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Storia di Gaza, un inferno lungo 12 anni sotto il segno di Hamas

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abu mazen di nuovo in ospedale

Storia di Gaza, un inferno lungo 12 anni sotto il segno di Hamas

Entrarci richiede anche un'ora. Uscirci molto di più. Ci vuole pazienza; occorre sottoporsi alle meticolose perquisizioni dei soldati israeliani, ai raggi X, ai body scanner. A volte anche spogliarsi ed attendere senza indumenti in una stanza fredda.

Il valico di Erez, il punto pedonale di accesso da Israele per la Striscia di Gaza, è il paradigma di come questo martoriato fazzoletto di terra, lungo 40 km e largo 10, sia divenuto da 12 anni una prigione a cielo aperto.

Gaza, sempre Gaza. Se vi sono disordini nei Territori Palestinesi arrivano sempre, o quasi sempre, da qui. Se vi sono guerre, guerriglie, operazioni militari israeliane, è la Striscia di Gaza l'obiettivo, il regno di Hamas, il movimento islamico nato nel 1987, a ridosso della prima Intifada. Per comprendere com’è oggi Gaza sarebbe necessario tornare indietro al 15 maggio del 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, quando gli eserciti di tre Paesi arabi invasero la Palestina (quello giordano a Est, il siriano a Nord e l'egiziano a Sud) nel tentativo di annientare sulla nascita lo Stato di Israele .

Ma anche gli ultimi 12 anni possono spiegare gran parte delle tensioni odierne. Era il gennaio del 2006. Pochi mesi prima il premier Ariel Sharon era riuscito a portare a termine una storica operazione: l'evacuazione dei 21 piccoli insediamenti israeliani presenti nella Striscia in cui vivevano circa 8mila coloni. Le storiche elezioni politiche palestinesi, riconosciute come trasparenti dalle organizzazioni internazionali, avevano segnato un punto di svolta. Fatah, il partito di Yasser Arafat, aveva subito una cocente sconfitta, Hamas aveva invece ottenuto la maggioranza.

I palestinesi, frustrati per l'onnipresente corruzione dei dirigenti di Fatah, non potevano più tollerare di vedere i convogli delle loro grandi fuoristrada nere sfrecciare per infilarsi nelle ville costruite con marmo di Carrara, a poche centinaia di metri dai campi profughi. Miliardi di dollari di aiuti umanitari, e la situazione era sempre la stessa. Tragicamente la stessa. Vinse il Partito che per la prima volta si era presentato come un partito: Hamas. Perché era il più onesto. Perché la sua leadership viveva nei campi profughi accanto agli elettori.

Perché per anni aveva fatto quello che l'Autorità nazionale palestinese da anni faceva male, o non faceva quasi del tutto. Provvedere ai bisogni ed ai servizi basilari della popolazione tessendo un'organizzata rete di assistenza socio-religiosa. Quello portato avanti da Hamas era un welfare sociale parallelo. Visite mediche gratis, istruzione, materiale didattico, alimenti, favori a chi non riusciva a tirare avanti. In cambio si richiedeva “soltanto” riconoscenza al movimento islamico, a volte anche una frequentazione più assidua delle moschee. L'attività di Hamas fu insomma prima sociale che politica.

Da anni il movimento islamico era però inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di Israele e degli Stati Uniti. I suoi kamikaze avevano seminato la morte ed il terrore nelle città israeliane durante la seconda Intifada (2000- 2005), ma Hamas aveva scelto il terrorismo già nel 1994 con i suoi primi attentati. Gli elettori palestinesi non se ne curarono, anzi ripagarono con il loro voto chi pensavano fosse meno corrotto degli altri, e più vicino a loro. Nemmeno Hamas si attendeva una vittoria di quella portata.

Disorientato propose a Fatah di partecipare ad un Governo di coalizione in cui gli uomini del movimento islamico detenevano le poltrone più importanti. Fatah si rifiutò. Israele chiuse i confini. Stati Uniti ed Europa interruppero in parte l'invio dei loro aiuti. Fatah e Hamas erano sempre più ai ferri corti.

In quei tempi Gaza era un territorio dove spadroneggiavano gang armate e fazioni dei rispettivi gruppi che si dedicavano non di rado anche a estorsioni, furti e atti criminali. Nel giugno del 2007 scoppiò, improvvisa, la prima guerra civile palestinese. Hezzedin al-Qassam, le organizzate milizie di Hamas, sferrarono la loro “guerra preventiva” contro Fatah, conquistando in pochi giorni, era il 14 di giugno, la sede militare dell'Autorità nazionale palestinese (Anp).

I membri di Fatah furono estromessi dal potere, molti espulsi, ancora di più arrestati. Le vittime furono più di 100. Diverse membri di Fatah furono giustiziati sulla strada, davanti agli occhi di tutti.

Quando entrammo nella Striscia pochi giorni dopo quello che Fatah battezzò “il Golpe di Hamas”, le carceri si erano riempite di “onorevoli” del Parlamento, le loro case annerite, molti dei palazzi crivellati di colpi. Da allora i Territori Palestinesi si spaccarono in due: “Fatah Land”, ovvero la Cisgiordania, dove comandava l'Anp, guidata dal presidente Abu Mazen, e “Hamastan”, la Striscia, dove il movimento islamico dettava legge. Due Parlamenti, due Governi, due amministrazioni. Due nemici giurati.

Ma la resa dei conti con Israele era nell'aria. Già nell'estate del 2006. In giugno un commando di miliziani palestinesi sbucò da un tunnel e colse di sorpresa le truppe israeliane: uccisero due soldati e rapirono il caporale Gilad Shalit.

In luglio Israele arrestò decine di politici di Hamas in Cisgiordania e lanciò l'operazione “Piogge estive” su Gaza. Secondo il centro di informazione israelo-palestinese B'Tselem, nel corso di tutto il 2006 sono stati 660 i palestinesi uccisi (141 minori, 322 non-combattenti e 22 omicidi mirati), di questi 405 a Gaza (88 minori e 205 non-combattenti); nello stesso periodo i palestinesi hanno ucciso 23 israeliani, compresi 6 membri delle forze di sicurezza e un minorenne. Gaza era in guerra.

In quel periodo nella sua capitale, non c'era notte che non si fosse svegliati dai boati dei bombardamenti, anche vicini agli Hotel costruiti sulla spiaggia di un mare sempre più inquinato. Tutto lasciava presagire che era solo l'inizio di un lungo confronto militare.

In un primo tempo gli abitanti di Gaza sembravano aver apprezzato l'ordine di Hamas. Niente più gang, sparatorie, bustarelle. Ma come ogni regime, in poco tempo Hamas mostrò il suo vero volto.

Quello di chi ha paura, di chi diventa intollerante verso il dissenso, di chi fonda le proprie politiche solo sulla minaccia di un nemico esterno. L'embargo israeliano su Gaza, navale e terrestre, aveva messo in ginocchio l'economia. A Gaza non arriva nulla. Nemmeno il cemento per costruire nuove abitazioni.

Arrivò l'epoca dei tunnel, scavati tra la città di confine Rafah e il Sinai egiziano. In principio, nel 2007-2008, dei piccoli fori nascosti tra le macerie, cunicoli stretti, artigianali, bui. Ma nel volgere di un anno il loro numero aumentò in modo esponenziale. Ne costruirono tanti, le talpe palestinesi, tantissimi. E sempre più sofisticati.

Nel 2010 si arrivò ad oltre mille tunnel. Un'economia sotterranea che fruttava a Gaza il 90% del suo “Pil”. Davanti ai nostri occhi i contrabbandieri ci portavano dentro a visitarli, e poi mostravano, con orgoglio, le mercanzie che riuscivano a portare dall'Egitto attraverso autostrade sotterranee anche a 40 metri di profondità, dotate di illuminazione, ventilazione, binari, vie di fuga in caso di esplosioni; pecore, mucche, anche cammelli, componenti di auto, che poi venivano assemblate, benzina, cemento, cavi di ferro per le costruzioni. E armi.

Perché nell'economia parallela dei tunnel Hamas aveva subito intravisto una grande possibilità di business. Decise dunque di imporre tasse e balzelli all'attività dei contrabbandieri per rimpinguare le casse del suo “Governo”, vigilando attentamente sulle merci proibite: tra cui alcool, viagra, film stranieri. Anche il movimento islamico costruì i suoi tunnel. Più moderni e sofisticati, per importare razzi da assemblare, armi, e far transitare gli addestratori, correva voce anche iraniani. E per sferrare attacchi al di là del confine.

E questo fu un altro punto di svolta. Grazie anche all'appoggio iraniano, anno dopo anno Hamas costruì il suo arsenale. I rudimentali razzi Qassam divenivano sempre più potenti, precisi, e con una gittata superiore.

Israele comprese che l'embargo non era efficace a fermare i razzi di Hamas, che in alcuni periodo paralizzavano la vita delle cittadine israeliane a ridosso del confine. Hamas passò quindi all'azione, dando il via a missioni di guerra e a cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi giudicati pericolosi per la sua sicurezza. Azioni che tuttavia causarono diverse centinaia di morti tra la popolazione della Striscia. Il 1º marzo del 2008, scattò l'operazione “Inverno caldo”. L'esercito israeliano invase ancora una volta l'area con forze blindate ed aeree.

Poi fu la volta di “Piombo fuso”, il 27 dicembre del 2008. Per cercar di sventare la minaccia dei razzi Qassam lanciati dalla Striscia, il Governo di Gerusalemme diede il via ad una campagna di bombardamenti aerei mirati a colpire le postazioni di lancio.

Senza rifugi adeguati per proteggersi dalle bombe, rinchiusi in palazzi dove Hamas nascondeva i suoi miliziani e le sue armi, in una zona peraltro altamente popolata, gli abitanti di Gaza pagarono un prezzo molto alto in vite umane. Secondo le stime del ministero della salute palestinese, riprese dall'Onu, gli attacchi avrebbero causato la morte di 1.380 palestinesi (la maggior parte dei quali civili, di cui circa 400 minori di 14 anni) e il ferimento di 5.380. Secondo l'esercito israeliano le vittime furono invece 1.100/1.200, due terzi delle quali miliziani di Hamas.

Via via che le operazioni militari israeliane acquisivano forza, Hamas si piegava su sé stessa. Diffidente verso tutto e tutti. Anche verso i giornalisti, che in principio godevano di una grande libertà di movimento nella Striscia. Uomini di Hamas sempre alle spalle, permessi particolari, zone off limits. Fino al check point quando si entrava nella Striscia.

Dove venivano aperte e controllate persino le bottigliette di acqua per capire se contenevano wodka od altre bevande alcooliche. I numerosi Internet caffè, simbolo di una supposto deriva occidentale, venivano presi d'assalto, mentre le donne coperte dal niqab, la veste islamica nera che nasconde il viso lasciando solo una feritoia per gli occhi, erano ormai la maggior parte.

Arrivarono le primavere arabe, che travolsero molti Paesi del mondo arabo. Ma non Gaza. Negli anni della guerra civile siriana, il conflitto israelo- palestinese continuava silenziosamente, nell'ombra. Con riconciliazioni tra Fatah e Hamas che poi venivano meno nel volgere di pochi mesi. Nel 2014 fu la volta di “Margine di Protezione”, una campagna militare iniziata l'8 luglio 2014 dalle Forze di Difesa Israeliane contro i guerriglieri palestinesi di Hamas ed altri gruppi nella Striscia di Gaza.

Finì un mese e mezzo dopo, il 26 agosto, con l'annuncio dell'accordo per una tregua duratura raggiunta dalle parti in conflitto. Il bilancio fu pesantissimo. Quello diffuso dall'ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), nel marzo del 2015, fu di 2.220 palestinesi morti, dei quali 1.492 erano civili (551 bambini e 299 donne) e 605 miliziani, mentre non è stato possibile stabilire lo status di 123 persone. Secondo il ministero degli Esteri israeliano le vittime sarebbero state 2.128, di cui circa la metà miliziani.

Dieci anni di guerra, di tentate riconciliazioni con Fatah, di razzi.
Solo la difficile situazione economica non cambiava. La crisi dei tunnel, seguita alla volontà del presidente egiziano Abedel Fattah al-Sisi di chiudere il contrabbando di una zona ormai controllata da jihadisti, assestò il colpo finale.
Un recente rapporto della Banca mondiale tratteggia la drammatica situazione nella Striscia di Gaza: il tasso di disoccupazione è il più alto del mondo, oltre il 43% dei residenti, ma tra i giovani il 60% non ha un lavoro. Il Pil pro capite è calato di oltre un terzo negli ultimi 20 anni. Ma anche il Pil non è un indice reale, perché rappresentato in gran parte dagli aiuti internazionali (peraltro in calo).

Negli ultimi due anni l'economia si è così ridotta di almeno mezzo miliardo di dollari, mentre il tasso di povertà ha raggiunto il 42%, nonostante l'80% della popolazione riceva aiuti umanitari. Con la conseguenza che oggi la maggior parte dei quasi due milioni di palestinesi di Gaza non ha quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi igienici. L'elettricità è ormai un problema strutturale; molte persone devono convivere con 2-4 ore di luce elettrica al giorno. Questi i danni all'economia.

Ma vi sono anche quelli, meno evidenti e eppur drammatici, sulla salute psichica dei minori. Secondo diverse agenzie umanitarie internazionali sarebbero 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014. La maggior parte dei 950mila bambini di Gaza soffre di sintomi psicologici e comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd). In un rapporto delle Nazioni Unite del 2015 si affermava che se la situazione economica non cambierà entro il 2020, il territorio di Gaza diventerà invivibile. Certo in questa tragedia anche Hamas ha le sue grandi responsabilità .

Il futuro dei ragazzi è circondato da muri e reticolati. A Gaza si nasce, e a Gaza, quasi sempre, si muore. Tra una guerra e l'altra. Quando si parla di Gaza bisogna parlare anche della loro rabbia. Una rabbia ormai antica. Anche nei più giovani.

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