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Iraq, chi è Moqtada al Sadr, arcinemico degli Usa con cui Trump…

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il vincitore delle elezioni

Iraq, chi è Moqtada al Sadr, arcinemico degli Usa con cui Trump dovrà scendere a patti

Sarà difficile da digerire. Ma se gli Stati Uniti intendono mantenere la loro influenza su un paese del Medio Oriente strategico come l'Iraq dovranno venire a patti con Moqtada al-Sadr. Vale a dire con chi, negli anni successivi alla caduta di Saddam Hussein, ha guidato la sanguinosa insurrezione armata proprio contro i soldati americani.

Definito un tempo dalla Casa Bianca come la più grande minaccia alla stabilità e alla sicurezza dell'Iraq, il carismatico clerico sciita è il vincitore a sorpresa delle elezioni politiche tenutesi in Iraq lo scorso sabato.

Il suo esperimento politico, una coalizione nazionalista e “secolare” che raccoglie il partito comunista ma anche forze sciite moderate, era stato guardato con sufficienza dai suoi avversari. Ma non dagli elettori iracheni, stanchi di veder il proprio Paese usato come uno strumento da potenze straniere rivali (Iran e Usa) per rafforzare la loro presenza in Medio Oriente, e soprattutto esasperati dalla crescente, e ormai onnipresente, corruzione.

Il programma di Moqtada, incentrato proprio sulla guerra contro la corruzione e la povertà, e su di un acceso nazionalismo volto a contrastare l'interferenza straniera in Iraq (sia degli Usa che dell'Iran, un tempo suo alleato), ha fatto breccia nei cuori di molti elettori in quello che è stato definito un voto di protesta.

15 anni dopo caduta Saddam, Iraq insanguinato e diviso

Con 58 seggi la coalizione di al-Sadr – Sairoon - avrà solo la maggioranza relativa. Ma sarà il clerico nazionalista a cercare di formare un Governo che sin da subito lui stesso ha voluto ribadire debba essere inclusivo e trasversale. Probabile che punti, come ha già fatto intendere, ad un'alleanza con la coalizione dell'attuale premier Aydar al-Aabdi, giunto terzo nel voto di sabato. Un'alleanza strategica per evitare di lasciare il posto alle altre due coalizioni filo-iraniane, arrivate seconda e quarta. Anche se dovesse avere successo non sarà Moqtada, il campione dei poveri e dei diseredati, ad essere il primo ministro. Lui ha preferito non candidarsi, forse per aver mano più libera nel tessere le relazioni con le altre forze politiche.

Ma chi è veramente Moqtada al-Sadr?
Nato 44 anni fa a Najaf, in Iraq, da una famiglia sciita molto influente, fin da bambino dovette fare i conti in prima persona con le persecuzioni di Saddam Hussein contro gli oppositori sciiti. Era suo parente il grande ayatollah Mohammed Baqir al Sadr, ucciso dal regime irachene nel 1980. Un lutto che segnò la vita del giovane Moqtada, che a 26 anni perse, sempre per mano del regime iracheno, anche il padre, il Grande ayatollah Mohammad Sadeq al-Sadr, brutalmente torturato e giustiziano, e di due fratelli.

Moqtada intraprese gli studi religiosi, ma non arrivò alla “laurea”. Dopo l'invasione americana dell'Iraq nel 2003, guidò l'insurrezione irachena, da lui definita resistenza, contro la presenza militare americana. La sua grande milizia, l'esercito del Mahdi, aveva solide relazioni con l'Iran, la potenza mediorientale che, dopo la caduta del regime, ambiva a “iranizzare” l'Iraq da un punto di vista commerciale, ma anche sociale e religioso. E che in parte ci riuscì, soprattutto nelle regioni meridionali del Paese.

Negli anni bui della guerra civile (2005-2008), quando il paese era dilaniato dalle violenze confessionali, le migliaia di miliziani che componevano l'esercito del Mahdi si macchiarono di gravi atrocità contro la comunità sunnita, soprattutto a Baghdad. Pochi anni dopo Moqtada iniziò la sua metamorfosi.

Già nel 2013, sostenne pubblicamente la causa dei manifestanti (in gran parte arabo-sunniti) che paralizzarono l'intero Iraq centro-occidentale in aperta opposizione alle politiche settarie adottate dall'ex primo ministro sciita Nuri al-Maliki, vicino all'Iran.

Nel 2014 l'inarrestabile offensiva dell'Isis in Iraq spinse al Sadr a cambiare nome al suo esercito da Mahdi a “Brigate della pace”. I miliziani di al-Sadr non furono certo i più attivi nella guerra che altre milizie filo-iraniane conducevano contro l'Isis a fianco dell'esercito iracheno. Anche perché i soldati di al-Sadr non ricevevano né finanziamenti, ne sostegno politico e nemmeno armi dal regime iraniano. Il rapporto era già incrinato.

Due anni più tardi si compieva la parabola nazionalista di al-Sadr. Che aveva dato il via al riavvicinamento con quei comunisti iracheni che fino a pochi anni prima aveva etichettato come un gruppo di “miscredenti”. Fu proprio lui a mettersi alla testa di una grande protesta popolare contro la corruzione, culminata nell'occupazione del Parlamento di Baghdad per alcuni giorni. L'Iran insorse. “Non permetteremo ai comunisti e ai liberali di governare l'Iraq”, aveva ammonito Ali Akabr Velayati, consiglieri dell'Ayatollah Ali Khamenei, la suprema guida spirituale dell'Iran.

Il divorzio tra Moqtada e l'Iran, se mai c'era stato un vero matrimonio, si era definitivamente consumato. Le successive mosse di al-Sadr lo hanno ulteriormente allontanato da Teheran. Come le due visite compiute in Arabia Saudita, nemica giurata della Repubblica Islamica, alla corte del nuovo principe reggente Mohammed Bin Salman, il più solido e potente alleato arabo degli Stati Uniti.

All'insegna dell'Iraq First, Moqtada vuole dimostrare agli iracheni che l'Iraq può e deve esser uno Stato sovrano capace di intrattenere relazioni diplomatiche con le potenze regionali e mondiali. Non dunque una pedina in balia dei disegni altrui. Un argomento che fa presa sui giovani iracheni.

Eppure l'ascesa del clerico un tempo oltranzista potrebbe anche arrestarsi. Se Moqtada non dovesse riuscire a formare il governo potrebbero tornare in corsa i filo iraniani. E' solo una possibilità. Ma le due coalizioni più vicine a Teheran, quella di Hadi Al-Amiri (Fatah), più radicale, e quella del ex-premier Nour al-Maliki, potrebbero arrivare alla maggioranza se riuscissero ad ottenere l'appoggio del partito curdo dell'ex presidente Massoud Barzani. Uno scenario per ora poco probabile. Ma l'Iraq che verrà resta ancora un'incognita.

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