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Ecco perché con le sanzioni economiche all'Iran i cocci saranno…

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la mossa di trump

Ecco perché con le sanzioni economiche all'Iran i cocci saranno europei e i vantaggi cinesi

Molti membri dell'amministrazione Trump, tra cui il consigliere per la Sicurezza, John Bolton e il segretario di Stato, Mike Pompeo, credono che sanzioni economiche più stringenti causeranno il collasso del regime degli Ayatollah al potere dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista che detronizzò l'ultimo Scià di Persia, Reza Pahlavi. E' un'ipotesi verosimile? Uno sguardo alle esperienze del passato non porta a conclusioni univoche. Vediamole insieme. Le sanzioni non hanno rovesciato né Saddam Hussein in Iraq né il colonnello Gheddafi in Libia né Assad in Siria. Sessant'anni di sanzioni contro la Corea del Nord hanno portato il regime nordcoreano ad acquisire un pericoloso arsenale nucleare.

L’efficacia delle sanzioni
Le recenti aperture coreane sono il frutto delle pressioni di Pechino più che gli effetti delle misure restrittive economiche. L'embargo statunitense a Cuba in vigore da mezzo secolo ha lasciato il regime castrista saldo al potere. Certo in Iran a dicembre ci sono state manifestazioni anti-governative contro il carovita ma il regime ha retto usando il pugno della repressione.

Insomma l'isolamento economico difficilmente porta all'implosione dei regimi totalitari. Anzi le sanzioni internazionali sono spesso usate come alibi dai regimi per i propri fallimenti interni. Se invece si decide di intervenire con azioni mirate come dei raid aerei o con guerre preventive i risultati sono spesso opposti a quanto voluto. In questi casi il risultato non è la formazione di un regime riformista e filo-occidentale desideroso di aprire commerci e aumentare il benessere delle propria popolazione ma la formazione di un nuovo santuario del terrore. L'intervento americano in Iraq giustificato dall'allora segretario di Stato, Colin Powell, con il possesso di armi di distruzione di massa (accusa poi rivelatasi clamorosamente falsa) ha portato all'ascesa dello Stato islamico.

L’efficacia degli interventi militari
Così come è avvenuto con un cambio di regime imposto dalle potenze occidentali (la Francia di Nicholas Sarkozy in primis) nella Libia del colonnello Gheddafi. I disastrosi risultati dell'intervento in Libia nel 2011, appoggiato da Barack Obama, sono sotto gli occhi di tutti e lo stesso ex presidente americano se ne pentì in una famosa intervista a The Atlantic dove chiamava free raiders, “scrocconi” gli alleati europei, Francia e Gran Bretagna, di quella missione. Questo non vuol dire favorire la politica isolazionista, ma cercare un equilibrio tra il bastone (delle sanzioni o dei raid) e la carota (degli accordi).

Ma allora perché Donald Trump ha deciso l'escalation con l'Iran? Sono molte le ragioni per cui la Casa Bianca ha deciso di uscire da un accordo sul nucleare iraniano che gli Stati Uniti dal 2015 non hanno mai rispettato pienamente continuando a mantenere in vita le sanzioni finanziarie verso Teheran.
Washington ha minacciato sanzioni a chi dovesse mantenere rapporti economici con gli Ayatollah, un'economia da 430 miliardi di dollari. Non a caso il nuovo ambasciatore americano in Germania, Grenell, ha richiamato subito all'ordine le società tedesche che hanno accordi con Teheran invitandole a cessare ogni contatto.

L’effetto sulle imprese
Boeing e Airbus hanno annunciato accordi per la vendita di quasi 300 aerei alle compagnie aeree iraniane del valore di 40 miliardi di dollari complessivamente. Poiché l'accordo è entrato in vigore nel 2016, Airbus, con sede a Tolosa, in Francia, ha consegnato tre jet a Iran Air, ma potrebbe essere soggetta a restrizioni da parte di qualsiasi divieto degli Stati Uniti a causa del grande contenuto americano sui propri aerei. La francese Total probabilmente uscirà dal progetto di estrazione di gas di South Pars dove ha investito 90 milioni di dollari in società con i cinesi della China National Petroleum Corp che potrebbero incassare tutte le azioni oggi in mano alla società francese. Pechino, che ha costruito la metropolitana di Teheran, ha un interscambio con l'Iran di 28 miliardi di dollari, più di quello delle tre maggiori economie dell'eurozona (Germania, Francia e Italia).

America first o America alone?
L'abbandono del JCPOA, l'acronimo con cui si definisce l'accordo sul nucleare iraniano, significa voler mantenere l'Iran lontano da un ruolo di potenza regionale. Questo obiettivo unisce Israele, l'Arabia Saudita e i falchi dell'amministrazione Trump. Una politica che punti al disgregamento del regime degli Ayatollah, ripudi le precedenti politiche di appeasement di Barack Obama e consenta a Trump di poter dire di aver mantenuto le promesse elettorali in vista delle elezioni di Midterm anche a costo di dividere le due sponde dell'Atlantico. “America first” rischia di diventare “America alone”, America da sola.

Al centro di questa scelta unilaterale c'è la prospettiva del cambio di regime a Teheran. I falchi di Washington ipotizzano due vie per questo obiettivo. Il primo punta sull'accelerazione della pressione economica su Teheran nella speranza che il malcontento popolare, l'inflazione e la svalutazione del Rial crescano e che il regime di Khamenei crolli su se stesso. La seconda opzione è di indurre l'Iran a riavviare l'arricchimento dell'uranio con le centrifughe a Natanz o Fordo o in qualche altro sito sconosciuto all'Aiea, il che darebbe a Washington il pretesto per scatenare degli attacchi mirati. Insomma una decisione americana che potrebbe rivelarsi un azzardo foriero di pericolose conseguenze destabilizzanti in Medio Oriente e nei rapporti transatlantici. Dove i cocci sarebbero europei e i vantaggi di russi e cinesi.

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