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STORIE DALLA SILICON VALLEY

Silicon Valley, i due figli di immigrati poveri diventati miliardari in pochi minuti

(Ap)
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Diventare miliardari, in pochi minuti, offrendo servizi di brokeraggio gratuiti. È la storia vera di Baiju Bhatt e Vladimir Tenev, oggi rispettivamente 33 e 31 anni, figli di immigrati poveri (indiani e bulgari) cresciuti nelle zone rurali dell’America profonda. I due ragazzi si sono conosciuti a Stanford, dove Baiju ha conseguito un bachelor in Fisica e un master in Matematica, mentre Vladimir conquistava il suo bachelor in Matematica. Sono diventati amici. Grazie al loro talento hanno conquistato prestigiose e strapagate poltrone negli hedge funds, per i quali costruivano piattaforme di “high speed frequency trading”, i software che comprano e vendono sul filo dei nanosecondi.

Poi, narra la leggenda, rimasti impressionati dal lato oscuro del mondo della turbofinanza, hanno dato un calcio a carriera e stipendi d’oro abbandonando gli uffici di vetrocemento degli hedge funds. E facendo una scommessa impossibile: mettere in piedi un broker che permetta di acquistare azioni ed Etf quotati senza commissioni. Assolutamente gratuito. Cosa di per sé economicamente insostenibile, perché le stesse Borse caricano commissioni sulle transazioni che - per quanto ridotte - qualcuno deve pagare.

E i dati di Borsa in tempo reale? Gratuiti anche quelli, alla faccia di tutti gli intermediari che ci lucrano sopra. Così, con la lucida follia che scorre nelle vene dei giovani della Silicon Valley, poco più di cinque anni fa Baiju e Vladimir hanno fondato Robinhood Markets Inc.

All’inizio è stata dura. Durissima. Più di settanta investitori hanno chiuso la porta in faccia al progetto dei due ragazzi, allora di 26 e 28 anni. Poi, grazie al “buzz” in Rete e al crowdfunding, sono arrivati i primi soldi, anche perché si era creato un enorme interesse, con centinaia di migliaia (sì, così tanti) di potenziali clienti interessati. Essendo stato pensato per i nativi digitali, Robinhood funziona esclusivamente con app: quella per l’iPhone è attiva dal dicembre 2014 (quando c’erano la bellezza di mezzo milione di persone in lista d’attesa per scaricarla, potenza del passaparola digitale), poi sono arrivate quella per l’Apple watch e per Android.

L’app è molto semplice ed elegante (ha vinto un Apple Design Award). Per scaricarla, aprendo il proprio conto, bisogna essere maggiorenni. E per operare in Borsa ci vogliono almeno mille dollari. L’interfaccia è essenziale, minimalista, con le principali breaking news finanziarie, i migliori e peggiori dell’indice S&P500, i migliori e peggiori del proprio portafoglio e la propria watchlist. Per ogni titolo è disponibile un grafico semplice e le principali news. Ma soprattutto ci sono i due tasti: “buy” e “sell”, che rendono le compravendite fin troppo invitanti.

Ma come fa Robinhood a reggersi in piedi, se non fa pagare commissioni ai clienti? In primo luogo ha una struttura di costi leggerissima. «Robinhood è stata costruita dalle fondamenta per essere il più efficiente possibile, cercando di rimuovere tutto quello che rende costosi gli altri servizi di brokeraggio», si legge nel sito dell’azienda. Quindi niente presenza fisica sul territorio, nessuna pubblicità costosa, zero consulenti finanziari.

In secondo luogo il “broker dei millennials” guadagna sugli interessi della liquidità rimasta sui conti correnti, non investita in azioni o Etf. Anche il costo del lavoro è contenuto: nel quartier generale di Palo Alto, in California, a lavorare tra enormi murales con i personaggi del cartone animato “Robin Hood” disneyiano ci sono poche decine di persone, in buona parte brillanti ex studenti di Stanford che, come spiega Vladimir Tenev, «non hanno molta voglia di finire a lavorare in banca».

Dopo gli inizi duri, il successo di Robinhood è stato travolgente. Appena quattro anni dopo la prima transazione, il broker “commission free” ha superato i quattro milioni di clienti, sorpassando un colosso del calibro di E*Trade (con i suoi 3,7 milioni di conti). Non solo. La rivoluzione delle commissioni zero ha ridisegnato gli standard del mercato, obbligando tutti i grandi competitor di Robinhood a ripensare i loro modelli di business per non finire fuori strada.

Grazie ai millennials, a internet e al mobile, la folle scommessa di Baiju e Vladimir è diventata una realtà dalla crescita folle. I due ex ragazzi di Stanford ora possono sorridere: l’ultimo round di finanziamenti ha quasi quintuplicato il valore di Robinhood, da 1,3 a ben 6 miliardi di dollari, poco meno di UnipolSai, il triplo dell'unico “unicorno” ex italiano Ynap. E la firma dell’ultimo round di finanziamenti ha compiuto il miracolo: in pochi minuti i due figli di immigrati indiani e bulgari sono diventati miliardari.

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