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Venezuela, una crisi senza vie d’uscita

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elezioni in america latina

Venezuela, una crisi senza vie d’uscita

È un Venezuela in fiamme quello di oggi, di contrapposizioni forti e sanguinarie. Per questo, tra chi non partecipa attivamente alla guerra guerreggiata, si scorge quella rassegnazione che nasce quando, alzando gli occhi al cielo, non si vedono più stelle.

Sarebbe il giorno della verità, se fosse un normale voto presidenziale. Invece l’elezione di domenica è solo un’altra tappa di una guerra politica ed economica tra due fazioni: i pretoriani del presidente Nicolas Maduro e gli oppositori (dis)uniti solo dall’avversione al governo.

La partita venezuelana è di grande rilevanza, non solo per i 31 milioni di abitanti di un Paese ricchissimo di petrolio e poverissimo di tutto il resto. Ma per gli equilibri geopolitici delle Americhe: in quella del Sud, per il traino e le sinergie energetiche con gli altri Paesi della Regione e in quella del Nord, per la preoccupazione di perdere un grosso fornitore di greggio. Non solo, vi è anche l’inquietudine conseguente alle alleanze incrociate: Cina, Russia, India e Cuba, a favore di Maduro. Stati Uniti vicini all’opposizione che si nutre della speranza di un soft-ribaltone, sostenuto appunto da Washington. Pratcamente alla vigilia del voto, gli Stati Uniti si sono spinti per la prima volta ad accusare Maduro in persona di profittare direttamente dal narcotraffico.

Nessuno dei quattro candidati lo dice ma tutti e guardano più alle alleanze politiche internazionali che al risanamento economico. Né il presidente Maduro (ultrafavorito), né Henri Falcon, l’oppositore ex chavista che oggi propone ricette liberiste, né Reinaldo Quijada, ingegnere elettronico, ammaliato dalla Revolucion di Chavez ma ora orientato a rivisitarla e riformarla, né il pastore evangelico Javier Bertucci, la predica a favore dei poveri e il conto corrente a Panama, credono davvero a un rilancio dell'economia in tempi brevi. La conferma arriva dai think tank cui si appoggiano i candidati.

In un Paese dilaniato dalle ideologie l’unico filo rosso che unisce tutti è la consapevolezza di assistere a un dramma sociale ed economico. Sì perché sia il socialismo del XXI secolo, termine coniato dall’ex presidente Hugo Chavez, sia l’ultraliberismo degli oppositori incorporano una forte componente ideologica. Gli economisti, chavisti e liberisti, presentano ovviamente ricette antitetiche ma il “sentiment” di tutti è pessimista.

Guillermo Oglietti, ricercatore di Celag (Centro studi strategici latinoamericani di geopolitica), pur essendo vicino al governo ritiene siano necessarie riforme radicali: la diffusione del “petro”, il bitcoin venezuelano, l’introduzione di misure che abbattano la speculazione finanziaria, un sistema di produzione da rivisitare affinché il potere dei potentati economici venga eroso. «Provvedimenti indispensabili per rilanciare un Paese che oggi patisce delle distorsioni forti e una pressione internazionale inaccettabile. Ma certamente non sarà facile implementarli».

Di segno opposto le ricette di Annabella Abadi, ricercatrice di “Entorno e Gestion publica” : più fiducia al mercato, meno pervasività statalista, attenzione alla spesa pubblica e quindi meno sussidi e servizi sociali affiancati da un rilancio dell’iniziativa privata. «È certamente una ricetta liberista, ma non mi nascondo che in questo Paese e in questa stagione politica, sia difficile trovare punti di dialogo». Coerente con l’opinione di Asbrubal Oliveros di Ecoanalitca secondo cui il cambio profondo sarà necessario ma potenzialmente esplosivo. «Serve un’inversione di rotta: i punti principali sono due, un tasso di cambio stabile, con una moneta credibile e il progressivo abbandono del modello economico centrato sulla rendita petrolifera».

Lo scenario è desolante, in una Caracas irriconoscibile per la violenza e la difficoltà a reperire alimenti di base e l’inutilità di una moneta, il bolivar, che nessuno sa quanto poco possa valere. L’unica certezza è che con l’inflazione al 1200%, o forse più, nessuno la può misurare con precisione, le valigie, per chi non è emigrato altrove, sono indispensabili per accatastare bolivares necessari all’acquisto, quando lo si trova, un litro di latte.

Miguel, 52 anni, insegna matematica in una scuola superiore della capitale, ammette di sapere poco di economia ma esprime la sua «preoccupazione per un Paese che non sa arrestare il suo degrado, per colpa di un governo incapace di pacificare e offrire dignità ».

Eppure, oltre all’opposizione, vi è una solida base di fedelissimi a Maduro, l’erede poco carismatico di Chavez che governa dal 2013. In uno dei ranchitos, le baraccopoli che attorniano Caracas, Marisol, dietro al suo banchetto di chincaglierie, lo dice chiaro: «Ci saranno pure voti comperati, non il mio. Ho sostenuto Chavez, nel 1998, quando si è presentato sulla scena politica, e vent'anni dopo non cambio idea. Per la prima volta abbiamo preso coscienza di cosa sia e come funzioni un Paese. Ebbene, voglio la mia Rivoluzione».

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