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«The Battleship Island»: applausi a Udine per il kolossal coreano

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Asia e Oceania

«The Battleship Island»: applausi a Udine per il kolossal coreano

L’isola di Hashima (Marka)
L’isola di Hashima (Marka)

L'isoletta di Hashima (o, piu' popolarmente, Gunkanjima), 15 chilometri al largo di Nagasaki, e' oggi una sorta di attrazione turistica, specie dopo che nel 2015 e' diventata patrimonio dell'umanita' Unesco assieme ad altri siti della rivoluzione industriale giapponese tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del ‘900. Ma fu un luogo di grande sofferenza, specialmente durante l'ultima guerra, quando centinaia di lavoratori coreani vi furono portati per lavorare in condizioni disumane nelle sue sotterranee miniere di carbone, che si spingevano fin oltre mille metri sotto il livello del mare.

Un epico film coreano ha sbancato i botteghini nei mesi scorsi (fu rilasciato in oltre 2000 sale coreane, il che ha pure causato qualche polemica sulle dinamiche della distribuzione) ed e' approdato al Far East Film Festival di Udine: un kolossal dal grande budget (21 milioni di dollari), per il quale l'isola e' stata ricostruita in sei mesi, con qualche elemento di fiction come la fuga finale di massa di 400 coreani quando i giapponesi, verso il termine della guerra, decisero di far saltare in aria l'isola per seppellire i lavoratori coreani e con essi la verita' su quell'inferno.

«The Battleship Island»: applausi al film-kolossal coreano

Biasimato dalla destra giapponese, il regista Ryoo Seung-wan dice che e' stato molto criticato anche in patria per avere affrescato un quadro non del tutto unilaterale, che evidenzia ad esempio la presenza di collaborazionisti coreani, argomento ancora mezzo tabu'. Per lui il tema di fondo, dice, sono soprattutto gli orrori della guerra, compreso il fungo atomico americano di Nagasaki che chiude il film.

L'attore principale Hwang Jung-min dice che il suo personaggio e' egoista in quanto costretto da circostanze estreme: per interpretarlo ha perso 8 chili (“Una vera sofferenza, per me, mantenermi a stretta dieta per tutta la durata della lavorazione: sono un ghiottone”). Tanti attori e comparse, del resto, dovettero mangiare pochissimo per entrare nel ruolo di lavoratori sfruttati della miniera sotterranea. Hwang si dichiara anche rattristato, come coreano, perche' un luogo simile sia diventato World Heritage. Il film si chiude evidenziando che, in sede di approvazione Unesco, era stato imposto di comunicare l'esistenza di lavoro forzato nell'isola. L'ultimo fotogramma segnala che la clausola non e' stata rispettata dai giapponesi (in effetti il governo di Tokyo qualcosa ha fatto in tal senso, ma ha un po' ciurlato nel manico, introducendo distinzioni di lana caprina sul concetto di lavoro forzato).

Il regista dice ora di sperare di “arrivare al Festival di Udine, la prossima volta, in treno”, passando per la Corea del Nord (all'ultima stazione ferroviaria di confine in Corea del Sud, Dorasan, c'e' gia' una grande mappa del futuro collegamento intercontinentale con l'Europa).
La sua speranza e' che lo storico summit intercoreano del 27 aprile ponga le premesse per il sospirato trattato di pace che sostituisca il mero armistizio in vigore e che apra il confine che divide ermeticamente la penisola dai primi anni Cinquanta.

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