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verso le elezioni

Erdogan attacca le agenzie di rating: puniscono la Turchia e premiano la Grecia, «paese in bancarotta»

In vista delle elezioni politiche e presidenziali anticipate che si terranno il 24 giugno nel paese della Mezzaluna sul Bosforo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha ripreso a polemizzare con le agenzie che hanno appena ridotto il rating alla Turchia. Un paese che con un’inflazione a doppia cifra e la lira ai minimi continua a tenere fermi i tassi di interesse.

Una scelta senza alcun criterio economico, eppure Erdogan si oppone alle richieste dei banchieri centrali e non vuole sentire ragioni.

L’attacco alla Grecia
Così nel tentativo di contrastare i giudizi negativi delle agenzie straniere che riducono a suo dire senza motivo il rating del debito sovrano della Turchia, il presidente turco ha portato la Grecia come un esempio negativo di come le cose non vanno come dovrebbero, dicendo che «è un paese in bancarotta» eppure ha giudizi positivi. «Non prestate attenzione alle agenzie di rating. Hanno migliorato il giudizio di un vicino (della Turchia) che è andato in bancarotta. Per favore, ma stiamo parlando di un paese che non può pagare i suoi dipendenti pubblici. Come è possibile tutto ciò? Sto parlando della Grecia», ha detto Erdogan alla nuova agenzia internazionale dei Balcani cercando di colpire l’attendibilità delle agenzie di rating.

La verità più scomoda della lira turca
La verità è un po’ più scomoda. Lo scorso 25 aprile la lira turca ha toccato il minimo storico di 4,15 lire contro il dollaro, un calo del 12% su base annua e dell’8% sul mese scorso. Lo stesso copione si ripetuto anche con l’euro. Poi la lira è scesa fino a 4,3780 contro il dollaro per poi riprendersi sulle voci di un summit economico che però non ha fornito chiare indicazioni ai mercati.

Per le banche turche il deprezzamento della lira è, secondo l’agenzia di rating Moody’s, un credito negativo perché la prolungata debolezza della valuta, combinata con l’elevata inflazione interna della Turchia che viaggia all’10,2%, probabilmente aumenterà il numero dei prestiti problematici (NPL).

Rischio impennata per i crediti problematici
Un elemento problematico per il paese della Mezzaluna poiché il 33% dei prestiti bancari della Turchia alla fine del 2017 erano denominati proprio in valuta estera, principalmente in dollari Usa ed euro per utilizzare i tassi più bassi, ma se il tasso di cambio della lira rispetto al dollaro dovesse rimanere pari o superiore al minimo storico toccato contro il dollaro i crediti problematici potrebbero subire una impennata pericolosa.

Come mai? Un costante deprezzamento della lira potrebbe ridurre la capacità di rimborso delle società turche indebitate in valuta estera e senza copertura assicurativa ma con entrate in valuta locale svalutata.

Inflazione al galoppo
Inoltre l’inflazione è al galoppo: 10,2% a marzo 2018 rispetto all’obiettivo del 5% della banca centrale. Gli analisti di Moody’s, che hanno abbassato il rating del paese in sintonia alle altre due agenzieinternazionali, prevedono che il deprezzamento della lira aumenterà l’inflazione, erodendo la redditività delle imprese e il potere d’acquisto dei consumatori.

In effetti il deficit delle partite correnti è arrivato a 47,2 miliardi di dollari (5,6% del Pil) rispetto ai 33,1 miliardi (3,6% del Pil) dell’anno precedente. Inoltre le riserve valutarie ammontano a soli 87,9 miliardi di dollari. Questo dato si deve rapportare con un fabbisogno finanziario estero pari, secondo dati EIU, a 222 miliardi di dollari nel 2018. Insomma le imprese turche rischiano di dover pagare un conto salato per l’instabilità valutaria del Paese della Mezzaluna sul Bosforo e per una politica monetaria troppo espansiva dettata a soli fini elettorali interni. Eppure Erdogan, costretto a convocare un summit di emergenza economica recentemente per valutare di alzare i tassi, continua a prendersela con le agenzie di rating senza vedere che l’aumento del prezzo del petrolio sarà un nuova stangata per l’economia del Paese sul Bosforo.

L’economia che è stata l’asso nella manica del partito di Erdogan negli ultimi 16 anni (l’Akp è al potere dal novembre 2002) potrebbe diventare un pericoloso boomerang elettorale.

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