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dopo la cancellazione del vertice di singapore

Summit Usa-Nord Corea, Trump ci ripensa: forse vedrò Kim il 12 giugno

L’incontro del 12 giugno a Singapore fra il presidente degli Stati Uniti e Kim Jong Un non si farà, almeno sembrava così dopo la lettera di ventiquattr’ore fa in cui Trump scriveva per la prima volta al leader nordocreano e si rivolgeva a lui come presidente legittimando di fatto un dittatore. La Corea del Nord ha oggi risposto con la stessa cortesia, e ha detto in sostanza che spera tanto in un summit. A Trump è bastato questo per commentare in tv: «Stiamo parlando con loro adesso. È stata una dichiarazione davvero carina. Vediamo quello che succede» e sul summit ha aggiunto: «potrebbe tenersi anche il 12».

L’America pare dunque stia pianificando una strategia della carota, da ieri è cambiato il linguaggio della diplomazia di Trump e da oggi la risposta della Corea del Nord.

Prima di essere eletto, Trump aveva definito la Nord Corea « l’ultimo posto sulla Terra» dove sarebbe voluto andare e Kim «un maniaco», carezze rispetto al suo primo anno di presidenza. A luglio 2017 Trump commentava alla Cbs: «La Nord Corea ha lanciato un altro missile, questo ragazzo non ha meglio da fare con sua moglie?». Ad agosto minacciava l’ormai celeberrimo «Fire ad Fury» contro la Nord Corea che diverrà il titolo di un sopravvalutato libro di nequizie sul presidente. A settembre, all’assemblea generale delle Nazioni Unite, Trump definiva Kim in un tweet «Rocket Man», a gennaio vantava «un bottone nucleare più grande» del suo.

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Il giovane leader nordocreano da parte sua definiva Trump «un rimbambito mentalmente devastato», «un cane spaventato che quindi abbaia più forte», «un inadatto a essere la guida suprema di un Paese», «una canaglia e un gangster che si diverte a giocare con il fuoco, non un politico», «evidentemente un vecchio» (settembre 2017). Trump replicava: «Kim Jong Un della Corea del Nord è evidentemente un pazzo che non si preoccupa di affamare e uccidere il suo popolo».

Tutto questo a fine estate. Adesso tutta un’altra musica e per un giorno intero, ieri, senza passare da Twitter. Il 25 maggio Trump invia infatti una lettera ufficiale resa pubblica dalla Casa Bianca con cui nega l’incontro, da cui però traspare un eccessivo calore che è comunque caratteristica dell’uomo. Un nuovo linguaggio colloquiale e rispettoso e il regime risponde oggi con lo stesso tono: «La Corea del Nord desidera ancora sedersi ai negoziati con gli Stati Uniti in qualsiasi momento, in qualsiasi forma». Pyongyang «vuole dare agli Usa tempo e opportunità per riconsiderare i negoziati», ha dichiarato il viceministro degli Esteri nordcoreano Kim Kye Gwan. La Corea del Nord è «decisa a fare del suo meglio per la pace e la stabilità della penisola coreana», ha proseguito il vice ministro, definendo la decisione di Trump «inaspettata» e «molto spiacevole». La cancellazione del summit, ha osservato, mostra «quanto grave sia lo stato delle relazioni ostili storicamente ben radicate tra Usa e Corea del Nord e quanto urgentemente dovrebbe essere realizzato un summit per migliorare le relazioni». Toni gravi ma certo nulla a che vedere con quell’altro suo collega che pochi giorni fa definiva il vicepresidente americano Mike Pence «un asino politico».

Trump riapre Twitter oggi solo per apprezzare questa «calorosa e produttiva» dichiarazione (si veda post qui in alto).

Il giorno dopo un importante vertice fallito per molti motivi, fra tutti che non vi è stato alcun progresso sul programma di denuclearizzazione della penisola coreana, nulla dunque è perduto. Anzi, quella che sembrava un’impressione nella nostra mattina, diventa quasi certezza nel pomeriggio. Il dialogo è aperto, i toni cambiati. Fino a ieri, la decisione di Trump aveva deluso e spiazzato.

La Corea del Sud, tramite il paziente presidente Moon Jae-In spera che si apra un «nuovo canale di comunicazione», che i due leader abbiano un «dialogo più diretto e da vicino», un modo ortodosso per dire che si dovrebbe fare a meno della Cina, ingombrante e onnipresente intermediario.

Cina che si dice ufficialmente delusa ma rilancia la sua volontà di far dialogare le parti e indirettamente la sua centralità nei negoziati: «Avremo un ruolo nel far ripartire il processo» dichiara il portavoce della diplomazia cinese. Insomma, senza di noi non si va da nessuna parte.

Quasi scontato che Hong Kong e Shanghai abbiano perso poco, segno che non vi è alcun panico. Indicativa la reazione del Giappone, alleato americano più minacciato dai colpi di testa di Kim: il premier Abe in visita da Putin (altro leader ufficialmente «rammaricato») non è affatto dispiaciuto per il summit cancellato, appoggia la linea di Trump, e come il suo ministro degli Esteri aveva detto poco prima, non avrebbe avuto senso incontrarsi «senza nessuna speranza di ottenere risultati tangibili». E certo non vi era nulla di tangibile nello show dello smantellamento di un sito nucleare già fuori uso.

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