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le sfide di trump

«Buone notizie» da Kim, ma è l’Iran il fronte caldo della politica estera Usa

«Very good news», «Big progress…for all!». Davvero una bella notizia, un grande progresso per tutti. Con l’ormai consueta immediatezza, Donald Trump ha manifestato entusiasmo via twitter alle ultime notizie da Pyongyang, dichiarandosi ansioso di realizzare il previsto incontro con Kim Jong-un. Un modo, certo, per rivendicare alle sue dure tattiche negoziali – comprensive di più severe sanzioni economiche e di passati insulti e minacce - il merito dell’annunciata sospensione di tutti i test missilistici e nucleari della Corea del Nord. Uno sviluppo importante, che però non cancella la prospettiva di un negoziato difficilissimo, in una tarda primavera di grandi sfide per la politica estera americana su tanti fronti: dall’Estremo Oriente all’Iran, dai dilemmi sulla Siria a quelli sui contenziosi commerciali.

Fino a ieri, Pyongyang non aveva ufficialmente detto nulla sulle proprie intenzioni: anche l’invito a Trump per un summit con Kim era arrivato tramite i sudcoreani. La svolta è venuta dopo una riunione speciale dei vertici del Partito dei Lavoratori, seguita da un annuncio al popolo e al mondo che autorizza un forte ottimismo per il summit intercoreano del 27 aprile e un ottimismo solo cauto per il successivo vertice - previsto agli inizi di giugno - tra Kim e il presidente americano. In sostanza, Pyongyang ha annunciato che non farà più test nucleari né missilistici (anche a medio raggio) e che chiuderà il principale sito per i test atomici, quello di Punggye-ri. Ha anche evidenziato la volontà di dare un rinnovato impulso all’economia del Paese, mettendo la sordina alla precedente politica del doppio binario (ossia di un simultaneo sviluppo militare ed economico), oltre a sottolineare la volontà di approfondire e migliorare le relazioni internazionali.

L’incontro Kim-Trump

La novità è stata accolta con grande favore a Seul e Pechino. Meno a Tokyo, dove il premier Shinzo Abe ha sottolineato che «ciò che conta è solo se questo condurrà o meno a un’abolizione completa, verificabile e irreversibile delle capacità nucleari e missilistiche (nordcoreane)». Le “concessioni” di Pyongyang riguardano il futuro e non il passato. Anche altre manifestazioni di apertura negoziale del Nord rivelate dai sudcoreani – come il lasciar cadere le pregiudiziali sulla presenza delle truppe Usa al Sud o sull’accettazione delle periodiche manovre congiunte tra forze armate americane e sudcoreane – non impegnano in realtà a nulla di concreto. Non ci sono indicazioni sul fatto che il regime sia pronto a smantellare il proprio arsenale atomico; anzi ieri Kim ha rivendicato il successo del suo programma militare proprio come giustificazione della sopraggiunta inutilità di nuove sperimentazioni operative. Ora è molto verosimile che la Corea del Nord chieda ampie concessioni dalle controparti – in particolare sotto forma di allentamento delle sanzioni internazionali e di ripresa di una collaborazione economica con il Sud – prima che la questione della denuclearizzazione faccia passi avanti.

La strada di un summit a forte impatto mediatico tra Trump e Kim è insomma spianata, ma gli ostacoli sono ancora tanti perché si arrivi a un trattato di pace che sostituisca l’armistizio del 1953 e normalizzi i rapporti di Pyongyang con i vicini e con gli Stati Uniti.

L’accordo iraniano

Nell’agenda diplomatica di Trump, al “disgelo” che si prospetta sulla Corea del Nord si contrappone un’escalation nei confronti di Teheran. Qui la retorica resta aggressiva, con Trump convinto che l’accordo internazionale con l’Iran per fermare la sua strategia nucleare in cambio della rimozione delle sanzioni sia «il peggiore nella storia degli Stati Uniti».Il tempo stringe: martedì alla Casa Bianca Trump riceverà il presidente francese Emmanuel Macron per discutere delle condizioni con cui Washington potrebbe mantenere la propria adesione all’accordo. In gennaio Trump aveva lanciato un ultimatum a Parigi, Berlino e Londra perché irrigidissero l’intesa - inserendo o affiancando divieti ai programmi missilistici iraniani: in caso contrario, alla scadenza del 12 maggio non avrebbe rinnovato la sospensione delle sanzioni statunitensi contro Teheran, cruciale per il futuro del patto. L’Iran ha dichiarato che intende rispettare l’accordo esistente, ma che lo “strapperà” del tutto se sarà la Casa Bianca ad abbandonarlo.

Mosca: equilibrismi difficili

Il fronte russo costringe a difficili equilibrismi Trump, che resta sotto le pesanti ombre dell’inchiesta Russiagate, lo scandalo sulle interferenze di Mosca nelle elezioni e la possibile collusione della propria campagna con gli interessi russi che volevano la sconfitta di Hillary Clinton. Gli Usa hanno avviato pesanti sanzioni contro l’economia russa, ma un’ulteriore stretta, per il sostegno di Mosca agli arsenali chimici del regime siriano, è stata cancellata dallo stesso presidente che avrebbe anche esteso a Vladimir Putin l’invito a un vertice bilaterale.Trump, al contrario che con Pechino, non ha articolato precisi obiettivi nei confronti della Russia.

L’ambiguità in Siria

Dopo i raid del 14 aprile, regna pericolosa confusione tra impegno e disimpegno americano in Siria. Trump ha prima annunciato il ritiro dei 2.000 soldati americani di stanza nel Paese in funzione anti-Isis. Poi ha fatto retromarcia, dopo aver risposto con i missili all’uso di armi chimiche da parte di Bashar al-Assad: senza però l’intenzione di minacciare davvero il suo regime o di indebolire i suoi influenti alleati russi e iraniani. Per trovare una soluzione, Trump ha ideato una nuova forza araba che prenda il posto degli americani una volta usciti di scena. Ma molti osservatori dubitano che questa si riveli davvero una risposta praticabile ed efficace.

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