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Sanzioni e crisi russa costano all’export alimentare italiano il 28%

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il peso delle tensioni con mosca

Sanzioni e crisi russa costano all’export alimentare italiano il 28%

È possibile quantificare il danno che le sanzioni alla Russia hanno fatto all’Italia? In un certo senso sì, specificando però che l’impatto che si può calcolare è quello delle controsanzioni russe, l’embargo sull’import di carne, pesce frutta e verdura con cui il Cremlino nel 2014 rispose alle restrizioni americane ed europee in ambito finanziario, energetico, militare. Qui una cifra che riassuma affari perduti, progetti sospesi, cooperazioni mancate è impossibile da dare, ma è di sicuro superiore. E considerando l’ultima offensiva della Casa Bianca contro chiunque mantenga legami d’affari con i russi nella lista nera del Tesoro americano, è una cifra destinata a crescere.

Tornando all’export italiano in Russia - 8.896 miliardi nel 2017 - la quota relativa ai settori “sanzionati”, agroalimentare e bevande, ha un valore di 768 milioni. Nel 2013, prima della crisi ucraina, le esportazioni agroalimentari erano pari a 1.069 milioni. La differenza, 301 milioni (pari al 28%), non registra solo l’impatto delle sanzioni. «La vera ragione del calo dell’export è stata la riduzione della capacità di spesa dei russi in quel periodo», spiega Niccolò Fontana, primo consigliere commerciale dell’Ambasciata d’Italia a Mosca. La crisi economica e la svalutazione del rublo sono i principali responsabili del calo, e ora - con la ripresa in atto - della crescita degli scambi. Quel dato di 301 milioni inoltre comprende anche i generi alimentari esclusi dal bando (caffè e pasta, vini e olio) che hanno mantenuto le posizioni e ora, con il “sistema Italia” concentrato a incoraggiare proprio questi punti di forza, guidano la ripresa.

È andando a leggere i dati relativi ai comparti sanzionati che si può quantificare il prezzo pagato: latte e derivati, ortofrutticoli freschi: per loro, che nel 2013 importavano insieme in Russia per 182 milioni di euro, la cifra relativa al 2016 e 2017 è pari a zero. «Per questi prodotti - sintetizza Fontana - la Russia ormai è un mercato chiuso».

La via d’uscita, spiega Ernesto Ferlenghi, presidente di Confindustria Russia, sta nell’abbandonare la logica dell’andare a vendere» e accettare il modello che proprio le sanzioni hanno spinto la Russia ad adottare, la produzione in loco. «Deve cambiare la strategia - osserva Ferlenghi - non possiamo restare legati a un modello basato sulla distribuzione». Ed è qui la differenza con un Paese come la Francia, sotto i riflettori oggi a Pietroburgo: «Quella francese è un’economia con una struttura simile alla nostra che però, come i tedeschi, ha deciso di abbracciare la cultura della localizzazione». Il primo investitore straniero nel 2017 è stato Auchan, il secondo la tedesca Metro: «Per i piccoli produttori nazionali, un grande distributore che fa da volàno».

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