata più pragmatica e atta a compromessi: i padri fondatori degli Stati Uniti, per Jaffa avevano realizzato una rivoluzione straordinaria, una repubblica perfetta degna di origini bibliche e aristoteliche. Una Atene sul Potomac, da riscoprire. Scalpore fecero anche le sue tesi su Abraham Lincoln, rivendicato come conservatore e non come fautore di un’espansione del governo federale. Un secolo fa i princìpi fondanti – recita tuttora l’Annual Report dell’Istituto – «finirono sotto attacco». Queste “dottrine fondanti” vanno dai diritti naturali della Dichiarazione d’Indipendenza al “genio” originale della Costituzione.

Il desiderio di una determinata riscossa anti-establishment trapela dalla stessa sala dove incontro gli esponenti del Claremont Institute, rivestita di pannelli di legno e adornata da istruttivi poster: uno, in particolare, ritrae l’icona nazionale dello Zio Sam in divisa da sceriffo e armato di nodoso bastone. Ma non si fanno illusioni che basti un mandato di Trump. «Mettere le briglie al potere amministrativo richiede generazioni», ammette Williams. Occorre «costruire su quanto fatto, ampliare la coalizione di elettori». Una rielezione di Trump nel 2020, aggiunge, sarebbe un «ulteriore passo avanti». Angelo Codevilla, nel movimento conservatore dagli anni Sessanta e originario di Voghera, sfodera espressioni ancor più drammatiche guardando al futuro. «È in corso una Guerra civile fredda tra classe dominante e popolo», afferma, ancora senza esito, ma non senza nostalgia per un’America perduta più omogenea e gentile. È un conflitto che vede anche in Italia: ritiene una vittoria «trumpiana» il successo del Movimento 5 Stelle.

Unica certezza, ribadisce il managing editor della rivista John Kienker, è che il punto di riferimento patriottico e ideale di Claremont oggi come ieri è immutato: la Costituzione, la tradizione americana, Abraham Lincoln. Un ritorno alle origini per una nuova epoca di grandezza. È con questa convinzione che è cresciuta la ventina di “alumni” che Claremont è orgoglioso di contare nell’amministrazione, da funzionari del Tesoro all’ufficio legale della Casa Bianca, dalla Difesa allo staff del vice-presidente Mike Pence. Uno dei più celebri, Michael Anton, è uscito da poco dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Ha però lasciato traccia indelebile: era stato l’autore nel 2016 con lo pseudonimo di Publius Decius Mus – simbolo di sacrificio in battaglia – d’un saggio pubblicato dalla Claremont Review dal titolo “The Flight 93 Election”, che paragonava il pericolo di eleggere Hillary Clinton e non Trump a una rinuncia dei passeggeri del fatidico volo dirottato l’11 settembre da al Qaeda a insorgere e farlo precipitare. Ora a Claremont sognano ben altro: una rinnovata era conservatrice, capace di «restaurare la promessa dell’America».

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