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Aborto, la «rivoluzione tranquilla» dell’Irlanda che sfata…

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IL REFERENUDM SULL’ABORTO

Aborto, la «rivoluzione tranquilla» dell’Irlanda che sfata un altro tabù

Irlandesi in piazza a Dublino dopo la vittoria del «sì» nel referndum sull’aborto (Reuters)
Irlandesi in piazza a Dublino dopo la vittoria del «sì» nel referndum sull’aborto (Reuters)

Il primo ministro, Leo Varadkar, l'ha definito il culmine di una “rivoluzione tranquilla” che l'Irlanda ha vissuto negli ultimi 20 anni. E forse nessun altro commento potrebbe rendere in modo più efficace il senso della vittoria a valanga e ben oltre le attese dei “sì” nel referendum sulla legalizzazione dell'aborto: oltre due terzi dei cittadini favorevoli ad abolire l'ottavo emendamento della Costituzione, il divieto che - garantendo uguali diritti alla madre e al feto - faceva dell'Irlanda uno dei Paesi con la legislazione più restrittiva in Europa, sebbene fosse stato parzialmente alleggerito nel 2013 per i casi in cui la vita della madre era in pericolo.

E' un percorso cominciato nel 1995, con la vittoria di stretta misura dei “sì” alla legalizzazione del divorzio, e continuato tre anni fa con il via libera alle nozze gay. Un successo clamoroso per le proporzioni – analoghe a quelle del referendum di venerdì – e per il valore simbolico, se si considera che quella che un tempo si definiva la “cattolicissima” Irlanda è stata il primo Paese ad attuare una svolta sociale di questa portata tramite consultazione popolare. Segno di una modernizzazione della società apparsa evidente anche su un argomento come l'aborto, un tempo vero e proprio tabù della politica, al punto di essere accuratamente evitato dai partiti per timore di pagare un alto prezzo in termini di consensi.

L'analisi del voto di venerdì, attuata su un campione di elettori subito dopo la chiusura delle urne dall'Irish Times, dimostra invece che la mobilitazione è stata generalizzata e a trainare il “sì” non sono stati solo, come era prevedibile, Dublino e i centri urbani, i giovani e le donne, ma anche le zone rurali, immaginata roccaforte del fronte del “no”.

Alla spinta verso il cambiamento - che ora dovrà tradursi in una legge che regolamenti l'interruzione di gravidanza (il governo pensa a un diritto di abortire senza restrizioni nelle prime 12 settimane, fino a 24 settimane in casi particolari) - ha impresso un'indubbia accelerazione nel 2012, la vicenda di Savita Halappanavar. La giovane donna, di origini indiane, morì per setticemia una settimana dopo la richiesta di aborto - respinta - presentata alla clinica universitaria di Galway, dove era stata ricoverata alla 17esima settimana di gravidanza. Il dibattito, già alimentato dall'esodo annuale in Gran Bretagna di donne irlandesi intenzionate a interrompere la gravidanza, è cresciuto, portando prima all'alleggerimento del divieto, poi al referendum. Non è un caso, dunque, che un grande murale raffigurante Savita, dipinto fuori da un pub nel quartiere dublinese di Portobello, sia diventato l'icona del fronte abolizionista e ieri meta di un grande pellegrinaggio laico.

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