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Perché Erdogan rischia di far pagare un conto salato alle imprese turche

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Medio Oriente

Perché Erdogan rischia di far pagare un conto salato alle imprese turche

Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan decideva a sorpresa il ricorso al voto antipato il 24 giugno rispetto a novembre 2019, lo scorso 25 aprile la lira turca ha toccato il minimo storico di 4,15 lire contro il dollaro, un calo del 12% su base annua e dell'8% sul mese scorso. Lo stesso copione si ripetuto anche con l'euro. Per le banche turche il deprezzamento della lira è, secondo l'agenzia di rating Moody's, un credito negativo perché la prolungata debolezza della valuta, combinata con l'elevata inflazione interna della Turchia che viaggia all'10,2%, probabilmente aumenterà il numero dei prestiti problematici (NPL).

Non solo. La svalutazione della lira porterà a maggiori oneri per perdite su crediti che ridurranno la redditività e il coefficiente patrimoniale delle banche locali, il che aumenterà il rischio che la disponibilità di finanziamenti esteri potrebbe, ad un certo punto, diminuire.

Un fatto problematico per il paese della Mezzaluna poiché il 33% dei prestiti bancari della Turchia alla fine del 2017 erano denominati proprio in valuta estera, principalmente in dollari USA ed euro per utlizzare i tassi più bassi, ma se il tasso di cambio della lira rispetto al dollaro dovesse rimanere pari o superiore al minimo storico toccato mercoledì 25 aprile di 4,15 contro il dollaro i crediti problematici potrebbero subire una impennata pericolosa.

Come mai? Un costante deprezzamento della lira potrebbe ridurre la capacità di rimborso delle società turche indebitate in valuta estera e senza copertura assicurativa ma con entrate in valuta locale svalutata. Inoltre l'inflazione è al galoppo: 10,2% a marzo 2018 rispetto all'obiettivo del 5% della banca centrale. Gli analisti di Moody's, che hanno abbassato il rating del paese in sintonia alle altre due agenzieinternazionali, prevedono che il deprezzamento della lira aumenterà l'inflazione, erodendo la redditività delle imprese e il potere d'acquisto dei consumatori e, infine, aumentando i prestiti problematici.

In effetti il deficit delle partite correnti è arrivato a 47,2 miliardi di dollari (5,6% del Pil) rispetto ai 33,1 miliardi (3,6% del Pil) dell'anno precedente. Inoltre le riserve valutarie ammontano a soli 87,9 miliardi di dollari. Questo dato si deve rapportare con un fabbisogno finanziario estero pari, secondo dati EIU, a 222 miliardi di dollari nel 2018. Insomma le imprese turche rischiano di dover pagare un conto salato per l'instabilità valutaria del Paese della Mezzaluna sul Bosforo e per una politica monetaria troppo espansiva dettata a soli fini elettorali interni.

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