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Venezuela, Maduro rieletto. Affluenza al 46% e accuse di brogli

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presidente fino al 2025

Venezuela, Maduro rieletto. Affluenza al 46% e accuse di brogli

Come previsto, Nicolas Maduro è stato rieletto alla presidenza del Venezuela, ma con un crollo del 33% della partecipazione al voto, col suo principale sfidante che si rifiuta di accettare il risultato e con una serie denunce di irregolarità da parte di candidati e media dell'opposizione.

Secondo i risultati ufficiali annunciati dal Consiglio nazionale elettorale (Cne), Maduro ha ottenuto il 67,7% dei voti (circa 5,8 milioni) contro il 21,2% (circa 1,8 milioni di voti) di Henri Falcon, ex governatore e chavista dissidente, mentre il
pastore evangelico Javier Bertucci si è fermato a 930 mila voti. Ma il dato cruciale è stato quello dell'affluenza: secondo il Cne è stata del 46,1%, mentre un portavoce del Fronte amplio dell'opposizione l'ha dichiarata «al di sotto del 30%». In qualsiasi dei due casi, rappresenta un crollo sensibile rispetto alle ultime presidenziali, quando è stata del 79,69%.

La coalizione antichavista del Tavolo dell'unità democratica (Mud) - esclusa dalle elezioni dal Cne - aveva chiamato al boicottaggio del voto, definendolo illegale, ma anche Falcon, che aveva accettato la sfida delle urne, ha finito per gettare la spugna e dichiarare che non accetta la legittimità delle elezioni. «Disconosciamo questo processo elettorale e lo qualifichiamo di illegittimo» ha dichiarato ore dopo la chiusura dei seggi, aggiungendo che «questo processo non è stato reale» e per questo «esigiamo che si convochino nuove elezioni».
Maduro gli ha risposto in tono sprezzante nel suo primo discorso dopo l'annuncio della sua rielezione, chiamandolo «il candidato bugiardo» che respinge i risultati «prima che siano stati dati: non si era mai visti nella storia».

In ogni caso queste elezioni sarebbero dovute essere il giorno della verità, se fosse stato un normale voto presidenziale. Invece l’elezione di domenica è solo un’altra tappa di una guerra politica ed economica tra due fazioni: i pretoriani del presidente Nicolas Maduro e gli oppositori (dis)uniti solo dall’avversione al governo. La partita venezuelana è di grande rilevanza, non solo per i 31 milioni di abitanti di un Paese ricchissimo di petrolio e poverissimo di tutto il resto. Ma per gli equilibri geopolitici delle Americhe: in quella del Sud, per il traino e le sinergie energetiche con gli altri Paesi, e in quella del Nord, per la preoccupazione di perdere un grosso fornitore di greggio.

Vi è anche l’inquietudine conseguente alle alleanze incrociate: Cina, Russia, India e Cuba,a favore di Maduro. Stati Uniti vicini all’opposizione che si nutre della speranza di un soft-ribaltone, sostenuto appunto da Washington che venerdì per la prima volta ha accusato Maduro in persona di profittare del narcotraffico. Nessuno dei 4 candidati lo ha detto, ma tutti hanno guardato più alle alleanze politiche internazionali che al risanamento economico. Né il presidente Maduro (rieletto), né Henri Falcon, l’oppositore ex chavista che proponeva ricette liberiste, né Reinaldo Quijada, ingegnere elettronico, né il pastore evangelico Javier Bertucci, la predica a favore dei poveri e il conto corrente a Panama, credono davvero a un rilancio dell’economia in tempi brevi.

IL CAMBIO
Bolivar per un dollaro

La conferma arriva dai think tank cui si sono appoggiati i candidati. In un Paese dilaniato dalle ideologie, l’unico filo rosso che unisce tutti è la consapevolezza di assistere a un dramma sociale ed economico. Sì perché sia il socialismo del XXI secolo, termine coniato dall’ex presidente Hugo Chavez, sia l’ultraliberismo degli oppositori incorporano una forte componente ideologica. Gli economisti, chavisti e liberisti, presentano ricette antitetiche ma il “sentiment” di tutti è pessimista. Guillermo Oglietti, ricercatore del Celag, pur essendo vicino al governo ritiene siano necessarie riforme radicali: la diffusione del “petro”, il bitcoin venezuelano, l’introduzione di misure che abbattano la speculazione finanziaria, un sistema di produzione da rivisitare affinché il potere dei potentati economici venga eroso. Ma «non sarà facile implementare le riforme», dice.

Di segno opposto le ricette di Annabella Abadi, ricercatrice di “Entorno e Gestion publica”: più fiducia al mercato, meno pervasività statalista, attenzione alla spesa pubblica e meno sussidi e servizi sociali affiancati da un rilancio dell’iniziativa privata. «È certamente una ricetta liberista, ma è difficile trovare punti di dialogo». Coerente con l’opinione di Asbrubal Oliveros di Ecoanalitca secondo cui il cambio profondo sarà necessario ma potenzialmente esplosivo.

Lo scenario è desolante, in una Caracas irriconoscibile per la violenza e la difficoltà a reperire alimenti di base e l’inutilità di una moneta, il bolivar, che nessuno sa quanto poco possa valere. L’unica certezza è che con l’inflazione al 1200%, o forse più, nessuno la può misurare con precisione; le valigie, per chi non è emigrato altrove, sono indispensabili per accatastare bolivares necessari all’acquisto, quando lo si trova, di un litro di latte. Miguel, 52 anni, insegna matematica in una scuola superiore della capitale, ammette di sapere poco di economia ma esprime la sua «preoccupazione per un Paese che non sa arrestare il suo degrado, per colpa di un governo incapace di pacificare e offrire dignità».

Eppure vi è una solida base di fedelissimi a Maduro, l’erede poco carismatico di Chavez che governa dal 2013. In uno dei ranchitos, le baraccopoli che attorniano Caracas, Marisol, dietro al suo banchetto di chincaglierie, lo dice chiaro: «Ci saranno pure voti comprati, non il mio. Ho sostenuto Chavez, nel 1998, quando si è presentato sulla scena politica, e vent’anni dopo non cambio idea. Per la prima volta abbiamo preso coscienza di cosa sia e come funzioni un Paese. Ebbene, voglio la mia Rivoluzione».

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