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Venezuela, dopo la vittoria di Maduro gli Usa minacciano nuove sanzioni

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Ha vinto lui. Nicolás Maduro guiderà il Venezuela per un nuovo mandato di sei anni. Certo, come da pronostici. E come l'opposizione aveva previsto, invitando a boicottare il voto di ieri. In una Caracas presidiata da migliaia di militari, in un clima di timori e sospetti è andato in scena l'ultimo atto di un risultato annunciato. Il risultato è netto: il presidente Maduro ha incassato il 68% dei voti e il suo avversario, Henri Falcon, il 21%; un distacco enorme, abbinato a un'affluenza al voto molto bassa. Del 48%, secondo il Comitato elettorale ma non superiore al 30% secondo altre rilevazioni indipendenti.

Cala il sipario su quest'elezione, così contestata, così avversata dall'opposizione, ma resta aperto il dramma di un Paese allo stremo guidato da un governo in derapage sul piano inclinato dell'autoritarismo. I 5,8 milioni di voti di Maduro non saranno sufficienti a lenire i disagi di 31 milioni di venezuelani che faticano a sbarcare il lunario. Il “carnet de la patria” è la tessera annonaria distribuita al popolo, o almeno ai più disagiati, per accedere a prodotti alimentari con prezzi ultracalmierati. Si tratta di una sacca di povertà di 16milioni di venezuelani, che Maduro ha promesso di estendere ad altri. “Dando y dando”, ha ripetuto Maduro, “do ut des”. Chiedendo il voto in cambio del rinnovo del Carnet de la patria. “Il Carnet protegge te e tu, votando, proteggi la patria”.

“Il voto è stato comperato ed è irregolare”, ha dichiarato Falcon che peraltro, in una campagna elettorale surreale, aveva distribuito dollari falsi con l'idea di anticipare al popolo una dazione di soldi veri. Ma ora che gli show sono terminati i nodi restano. Pochi giorni fa l'Opec ha pubblicato il bollettino mensile di maggio, da cui emerge il costante declino della produzione petrolifera di Pdvsa, la società energetica del Venezuela. Da quota 3milioni di barili al giorno si è ormai toccata quota 1,4milioni di barili. Con un calo del 14% registrato solo nei primi 4 mesi del 2018. Un crollo verticale e inquietante. Soprattutto perché quello del Venezuela è uno sviluppo scorsoio legato al petrolio, senza che nessuno pensi, né al governo né all'opposizione, a una crescita modulata su altri settori.

Intanto le reazioni al risultato del voto sono state dure: gli Stati Uniti, convinti della poca trasparenza del voto, hanno annunciato altre sanzioni ai danni di Caracas, mentre a Cuba il risultato è stato accolto con soddisfazione. L'Avana è il principale interlocutore politico di Maduro. Tanto che Pdvsa, negli ultimi mesi, ha acquistato 440 milioni di barili di greggio all'estero per rifornire Cuba. In cambio la presidenza di Raul Castro e ora di Miguel Diaz Canel offre consulenza strategica, militare e invia medici in Venezuela. Lo scontro frontale non è solo interno, ma internazionale.

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