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Iran, così l’Europa cerca di proteggere le imprese dalle sanzioni Usa

L’Unione europea - almeno per il momento unita - si prepara a fronteggiare l’applicazione extraterritoriale delle sanzioni economiche secondarie, con l’Iran nel mirino, decise dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

E lo fa spolverando il regolamento n. 2271/96 sulla protezione dagli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un Paese terzo. In quell’occasione, nel 1996, l’atto Ue era stato adottato per fronteggiare la legge Helms-Burton che colpiva gli interessi economici di investitori stranieri che operavano a Cuba.

L’intervento di Bruxelles, proposto nel vertice di Sofia del 18 maggio, si muove nella stessa direzione seguendo più binari, nel segno della protezione e della neutralizzazione degli effetti dell’applicazione extraterritoriale. Con obblighi sia per i privati sia per gli Stati. In primo piano, l’attivazione del blocking statute che vieta alle imprese Ue nonché a persone fisiche residenti nell’Unione di conformarsi agli effetti extraterritoriali delle sanzioni Usa. Un blocco esteso anche agli Stati membri con riferimento alle sentenze o decisioni di autorità amministrative esterne all’Unione che rendano operative le disposizioni Usa.

Il supporto alle “vittime” delle misure dell’amministrazione americana nel regolamento era strutturato anche con l’attivazione di azioni di rivalsa per il risarcimento dei danni derivanti dal soggetto che li aveva causati, con la possibilità per le aziende colpite di avvalersi del regolamento di Bruxelles sulla competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle sentenze in materia civile e commerciale. Una misura che anche ai tempi di Cuba si era dimostrata non efficace anche per la sostanziale impossibilità di far eseguire le sentenze, pur in presenza di beni sul territorio di uno Stato membro. In via generale, in ogni caso, quando si erano verificati conflitti, l’amministrazione americana aveva dato il via libera a deroghe.

Lo scenario, quindi, si ripete. Ma il quadro è diverso. Gli Stati Uniti, questa volta, non solo hanno optato per sanzioni economiche come strumento di pressione politica, ma hanno anche deciso il ritiro dal Joint Comprehensive Plan Action (JCPOA), accordo che ha già portato molte aziende - europee come cinesi e russe - a investire nuovamente in Iran. Gli Usa hanno anche violato la risoluzione n. 2231 del Consiglio di sicurezza del 20 luglio 2015 che ingloba l’accordo e che prevede un monitoraggio dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica sul rispetto degli impegni da parte dell’Iran, ad oggi con esito positivo, ed eventualmente un sistema di snap-back che può portare al ripristino delle sanzioni. Resta da vedere, però, se la proposta della Commissione europea sia sufficiente. Su tutte le misure, poi, aleggia lo spettro della mancata unanimità tra gli Stati Ue e la possibilità che alcuni Paesi imbocchino un’altra strada: o con l’appoggio diretto alla politica Usa non avendo aziende impegnate in Iran, così guadagnandosi con Trump meriti utili per il futuro, o optando per la negoziazione di deroghe ad hoc per le proprie aziende, aprendo così lo spazio a situazioni differenziate, anche per non perdere il mercato Usa, ipotesi insostenibile per le aziende Ue.

Per il momento, nell’agenda dell’Unione non è stata ancora prevista la possibilità di un ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio. Ai tempi di Cuba, l’allora Comunità europea aveva chiesto l’attivazione della procedura di consultazione imputando agli Stati Uniti diverse violazioni dell’accordo OMC. Il sistema, però, si era bloccato: dopo il passaggio al Dispute Settlement Body, con la costituzione di un Panel, la stessa Comunità aveva chiesto la sospensione del procedimento che, probabilmente, si sarebbe arenato di fronte alle ragioni di sicurezza nazionale sulle quali il Panel non avrebbe potuto sindacare. Uno scenario che, anche con l’Iran, potrebbe ripetersi.

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