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La tregua Usa-Cina sul commercio e la debolezza dell’Europa

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La tregua Usa-Cina sul commercio e la debolezza dell’Europa

Poco più di un anno fa, tramortita dal ciclone Trump, aveva sperato di riuscire a isolare l’isolazionismo protezionista del nuovo inquilino della Casa Bianca puntando sul gioco di sponda con la Cina di Xi Jinping, che allora si sbracciava a fargli il controcanto professandosi come il nuovo e incrollabile sacerdote del multilateralismo globale, costruendo intorno al presidente “sfascista” un muro di nuove sicurezze, le proprie, fondate, faute de mieux, su una immensa rete di intese commerciali bilaterali, dal Canada al Messico, Giappone, Corea del Sud e Singapore, passando per Mercosur e da ieri Australia e Nuova Zelanda.

Fine della grande illusione. Di tutti gli scenari possibili alla fine per l’Europa si è realizzato il peggiore: l’accordo di sabato tra Stati Uniti e Cina per evitare la guerra commerciale tra i colossi dell’economia globale. A spese di chi?

Gli esatti termini dell’intesa per ridurre il massiccio deficit commerciale Usa con Pechino non sono stati resi noti, né si sa quanto dei 200 miliardi di taglio pretesi da Trump sia stato ottenuto. Nota è invece la sospensione dei 50 miliardi di dazi imposti due mesi fa da Washington sull’import di circa 1,300 prodotti cinesi. Il che alimenta il sospetto che la Cina, per irrobustire la de-escalation delle tensioni con gli Stati Uniti riducendone i costi, possa usare il Vecchio continente come camera di compensazione dei flussi commerciali da dirottare o degli investimenti diventati più difficili negli Usa.

Sull’Europa rischiano così di rovesciarsi non solo i potenziali danni economici collaterali. Anche quelli politici e strategici: l’ennesima conferma che, come era già diventato chiaro durante la presidenza Obama, e nonostante persistenti contrasti e tensioni tra gli attori, nella nuova scala di priorità Usa il Pacifico resta solidamente al primo posto, la sponda atlantica scivola sempre più indietro. Anche per questo, e nonostante Stati Uniti e Europa restino il primo partner commerciale l’uno dell’altro, l’accordo con la Cina è arrivato prima. Come si è visto ieri a Bruxelles alla riunione dei ministri degli Esteri e del Commercio Ue, l’Europa invece arranca alla ricerca di un’intesa per evitare che dal 1 giugno scattino i dazi Usa del 10% su acciaio e del 25 su alluminio, un export che vale, dati 2017, 6,4 miliardi di euro all’anno.

Si continua a negoziare senza grande ottimismo. In un clima di apparente rassegnazione che sembra dare per scontato l’arrivo non solo dei dazi ma anche di quote Usa all’import: accettabili, dicono a Bruxelles, «purchè rispettino i flussi storici delle esportazioni Ue». Aria di appeasement? «Vogliamo evitare i dazi e una guerra commerciale ma gli Stati Uniti ritengono insufficienti le nostre proposte, non sappiamo come andrà a finire» riassume Cecilia Malmstroem, il commissario Ue al Commercio.

In realtà, e come sempre, l’Europa è divisa su interessi e obiettivi della partita americana. Al contrario dei cinesi non appare una controparte solida e credibile. La sua debolezza strutturale le impedisce di interloquire alla pari con l’America di Trump e di ottenere risultati all’altezza delle sue ambizioni, pur pretendendoli con durezza e determinazione.

Vogliamo negoziare seriamente con gli Stati Uniti ma solo se prima avremo la garanzia di un’esenzione permanente dai dazi, in caso contrario sono pronte le nostre contromisure: il messaggio lanciato dai 28 leader dell’Unione riuniti settimana scorsa a Sofia. In breve, niente pistole sul tavolo.

Nei fatti la voce grossa poco si addice a un’Unione che, dietro l’apparente messaggio unitario, nasconde e nemmeno bene la netta contrapposizione tra Parigi e Berlino. «Tanto la questione commerciale quanto l’accordo con l’Iran sono test di sovranità per l’Europa. Per questo non ci sarà nessuna discussione approfondita sul commercio senza la preliminare esenzione permanente dai dazi. Senza, l’Europa farà di tutto per difendere i suoi interessi» ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron al vertice di Sofia.

Peccato che la priorità della Germania sia tutt’altra e cioè evitare a tutti i costi una guerra commerciale che, dall’export di auto in giù, colpirebbe pesantemente la sua economia. Ed è questa conclamata dicotomia tra i due pesi massimi dell’Unione, la tentazione diffusa di tirar dritto anche con intese bilaterali con Washinton ignorando l’ortodossia delle regole e competenze europee, la clamorosa assenza dell’Italia che pure ha a sua volta in gioco enormi interessi, a minare la tenuta della posizione negoziale collettiva e quindi la possibilità di uscire vincenti dal braccio di ferro in corso.

In cambio della cancellazione definitiva dei dazi, l’Europa offre all’America First la liberalizzazione del proprio mercato per prodotti agricoli, industriali, auto compresa, e appalti pubblici. L’acquisto di prodotto energetici, nello specifico gas liquefatto. La riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e maggiore cooperazione tra i regolatori delle due sponde dell’Atlantico.

Gli Stati Uniti nicchiano, per ora Trump tace anche se lo spettro delle sue richieste all’Unione è molto più ampio: spazia dall’Iran a un maggiore impegno per la difesa, per citare le più importanti. Ma su entrambi i dossier a nicchiare in questo caso è l’Europa. Se la Cina gli ha messo sul piatto la Corea del Nord, l’Unione non fa altrettanto con l’Iran (semmai il contrario), anche perché non ha lo stesso peso politico.

Di questo passo però chi voleva isolare Trump rischia di ritrovarsene isolato e pure taglieggiato da dazi e quote Usa. Altro che test di sovranità per l’Europa. Le sue oggi sono prove di declino relativo di fronte agli Stati Uniti, al mondo. E a se stessa.

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