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Argentina e Fmi, un matrimonio d’interessi (e incomprensioni)

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DOPO LA RICHIESTA DI AIUTO

Argentina e Fmi, un matrimonio d’interessi (e incomprensioni)

El dia despues, the day after, è (quasi) tutto chiaro. L'Argentina ha chiesto 30 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale perché dovrà far fronte a obbligazioni in scadenza il 16 maggio. E non aveva i mezzi per farlo. Lo ha fatto direttamente il presidente Mauricio Macri, chiamando Cristine Lagarde. Che ha detto sì.

Un passo avanti, quindi. Una garanzia. «Verso il baratro, però», ironizza “Pagina12”, uno dei principali quotidiani argentini.
Onorare la scadenza di 70 miliardi di dollari di obbligazioni, con tassi di interesse al 40% sarebbe stato un vero salasso per la Casa Rosada, da qui la richiesta di prestito.

Luis Bruschtein, uno dei più lucidi analisti politici argentini, ricorda che il Fondo monetario internazionale non ha mai portato fortuna ai governi di Buenos Aires che vi hanno fatto ricorso. «Nel lungo periodo saremmo tutti morti», diceva Keynes, ma Carlos Menem, Fernando de la Rua, i presidenti che negli anni Novanta hanno chiesto prestiti al Fondo - e sono stati i demiurghi delle crisi più devastanti che abbiano mai investito il Paese - non hanno atteso a lungo per assistere alla devastazione del Paese.
Non c'è pericolo di un default. Per ora, almeno. Le condizioni sono tutte diverse da quelle del 2001, quando il Paese sprofondò in una depressione senza precedenti.

Ma dalla prima richiesta di soccorso al Fmi, nel 1957, a oggi, il filo rosso è sempre stato ben visibile: l'Argentina detesta il Fondo, i politici non riescono a convincere gli elettori della bontà delle richieste dei famigerati ajustes, gli “aggiustamenti” che ovviamente prevedono politiche restrittive, contenimento degli aumenti salariali, riduzione della spesa pubblica.
E' un film già visto e i due insuccessi di Macri, “pobreza zero” e “ lucha a la inflacion “, povertà zero e lotta all'inflazione, sono stati clamorosamente mancati. L'obiettivo del 15% in inflazione nel 2018 è lontano, si confermerà il 30% annuo. E l'aumento delle tariffe ha esasperato anche gli elettori di questo governo: la bolletta della luce è aumentata da 200 pesos al mese a 1200, spiega Luis Garcia, maestro elementare a Buenos Aires. «Ho votato Macri e me ne pento».

La svolta criptoliberista di Macri che ha avuto il merito di smantellare un sistema di sussidi e di clientelismo alimentato da un governo rimasto in carica troppo a lungo, dal 2003 al 2015 (prima con Nestor Kirchner e poi la moglie Cristina Fernandez de Kirchner) ricade nel paradigma più conosciuto. Una nemesi amara: solo il peronismo, quell'immarcescibile movimento politico argentino, cangiante e camaleontico, a volte di destra, a volte di sinistra, un po' conservatore e un po' estremista, riesce a interpretare l'anima politica argentina.
L'Argentina è l'unico Paese al mondo che ha bisogno di 40miliardi di dollari all'anno per mantenere la costosissima macchina politico-sociale. L'economia potrebbe produrre questa ricchezza ma gli agroproduttori, i padroni del Paese, preferiscono tenerli all'estero.
El atroz encanto de ser argentinos. L'atroce incanto d'esser argentini.È il titolo di un magnifico libro di Marco Aguinis.

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