Mondo

La triste storia del «re dei burger» dimenticato dalla sua America

  • Abbonati
  • Accedi
l’addio a David r. Edgerton

La triste storia del «re dei burger» dimenticato dalla sua America

David Edgerton e Mclamore
David Edgerton e Mclamore

Un trafiletto a pagamento nascosto nella pagina dei necrologi del Miami Herald. Il giornale locale di Miami, il 3 aprile scorso, ha annunciato la dipartita del signor David R. Edgerton, detto Dave. Aveva 90 anni. La causa della morte: una complicazione, di quelle che capitano ai vecchi, dopo un intervento chirurgico resosi necessario in seguito a una caduta in casa. Un banale incidente domestico. In camera, scendendo dal letto. Nell'ospizio dove viveva, a Cutler Bay, sobborgo di Miami. Non lascia eredi Dave Edgerton. Non aveva figli. La sorella Jane è morta prima di lui. La moglie Kerstin Anderson, una hostess svedese che aveva sposato alla fine degli anni Sessanta quando la vita gli sorrideva e cavalcava in pieno il sogno americano, e da cui aveva divorziato poco tempo dopo, chissà dove è. L'America lo ha dimenticato.

I giornali importanti, i siti di news e le tv americane sempre accese sul rullo compressore delle notizie in tempo reale si sono accorti della morte di Dave Edgerton dopo una ventina di giorni: qualcuno in un talk show si è ricordato che quest'uomo tanti anni fa è stato il cofondatore di quella che è diventata la seconda catena di fast food più diffusa al mondo: Burger King. Quella dell'hamburger grigliato contro l'hamburger alla piastra di Mc Donald's. Due scuole di pensiero. Due filosofie contrapposte. O di qua o di là. Bianco o nero. Rolling Stones vs Beatles. Real Madrid e Barcellona…

Prima di aprire Burger King, nei primi anni Cinquanta Dave Edgerton aveva inseguito il successo lavorando come contabile in un hotel di Chicago. Si era trasferito a Miami per fare il manager in un ristorante della catena alberghiera Howard Johnson. Ma il lavoro sotto padrone gli stava stretto. Lui sognava di aprire una cremeria, con una parte del menu dedicata agli hamburger. Nell'America puritana di quegli anni andavano molto di moda i milkshake. In attesa di realizzare il suo sogno imprenditoriale fece mille mestieri: il venditore porta a porta, cercando di convincere le casalinghe di Miami a comprare le spazzole Fuller, fece anche il giardiniere: potava gli alberi per l'azienda energetica della Florida.

Nel 1954 fondò assieme a James W. McLamore il primo Burger King a Miami. McLamore era un compagno di studi, avevano frequentato assieme diversi anni prima il corso di gestione alberghiera alla Cornell University, stato di New York. McLamore era stato al negozio di Dick e Mac McDonald, a San Bernardino in California, il primo fast food, ed era rimasto impressionato dalla catena di produzione che avevano creato. Una macchina da guerra. Assieme a Edgerton ne crearono una loro versione in Florida. Investimento iniziale: 12mila dollari. Curioso: la prima macchina per i milkshake gliela vendette proprio quel Ray Kroc (il protagonista del film “The founder”) che da rappresentante di frullatori divenne prima socio e poi proprietario dei McDonald's, e fece espandere la catena a livello mondiale. La storia di Burger King è stata più travagliata. Con alti e bassi. Decenni di crescita e periodi meno felici. Continui cambi di proprietà. Oggi la società dei “bun halves”, le due conchiglie di pane dolce che compongono il logo, è una multinazionale con oltre 40mila dipendenti e miliardi di dollari di fatturato.

Dave Edgerton per tutta la vita è rimasto con il rimpianto di aver venduto troppo presto, nel 1967, la sua quota in Burger King. Quando i ristoranti della catena erano diventati 400, diffusi in 20 diversi paesi degli Stati Uniti. Ne ricavò 20 milioni di dollari (circa 150 milioni di dollari di adesso), ma per tutti i tanti anni che restarono alla sua lunga vita è rimasto con lo scrupolo che se non avesse venduto sarebbe potuto diventare multimiliardario. Quelli citati nelle classifiche di Forbes. “Con il senno di poi”, rispose dopo una pausa in un'intervista televisiva di 4 anni fa a un giornalista che gli chiedeva perché avesse deciso di mollare la presa così presto dalla guida di BK.

I compagni nella casa di riposo dove viveva raccontano che parlava di Burger King anche negli ultimi tempi. Di come era diventata. Dei suoi sviluppi in tutto il mondo. Si lamentava dei continui cambi di proprietà. Del menu che era diventato troppo ricco. Della pletora di manager che si succedevano alla guida della “ sua” società: in modo dispregiativo li definiva “bookkeepers”, ragionieri, meri contabili. Senza alcuna esperienza nel business della ristorazione. D'altronde era difficile, quasi impossibile, continuare ad andare avanti con un socio come McLamore. “Era come avere una moglie capricciosa. Aveva solo il golf in testa”. Ma nei suoi tredici anni alla guida di Burger King, Dave Edgerton di cose ne fece eccome.

Una su tutte. La grigliatrice istantanea che usavano nel primo ristorante continuava a rompersi. McLamore nel suo libro di memorie racconta: “Un giorno Dave era davanti alla grigliatrice proprio nel momento in cui questa cominciò a funzionare male. Il rumore degli ingranaggi di quella macchina infernale lo fece arrabbiare”. Tre settimane dopo con l'aiuto di un meccanico mise a punto la sua macchina grigliatrice continua. La sua grigliatrice divenne lo standard per tutti i ristoranti Burger King, e un modello per tutta l'industria della ristorazione veloce in quegli anni. Anche per i concorrenti.
Burger King nei primi tempi andava male. Gli hamburger costavano poco, erano preparati in fretta e la gente pagava prima e non doveva aspettare. Proprio come nel ristorante di San Bernardino dei McDonald's. Ma il loro non partiva. La salvezza arrivò con il Whopper. Il loro panino diventato iconico. Simbolo della catena di fast food in tutto il mondo. Nel 1957 i due soci erano nel campus dell'Università di Gaineseville, in Florida. Notarono che dall'altra parte della strada c'era un drive-in che aveva un'insegna con un grande hamburger. E una lunga fila di clienti davanti al ristorante in attesa di acquistare i panini.

McLamore comprò un burger e lo divise con Edgerton: rimasero impressionati dalla qualità delle salse e delle guarniture. Sulla strada verso casa decisero che avrebbero introdotto un grande burger, molto più ricco di quelli fatti finora. Fu l'inizio del successo per quella che divenne poi l'“Home of the Whopper”, la casa del Whopper. I due soci disputarono per tutta la vita chi avesse per primo pensato al nome. Anche su quello litigarono. Inevitabilmente a un certo punto si divisero. Edgerton provò altre esperienze imprenditoriali nella ristorazione senza troppa fortuna. Burger King dopo diversi passaggi di proprietà nel 2006 venne quotata in Borsa. Il ceo divenne John Chidsey ex top manager di Pepsi con il pallino del marketing che la fece crescere ancora fino al 2010. Quando la catena di fast food venne acquistata dal fondo d'investimento brasiliano 3GCapital.
La storia del re del burger, l'uomo che ha inventato la macchina per “alla griglia non alla piastra” finisce in una casa di riposo a Cutler Bay, nei dintorni di Miami. Un vecchio che davanti all'obiettivo di una telecamera si ferma un attimo, alza gli occhi e dice sospirando. “Certo che se lo avessi saputo. Con il senno di poi”.

© Riproduzione riservata