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Iraq al voto sorvegliato speciale di Usa e Iran per strappo su nucleare

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elezioni difficili

Iraq al voto sorvegliato speciale di Usa e Iran per strappo su nucleare

La pace, prima di tutto. Dopo 40 anni di regimi, guerre e terrorismo, molti degli iracheni che oggi si recheranno alle urne condividono la stessa speranza e le stesse preoccupazioni. La speranza è che queste elezioni politiche gettino le fondamenta di un nuovo Iraq, un Paese davvero indipendente, capace di sfruttare le sue grandi risorse energetiche – la produzione in questi mesi sta registrando volumi record – e superare le divisioni etnico/confessionali che lo hanno dilaniato per anni. Il timore è vedere l’Iraq trasformarsi nel nuovo terreno di scontro – i pessimisti paventano una guerra – tra Stati Uniti e Iran.

Sarà l’attesa svolta? Le quarte elezioni dopo la caduta del regime di Saddam (2003) appaiono le più incerte. Sono quasi 25 milioni gli elettori chiamati al voto per scegliere i 329 onorevoli del Parlamento. Che a loro volta nomineranno un premier (che dev’essere sciita) e un presidente della Repubblica (che dev’esser curdo). Il quadro politico è molto frammentato; sono 27 le coalizioni in corsa, nelle quali sono confluiti 143 partiti. Anche all’interno delle rispettive confessioni religiose, ed etnie, prevalgono le divisioni. Sono divisi gli sciiti, che rappresentano il 60% della popolazione, lo sono anche i sunniti (20%), così come i curdi (15%). Perfino i cristiani, che sono meno del 2%, corrono con cinque partiti.

In questo scenario è dunque improbabile che una sola lista possa ottenere la maggioranza. Sarà necessario un governo di coalizione. E qui la situazione potrebbe complicarsi. Forse richiedere mesi di lunghe trattative. Eppure il tempo stringe. L’Iraq deve rilanciare la sua economia al più presto, varare le riforme che attendono da troppi anni, ricostruire il Nord-Ovest del Paese dopo la guerra contro l’Isis, ridare una casa ai due milioni di sfollati interni che ancora vivono in tendopoli e abitazioni provvisorie.

L’uomo da battere resta l’attuale premier Haydar al-Abadi, uscito dal partito di maggioranza Dawla, per fondare una lista laica, nazionalista e confessionalmente trasversale. Nel tentativo di sfruttare la popolarità guadagnata con la sconfitta dell’Isis lo ha chiamato “Vittoria”. I suoi due rivali sono Nouri al-Maliki e Hadi al-Amiri. Il primo, fondatore di “Stato di Diritto”, si presenta con una coalizione molto più sbilanciata verso Teheran. Controverso premier dal 2005 al 2013, al-Maliki aveva dato il via a una serie di discriminazioni nei confronti della comunità sunnita, che era insorta nel 2010 con una serie di proteste represse con violenza. Ancora più radicale è la coalizione Fatah, un raggruppamento di milizie della mobilitazione popolare (gran parte filo-iraniane), guidato da Hadi al-Amiri. Anomalo l’esperimento di Muqtada al-Sadr, l’influente clerico filo-iraniano e antioccidentale (ma oggi anti-iraniano) in corsa insieme a quel partito comunista che solo pochi anni fa definiva un gruppo di eretici. Il suo programma fa perno sulla lotta alla corruzione e alle ingerenze straniere.

Nella compagine sunnita i principali raggruppamenti sono Qarar al-Iraqi, guidato da Osama al Nujaifi, uno dei tre vice presidenti, e l’Alleanza nazionale di ispirazione laica, con a capo l’attuale presidente del Parlamento Salim al-Jabouri, una lista trasversale, di cui fa parte anche uno sciita, l’ex premier Iyad Allawi. I due grandi partiti curdi, il Pkk e il Kdp dovranno invece vedersela con tre nuovi e agguerriti partiti espressione della protesta popolare.

I Paesi occidentali non hanno mai nascosto la loro simpatia per al-Abadi. Per diverse ragioni. Perché ha cercato di far spazio a pluralismo, quando il suo predecessore, al-Maliki, lo soffocava. Perché è riuscito – in verità solo in parte – ad attenuare le discriminazioni verso le minoranze (sunniti e curdi) che proprio al-Maliki aveva esacerbato. Ma soprattutto perché ha avuto l’accortezza di costruire la sua politica estera all’insegna dell’equidistanza e del dialogo con tutti. Al-Abadi è infatti riuscito a mantenere buone relazioni sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran, e ha impedito che l’Iraq fosse travolto dalla grave crisi in corso tra il blocco sunnita delle Monarchie del Golfo, guidato da Riad, e l’Iran sciita.

L’uscita degli Stati Uniti dal dossier nucleare iraniano alza ora il livello dello scontro tra Washington e Teheran in Medio Oriente. Per quanto l’Iran sia coinvolto militarmente in Siria a fianco del regime di Damasco, l’Iraq resta per Teheran il più importante e strategico degli Stati arabi. Per gli Stati Uniti, che hanno ancora 5mila militari nel Paese, è comunque un Paese ricco di greggio (le quarte riserve mondiali) che non può essere abbandonato nelle braccia di Teheran. Chiunque vincerà le elezioni non potrà non tener conto di questo ingombrante fardello.

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