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IL CAMBIO DI ROTTA

Trump sostiene l’aumento di fondi alla Banca mondiale per contenere la Cina

(Ansa/Ap)
(Ansa/Ap)

Il populismo e lo scetticismo della Casa Bianca contro gli organismi internazionali ha visto una clamorosa battuta d'arresto nel week end a Washington, nel corso degli incontri di primavera del Fmi, per contenere l'influenza e la potenza economica della Cina comunista nel mondo. L'amministrazione Trump ha deciso, a sorpresa, di sostenere un aumento di 13 miliardi di dollari di finanziamenti per la Banca Mondiale, l'ente gemello del Fmi, mettendo da parte lo scetticismo iniziale verso le grandi istituzioni governative che gestiscono l'economia globale, in parte perché vuole che la Banca Mondiale sia sempre più un contrappeso alla crescente influenza internazionale della Cina.

Una svolta notevole ed inattesa per la Casa Bianca isolazionista. Gli Stati Uniti hanno così abbandonato le loro obiezioni iniziali in quanto le nuove regole potrebbero ridurre i prestiti alla Cina che continua ad essere considerata un paese emergente a “reddito medio alto”. Una assurdita economica e politica frutto di precedenti concessioni occidentali al Dragone asiatico.

La Cina probabilmente “gradualmente” finirà per indebitarsi di meno dalla Banca Mondiale con il nuovo sistema, che addebiterà tassi di interesse più elevati ai paesi più ricchi, ha detto ai giornalisti il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim. Kim ha detto anche che la Banca aumenterà i prestiti annuali a circa 80 miliardi di dollari, dai 59 miliardi nell'anno terminato a giugno 2017.

Gli Stati Uniti, in precedenza su posizioni isolazioniste, hanno lasciato cadere le obiezioni all'aumento di capitale dopo aver sostenuto in precedenza la necessita di porre un limite alle risorse della Banca mondiale e messo in discussione il motivo per cui prestava così tanto denaro alla Cina, data la crescente influenza economica della nazione e la capacità di raccogliere denaro nei mercati finanziari.

Ma Paesi come la Gran Bretagna di Theresa May hanno spinto per un aumento di capitale, sostenendo che il finanziatore avrebbe avuto bisogno di più potenza di fuoco per finanziare progetti nei paesi in via di sviluppo.

Secondo il nuovo accordo di compromesso la Banca Mondiale si concentrerà maggiormente sui prestiti a “paesi a basso reddito medio”, ha detto Kim alle riunioni annuali primaverili della Banca a Washington. L'istituto di credito allo sviluppo classifica la Cina come una nazione a “reddito medio-alto”.

In cambio però il nuovo piano darà alla Cina più potere di voto nell'istituzione. La sua quota di voto nel fondo principale della Banca salirà al 5,7 percento dal 4,5 percento. Gli Stati Uniti rimarranno il maggior azionista al 15,9%, in calo dal 16%, seguito dal Giappone al 6,8% dopo il 6,9%.

La Banca Mondiale ha prestato 2,5 miliardi l'anno scorso alla Cina, rispetto ai 2 miliardi dell'anno precedente. Cifre irrilevanti per Pechino ma il segnale politico della svolta è evidente.
Nel 2015 la Cina ha fondato la Asian Investment Infrastructure Bank e presta intensamente fondi ai paesi in via di sviluppo attraverso le sue banche di esportazione governative. Un passo visto dagli osservatori come una sfida di Pechino al ruolo della stessa Banca Mondiale, la cui missione è ridurre la povertà estrema in tutto il mondo.

Il piano di riforma e ricapitalizzazione della Banca Mondiale richiederà però la ratifica del Congresso americano. Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, ha detto in una dichiarazione ai colleghi politici che “ci aspettiamo che i paesi che traggono il maggior vantaggio dal nuovo assetto azionario assumano una quota maggiore dell'onere per aiutare i più poveri“.

Mnuchin ha anche sottolineato che la Banca Mondiale abbia acconsentito a limitare la crescita dei salari e a ridurre i prestiti ai paesi che non ne hanno bisogno realmente. Il testo dei suoi commenti non menzionava specificamente la Cina, ma il messaggio era chiaramente rivolto a Pechino. Secondo la Bloomberg Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, ha detto che starebbe considerando un viaggio in Cina proprio nel bel mezzo di una durissima disputa commerciale con Pechino. Un segnale di cauta apertura nello scontro commerciale e tariffario che secondo il Fmi potrebbe far deragliare l'economia mondiale.

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